- Il grande stilista alla vigilia della passerella a Parigi della sua nuova collezione: «I miei capi sono per privilegiati, ma questo non è un aspetto da condannare: il lavoro manuale che richiedono costa. E sul mercato la scelta è ampia: alla fine nessuno è escluso».
- Viaggio dai vestiti in cady della prima sfilata all’allure pacata ma seducente dell’ultima.
Lo speciale contiene due articoli.
Si chiama Privé, privato. Nel senso di raro, speciale, un momento personale e di piacere estetico da indossare. Lanciata nel gennaio 2005, Giorgio Armani Privé è la linea di alta moda che nasce dalla visione di una moderna creatività, espressa attraverso linee ricercate, lavorazioni e tessuti preziosi, ricami gioiello realizzati con mirabile manualità. Verrà presentata a Parigi il 28 gennaio, nel palazzo di Armani al 21 di Rue François 1er. «L’haute couture mi permette di entrare in una dimensione di fantasia e di sperimentazione che sono per me affascinanti, posso esprimere la mia visione dello stile e dell’eleganza attraverso l’arte del savoir faire come altrimenti non potrei», dice lo stilista che, nell’alta moda, trova la propria piena libertà pur mantenendo la misura, che è l’essenza del suo stile.
Come racconterebbe questi venti anni di Armani Privé?
«Sono stati un viaggio liberatorio, che continua e che mi soddisfa creativamente così come dal punto di vista del business, aspetto mai secondario. L’alta moda mi ha consentito, infatti, di esplorare una faccia diversa del mio stile, insieme complementare e alternativa rispetto al prêt-à-porter e a essa accomunato dalla ricerca di una sigla lineare, alta, senza tempo. Racconterei questi anni, quindi, come la storia di un altro Armani, più libero e scintillante che, però, è lo stesso Armani che tutti conoscono».
Cosa rappresenta per lei l’alta moda?
«È insieme un sogno e un servizio. Non si tratta di abiti pensati per foto bellissime ed editoriali memorabili, ma di creazioni rivolte a una clientela vera, dalla vita certamente privilegiata, le cui occasioni e gli impegni richiedono un particolare modo di vestire. Un abito di alta moda è fatto a mano e su misura: questo mi ha permesso di entrare in una dimensione di fantasia, libertà e sperimentazione affascinanti e di esprimere la mia visione dello stile e dell’eleganza attraverso l’arte dell’artigianalità e del savoir faire come altrimenti non potrei».
Quali sono i suoi clienti? Ha visto una evoluzione dagli inizi a oggi?
«Abbiamo osservato un aumento delle clienti più giovani, alcune sono anche figlie di nostre clienti storiche, ed è molto stimolante lavorare per loro. La base solida, naturalmente, è costituita da donne di successo, provenienti da ambiti diversi che possono andare dalla finanza allo spettacolo. E poi, naturalmente, c’è l’aristocrazia. Le situazioni e le occasioni in cui vengono indossati gli abiti di alta moda sono vari: eventi speciali e importanti, ma anche momenti non pubblici. Io, nella mia couture, ho sempre proposto anche look da giorno. L’alta moda deve essere speciale, ma deve anche essere privata e personale».
Come viene gestito il rapporto con la clientela, prima e dopo la sfilata?
«Non tutte le clienti vengono a Parigi per la sfilata. Per questo motivo la collezione viaggia e viene presentata in appuntamenti privati in tutto il mondo».
La manualità oggi è un valore?
«Lo è, assolutamente, perché rappresenta un bacino di competenze e saperi dal valore inestimabili, che si possono custodire solo attraverso la pratica quotidiana».
Come pensa di assicurare che questo saper fare venga trasmesso a una nuova generazione di artigiani?
«C’è sempre un certo numero di giovani sarte intorno alle première dell’atelier. Occorre che le abilità vengano trasmesse da una generazione a quella successiva in modo concreto e sono determinato a fare in modo che il ciclo non si spezzi».
Come mai ha scelto Parigi, venti anni fa?
«Se parliamo di alta moda, Parigi è irrinunciabile. Vent’anni fa mi sono concesso questo regalo. A un certo punto ho voluto dire la mia e proporre una donna bellissima, qualcosa che resta nel tempo, nella città che ne è il vero epicentro. Qui ho potuto fare viaggi di stile bellissimi, dal Giappone all’ikat, dal color chartreuse alle perle, esplorando con la mia concretezza una dimensione rarefatta, di sogno».
Palazzo Armani rappresenta un nuovo punto fermo in questo dialogo con Parigi?
«Assolutamente sì, a partire già dall’indirizzo: 21, Rue François 1er, a due passi da Avenue Montaigne, nel cuore elegante della città, un edificio storico risalente al 1864/65. Questo avamposto è un pezzo di mondo Armani, con un carattere locale; in qualche modo è un punto fermo, non certo paragonabile alle sedi dei miei colleghi francesi, di cui sono però molto orgoglioso. I locali storici accolgono l’atelier e alcuni uffici, tra i quali c’è anche il mio. Nella parte più moderna, il palazzo ospiterà vari altri dipartimenti, inclusi il commerciale e la comunicazione».
Per lei l’alta moda è una espressione di privilegio?
«Certamente lo è, ma non lo vedrei come un aspetto negativo o da condannare. Il lavoro manuale richiesto dai capi di alta moda determina un prezzo importante che solo poche donne si possono permettere. Ma oggi l’offerta della moda è abbastanza ampia da non penalizzare nessuna fascia sociale».
Economicamente, quali sono i vostri risultati?
«La richiesta è continua, sia in mercati già consolidati sia in quelli di nuovi Paesi, per cui l’atelier è sempre in attività».
Quale è il messaggio, l’essenza ultima di Armani Privé?
«Privé per me è una celebrazione della bellezza e dell’abilità delle mani nel farla; della sperimentazione che illumina e ispira».
La appassiona ancora il creare?
«Creare è la mia ragione d’essere».
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