2024-05-15
Lollobrigida: «Sulla Pac un gran successo. L'agricoltura torna al centro dell'agenda di Bruxelles»
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Qualche settimana fa l’azienda Jeppesen ha annunciato una piccola rivoluzione. Smetterà di stampare le sue celebri carte di navigazione e quelle degli aeroporti, per passare definitivamente al formato digitale. Ma chi le aveva inventate?
Altro che vittima della mancata integrazione, come ci vorrebbero far credere Elly Schlein e compagni, i quali, dopo la strage di Modena, invece che maggior rigore contro i fondamentalisti reclamano l’assunzione di psicologi per aiutarli. La trasmissione Fuori dal coro, con un servizio in esclusiva andato in onda ieri sera, dimostra che in almeno un telefono in uso a Salim El Koudri la polizia ha trovato immagini di violenza che fanno sospettare che quello di sabato scorso non sia stato il gesto di un pazzo, ma l’atto consapevole di un terrorista.
Non solo: tra gli scritti del padre del giovane marocchino gli inquirenti avrebbero rinvenuto frasi in arabo contro la colonizzazione dell’Africa da parte dell’Occidente, con appelli a recuperare la propria identità. Ovviamente l’indagine è solo all’inizio, perché finora sono stati analizzati solo due dei cellulari dell’autore della strage e mancano all’appello altri device rinvenuti nella sua abitazione. Fra l’altro il lavoro della polizia è complesso, perché alcuni file potrebbero essere stati cancellati e la procedura per recuperarli è lunga e difficile e non è detto che alcuni degli strumenti elettronici in uso a El Koudri siano stati da lui stesso fatti sparire prima di lanciarsi ad alta velocità contro la folla. Come per altro sarebbero stati chiusi i suoi profili social.
Una cosa comunque è certa: gli inquirenti si convincono sempre più che quella del giovane laureato presso l’Università di Modena non sia un’azione dovuta a follia, ma si tratti di una scelta volontaria e consapevole, a lungo progettata.
Naturalmente, la difesa dell’attentatore punta ad accreditare l’idea che El Koudri sia una persona con gravi problemi mentali. Non a caso l’avvocato si è subito premurato di richiedere una perizia psichiatrica, oltre ad affrettarsi a far sapere che il giovane aveva chiesto una Bibbia e la visita di un prete, allontanando così ogni sospetto di radicalizzazione islamica e avvicinando l’idea che l’attentatore sia quantomeno confuso. La strategia del legale è comprensibile, tuttavia è un dato di fatto che il gesto di El Koudri risponda perfettamente a ciò che gli estremisti islamici usano fare. L’auto trasformata in strumento per uccidere i cristiani e l’uso del coltello per finire chi è rimasto ferito sono proprio i caratteristici strumenti del terrore sollecitati dallo Stato islamico. Del resto, che quanto accaduto sia guardato con favore dai fondamentalisti di Allah lo dimostrano le frasi che in Rete inneggiano a El Koudri. Per alcuni, il giovane marocchino è un uomo coraggioso che combatte «da solo nel cuore del territorio dei crociati», mentre altri parlano di vendetta legittima e auspicano che Allah gli conceda il paradiso, come si confà a un martire.
E la sinistra? Insieme con alcuni esponenti della magistratura procede nella politica dei distinguo, denunciando le presunte strumentalizzazioni invece dei terroristi. Come abbiamo scritto ieri, sono giunte manifestazioni di solidarietà nei confronti del legale del giovane, il quale è stato minacciato in quanto «colpevole» di assistere El Koudri. Certo, nessuno ha diritto di prendersela con un avvocato che fa il proprio mestiere e che, come in ogni democrazia che sia tale, fa del suo meglio per difendere l’accusato. Tuttavia, non si può dimenticare che cosa ha fatto il giovane marocchino e neppure si può ridurre la strage a un problema di integrazione o di carenza dei servizi sociali. Come spiegano gli esperti di terrorismo, a Modena ricorrono tutti i segnali caratteristici dell’attentato terroristico. La rabbia contro il Paese che ti ospita, l’uso dell’autovettura come arma per uccidere, il coltello per finire chi non è rimasto ucciso, la consapevolezza, quasi la ricerca, del martirio. Negare tutto ciò non è un scelta saggia, ma il tentativo di nascondere la testa sotto la sabbia per non vedere. Più che una strategia, pare la politica dello struzzo, per rimuovere un pericolo che si è concorso a creare ignorando gli allarmi.
