Macron gioca al dottor Stranamore perché l’atomica lo manda in bolletta
Parigi offre un ombrello nucleare al resto d’Europa dopo l’addio dell’Inghilterra. Accettare metterebbe a rischio l’unità della Nato contro Russia e Cina. Inoltre, pagheremmo i costi esorbitanti del suo arsenale.

Dal settembre 2017 Emmanuel Macron insiste nel proporre una sovranità europea francocentrica, attutita dalla condivisione con la Germania e con gli euroalleati più «amicizzabili», per esempio la Spagna, basata su una difesa comune post Nato. Ora, dopo la formalizzazione della Brexit, la Francia è rimasta l’unica potenza nucleare dell’Ue e due giorni fa Macron ha lanciato l’idea di dare all’Ue stessa lo status di potenza nucleare, «offrendole» l’esperienza francese. L’argomentazione usata è che l’Ue corre rischi crescenti, sia perché Usa e Russia hanno abbandonato il trattato limitativo dei missili nucleari a raggio medio (Inf), e probabilmente faranno lo stesso con lo Start che mette un tetto alle quantità di testate, sia perché la Cina sta aumentando il suo arsenale atomico e l’Ue non ha voce nei futuri negoziati in materia.

Ma l’idea è priva di realismo sul piano della sicurezza e della scala geopolitica necessaria per avere forza negoziale: queste possono essere assicurate solo dalla Nato, cioè dall’ingaggio combinato dei deterrenti americano (principale) e inglese e francese, minori. Potrebbe essere realistica e necessaria se l’America uscisse dalla Nato. Ma Washington, nonostante alcune espressioni di fastidio, non ha la minima intenzione di rinunciare a questa alleanza. Anzi, negli ultimi mesi la Nato stessa è diventata più rilevante per la strategia statunitense, per esempio con l’inserimento dello spazio nell’oggetto di difesa e con la definizione della Cina come nemico. Pertanto, la pressione francese per un’autonomia anche nucleare dell’Ue è una posizione che aumenta i pericoli perché divide il fronte euroatlantico rendendo più deboli sia l’Ue stessa sia l’America nelle relazioni con Cina e Russia. Ciò è talmente evidente da chiedersi perché Parigi insista su questa posizione di irrealismo strategico.

Macron sta perseguendo l’idea elaborata da Charles De Gaulle di usare l’Europa come moltiplicatore della forza nazionale, ormai troppo piccola. Questo è l’europeismo francese: prendere il comando degli europei occidentali per ricostruire il proprio impero, risolvendo la secolare questione tedesca associando la Germania in seconda posizione. Tale strategia generò il Trattato franco-tedesco dell’Eliseo (1963), recentemente rinnovato da quello di Aquisgrana. Ma Berlino non ha mai ceduto alla pressione francese post-Nato. Macron torna alla carica con la proposta di condivisione della potenza nucleare con la Germania, e forse del seggio permanente nel Consiglio di sicurezza Onu, in cambio di una de-atlantizzazione dell’Ue perché è cambiato qualcosa nella posizione tedesca – Angela Merkel è in una situazione di «cambio di mondo» che eccede le sue capacità di gestirla – o per disperazione?

La mia ipotesi è che Parigi non abbia più i soldi per sostenere il programma nucleare militare nazionale, già ridotto a 300 testate per limiti finanziari e non, come ha detto Macron, per volontà di segnalare disarmo: ha stanziato 37 miliardi dal 2019 al 2025 per modernizzare l’arsenale, ma questi soldi ora servono a finanziare il consenso per evitare una rivoluzione degli impoveriti. Quindi ha bisogno dei soldi europei per mantenere il nucleare militare, e per questo ha preteso un francese, Thierry Breton, nella Commissione per il settore Difesa e spazio. Per inciso, ma ne parleremo, la Germania ha calibrato il progetto di megainvestimenti verdi più sulla decarbonizzazione e meno sull’ecoadattamento, che invece è prioritario per l’Italia. Chiedetevi perché l’Ue ha varato un progetto per fermare il riscaldamento globale entro il 2050 quando è ovvio che se il resto del mondo non farà lo stesso – e non lo farà – l’effetto sarà irrilevante, e quindi ci sarà bisogno per nazioni esposte come lo siamo noi, di urgente ecoadattamento stesso, costosissimo.

Evidentemente serve all’industria automobilistica tedesca per sostenere con soldi europei la sua scelta (azzardata, perché l’idrogeno sarebbe più eco-efficace ed efficiente) di puntare sull’elettrico. E serve anche al nucleare civile francese – in effetti la fonte di energia meno «emissiva» in assoluto – avere soldi, appunto, europei per il costoso ammodernamento.

In sintesi, ho la sensazione che Macron abbia più un problema di soldi che di grandeur. Non si può escludere che Merkel sia tentata di finire la carriera con la conquista di una posizione per la Germania tra i grandi dell’Onu, che persegue da un decennio, e che Macron gliel’abbia offerta. Comunque sia, è chiaro che l’Italia deve segnalare il rafforzamento della posizione pro-atlantica e anticipare, nel bilaterale di febbraio con la Francia, il veto su una difesa europea post-Nato: con la dovuta cortesia, come quando ci si trova davanti a uno squilibrato, magari offrendo aiuto militare ai francesi, in difficoltà grave nell’Africa occidentale. Sarebbe un’opportunità di addestramento per i nostri commando e di testing di nuovi mezzi, poi da vendere. Così come è chiaro che Roma deve sorvegliare, in quanto terzo contributore al bilancio Ue, il ritorno dei soldi versati (ora il gap è ipotizzabile sui 7 miliardi) e l’uso dei fondi europei per programmi utili a tutti e non solo a due. Ho dubbi che questo governo voglia e sappia farlo. Spero che chi vuole sostituirlo costruisca le competenze per riuscirci. Anche per spingere un’Ue frastornata verso un accordo di libero scambio e reciprocità con l’America per rinforzare la base economica della Nato, vera fonte della sicurezza europea e italiana.

www.carlopelanda.com

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