L’Ue: profughi-schiavi anti inflazione

Davanti all’impennata dei costi di materie prime ed energia, Bruxelles suggerisce di agire sul lato del lavoro sfruttando l’«opportunità» dei rifugiati. Che, è il sottinteso, si accontenteranno di salari inferiori a quelli, già molto bassi, degli italiani. Il presidente di Confedilizia: «Troppi rischi, alt al catasto anche nella nuova versione».

Come si cura l’inflazione innescata dalla guerra in Ucraina? Semplicemente diminuendo i salari. La geniale soluzione fa parte delle raccomandazioni che Bruxelles suggerisce ai Paesi della Ue in vista di un aggiustamento di bilancio. Siccome l’intero continente deve fare i conti con la crescita dei prezzi delle materie prime, di carburanti e bollette, l’Unione non trova di meglio che ingaggiare i profughi, in modo da ottenere significativi vantaggi sul costo del lavoro. Chiaro, no? Se uno ha perso tutto e si è lasciato alle spalle la propria casa e i propri affetti è pronto al sacrificio, soprattutto se arriva da un posto in cui le retribuzioni sono più basse. Del resto, questo, sotto sotto, è sempre stato l’obiettivo dei cervelloni europei, i quali dovendo fronteggiare la concorrenza dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo hanno come punto d’arrivo una limatura dei salari in casa nostra. Se una serie di produzioni emigra all’estero in cerca di costi sopportabili e di margini migliori, cosa bisogna fare per invertire la tendenza? Risposta: abbattere le buste paga.

Finora la ricetta economica di Bruxelles non era esplicitata, perché, malgrado qualcuno vi abbia provato, la sostituzione di lavoratori autoctoni con quelli stranieri ha incontrato parecchie difficoltà, anche di integrazione della manodopera, in particolare di quella proveniente dall’Africa. Dunque, salvo alcuni settori a basso valore aggiunto e ad alto sfruttamento retributivo, i migranti non sono impiegati come forza lavoro sostitutiva. Tuttavia ora, con l’arrivo di profughi dall’Ucraina, non solo potrebbe accadere, ma addirittura questo è l’auspicio dell’Unione europea, la quale nelle sue indicazioni ai governi suggerisce di facilitare l’accesso di chi fugge dalla guerra soprattutto per mantenere sotto controllo l’inflazione.

Dall’inizio dell’anno in tutta l’area euro si è registrata una rincorsa dei prezzi dovuta alla mancanza di alcune materie prime. Il blocco delle esportazioni di una serie di prodotti, fra i quali grano, mais, olio di girasole e fertilizzanti ha fatto schizzare i prezzi del settore alimentare, incidendo direttamente sui portafogli delle famiglie. Ma a questo si è aggiunta la crescita esponenziale delle quotazioni dei prodotti energetici, che non solo hanno fatto raddoppiare le bollette della luce, ma hanno fatto aumentare i costi di produzione in molti settori. Dalle acciaierie alle fornaci, per passare alle cartiere, gas ed energia elettrica hanno visto crescere i prezzi. Dunque, visto che non ci sono segnali significativi di prossime correzioni al ribasso, in quanto la guerra in Ucraina si allunga, la soluzione individuata per frenare un’inflazione che ormai viaggia verso il 7 per cento annuo è la trovata di cui sopra, ammantata ovviamente da motivazioni nobili e solidaristiche nei confronti di chi scappa dalle bombe.

Che il caro vita stia più a cuore dei cari profughi era del resto già evidente settimane fa, all’inizio del conflitto, quando nelle previsioni economiche l’Europa manifestava tutta la sua preoccupazione. Affrontata però con un certo cinismo pensando proprio alla forza lavoro che sarebbe potuta arrivare con pretese meno elevate di quelle dei dipendenti con occupazione garantita. Gli effetti secondo la Ue saranno benefici sull’intero sistema, non solo perché una manodopera più a buon mercato ha la capacità di abbassare la media delle retribuzioni, ma perché inevitabilmente spingerà anche i lavoratori stabilizzati ad adeguarsi. L’intenzione è chiara e soprattutto cinica: in un momento di instabilità economica, su cui si addensano le preoccupazioni dei mercati per quanto concerne i costi di produzione, chi ha un posto sarà portato a privilegiare la sicurezza e la conservazione del salario piuttosto che i livelli retributivi raggiunti. Insomma, grazie ai profughi, possiamo livellare il costo del lavoro, ovviamente al ribasso. In altri tempi a sinistra avrebbero parlato di concorrenza fra poveri se non di sfruttamento. Ma da parecchio la sinistra si è lasciata alle spalle questi argomenti. Del resto, proprio alcuni progressisti (tra i quali l’ex presidente dell’Inps Tito Boeri) sostengono che in futuro il nostro sistema di welfare si reggerà sull’immigrazione, e saranno gli extracomunitari a pagarci le pensioni. Peccato che non venga mai spiegato il risvolto della medaglia, ovvero che quelle paghe che serviranno ad alimentare l’istituto di previdenza saranno basse e di conseguenza anche quelle degli italiani probabilmente seguiranno l’andamento. Con la massima gioia della Ue e dei suoi occhiuti controllori.

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