A Jolanda di Savoia il futuro dell’agricoltura non arriva a bordo di un trattore. Arriva con un computer sotto braccio, un algoritmo in tasca e una buona dose di curiosità scientifica. Il trattore, naturalmente, resta. Ma non basta più.
Una scuola per l’agricoltura di domani
È qui, nella pianura ferrarese, dove la pianura sembra non finire mai e il paesaggio è una gigantesca pagina verde, che nasce Iasa, Institute of advanced science for agriculture. È la nuova scuola superiore specializzata nell’agroalimentare istituita dal ministero dell’Università. Un nome internazionale per una sfida molto italiana: preparare i ragazzi che dovranno guidare l’agricoltura di domani. La scuola è promossa da Bf, il principale gruppo agro-industriale italiano guidato da Federico Vecchioni. Il primo mattone accademico sarà un dottorato dedicato alle scienze avanzate per i sistemi agroalimentari. Detto in maniera meno universitaria: si studierà come produrre il cibo del futuro senza consumare il futuro insieme al cibo. Il vecchio proverbio dice che il contadino guarda il cielo. Quello moderno dovrà guardare anche il satellite. Proprio questa trasformazione che Iasa vuole intercettare.
L’obiettivo non è creare una scuola per l’agricoltura di ieri, ma un luogo nel quale ricerca, tecnologia e impresa possano parlare la stessa lingua. Una lingua fatta di dati, sostenibilità, innovazione e capacità manageriale. Il presidente esecutivo di Bf, Federico Vecchioni, ha indicato l’ambizione del progetto. La formazione delle risorse umane, ha spiegato, è alla base del piano industriale del gruppo e rappresenta uno dei motori della crescita del gruppo in Italia e all’estero. Ma, soprattutto, Iasa dovrà contribuire a formare «la futura classe dirigente dell’agribusiness». Ragazzi capaci di sapere cosa succede sotto terra e, nello stesso tempo, cosa succede alla Borsa di Chicago, principale mercato mondiale delle materie prime agricole. Perché l’agricoltura del futuro sarà tecnologica, ma dovrà anche avere il senso degli affari.
Quando il campo diventa un laboratorio
La vera novità è il campo che sta diventando laboratorio a cielo aperto. Il satellite può dire quanta acqua serve a una coltura. Un sensore può leggere le condizioni del terreno. Un algoritmo può interpretare migliaia di dati. La genetica può intervenire sulle caratteristiche delle piante. L’economia deve stabilire se tutto questo sta in piedi. E alla fine qualcuno deve prendere la decisione. Il campus di Jolanda di Savoia è pensato per mettere sotto lo stesso tetto didattica, laboratori, ricerca e residenzialità. Un corso di studi con un piede nell’università e l’altro direttamente nella terra. Insomma, un’università con le scarpe infangate.
Ricerca, imprese e istituzioni insieme
È anche questo il senso della presenza istituzionale che ha accompagnato il progetto. La ministra dell’Università e della ricerca, Anna Maria Bernini, ha spiegato che intorno a Iasa si è sviluppata una rete che coinvolge università, imprese, istituzioni e centri di ricerca. La logica è semplice nella sua narrazione: se l’agricoltura cambia rapidamente, anche chi lo deve governare deve imparare a cambiare rapidamente. E il mondo cambia davvero in fretta. L’Africa, dove Bf è presente attraverso gli investimenti del piano Mattei, acquista un peso crescente nelle strategie agroalimentari. Le catene del valore diventano sempre più lunghe e complesse.
L’agricoltore con il computer nel taschino
Perché questa è, forse, la scommessa più interessante di Iasa: trasformare un territorio agricolo in un luogo nel quale si studia il futuro dell’agricoltura mondiale. Non è una differenza da poco. Per anni si è raccontata l’agricoltura come un settore nel quale il futuro arrivava sempre dopo. Prima la tradizione, poi la tecnologia. Prima il campo, poi il laboratorio. Prima la produzione, poi la ricerca. Qui si prova a rovesciare l’ordine. Così la vecchia immagine dell’agricoltore che aspetta il tempo giusto lascia spazio a quella di un professionista che deve saper leggere il tempo, il clima, i dati, i mercati e soprattutto gli algoritmi. Un agricoltore con il computer nel taschino.
Il futuro passa dalle persone
La scommessa si misurerà negli anni, quando dalle aule usciranno ricercatori, manager e imprenditori capaci di trasformare le conoscenze in innovazione e innovazione in risultati. Perché all’agricoltura servono macchine, capitali e tecnologie. Ma prima di tutto servono persone capaci di usarle. Il trattore, per ora, può stare tranquillo. Non sarà sostituito. Ma d’ora in poi, sarà un algoritmo a dire dove andare.
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