Non c’è da ironizzare: ci sono ancora in ospedale i feriti, due in gravissime condizioni, e la turista tedesca è tornata in Germania ma ha perso le gambe. Però di fronte al goffo tentativo di negare che Salim El Koudri sia un terrorista serve Totò: è la «sunna» che fa il totale! «Sunna» con due enne è la vita secondo il Corano.
A questa si richiama il padre dell’italiano di origine marocchina che, il 16 maggio, ha falciato decine di passanti con la sua auto tra la via Emilia e Largo Garibaldi a Modena. Gli inquirenti che stanno scavando nella vita e nelle abitudini del trentunenne laureato in Economia aziendale, ora rinchiuso in carcere in isolamento, hanno trovato moltissimo materiale nella casa di Ravarino e sono saltati fuori alcuni scritti in arabo di Mohammed El Koudri, il padre dell’attentatore, in cui l’uomo inneggia contro i colonialisti occidentali. Testualmente: «Perché il colonialismo ha dominato, i Paesi nordoccidentali si sono imposti nel nord Africa, i Paesi colonizzati non hanno mai espresso la loro identità». A rivelarlo è un’inchiesta andata in onda ieri sera a Fuori dal coro, la trasmissione di Mario Giordano su Rete 4. Dal servizio emerge il profilo terroristico dell’azione di El Koudri: ci sono le testimonianze, si rivela che l’attentatore aveva cinque computer, quattro telefoni, due hard disk e due pennette Usb. Tra il materiale è stato trovato - testualmente - almeno «un video di violenza “molto significativo”».
Ha preso esempio? Non lascia spazio a dubbi Giampiero Spinelli, uno dei massimi esperti di antiterrorismo, intervistato dall’inviata di Mario Giordano. «Tecnicamente per quanto altri possano dire», sottolinea Spinelli, «è stato un attentato. Lo dimostra la dinamica dell’azione. Il movimento a zig zag dell’auto è tipico di chi compie queste azioni: serve a colpire quante più persone possibile e a evitare di essere colpiti per esempio dalla Polizia. Ha concentrato tutto in un tempo cortissimo per avere la massima efficacia. E l’utilizzo di un coltello è l’indizio che ci sarebbe stata una seconda fase se non fosse stato bloccato. Questi sono elementi di un protocollo usato in altri attentati». Spinelli aggiunge: «Non dobbiamo essere stupiti, dobbiamo tenere la guardia alta».
Il primo a stupirsi, però, è stato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Per lui «non è terrorismo, si tratta di disagio psichico: gli inquirenti faranno altri accertamenti». Che si stanno facendo, come mostra il servizio di Fuori dal coro, e portano al terrorismo islamico. Neppure il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il presidente del Consiglio, Gorgia Meloni, quando il 17 maggio sono andati a visitare i feriti hanno parlato di terrorismo. Matteo Salvini ha provato a dire: revochiamo la cittadinanza a El Koudri. La risposta di Fratelli d’Italia, di Antonio Tajani, ministro degli esteri e segretario di Forza Italia, è stata freddissima. Tutti col timore di svegliare l’islam che dorme. Molto oltre è andato il sindaco di Modena Massimo Mezzetti, che ha detto: «Non si venga qui a speculare». Elly Schlein, segretaria del Pd, propone di assumere 12.000 psicologi e tutti a buttarla sul disagio mentale. Lo ha fatto anche la Procura che accusa Salim di strage, ma non di finalità terroristiche né di premeditazione. La gip Donatella Pianezzi, confermando l’arresto, ha però stabilito che El Koudri tutto è fuori che matto. Eppure il suo difensore - fervente pro Pal - Fausto Gianelli ha cominciato a costruire il personaggio: «Mi ha detto: “Sono italiano, voglio una Bibbia e parlare con un prete”». L’arcivescovo di Modena, Erio Castellucci, subito pronto al perdono, ma non si pari di Islam. L’Anm difende dell’avvocato - rara avis - e si dimentica delle vittime. El Koudri per tutti era ossessionato dal trovare lavoro; lo cercava così via e mail: «Bastardi cristiani di merda: il vostro Cristo in croce lo brucio». La sorella dice «non lo riconosco», i genitori: «Chiediamo scusa per quello che ha fatto». E i pensierini della sera di papà El Koudri?
Fuori dal coro rivela che girano sui canali jihadisti video dell’attentato di Modena con questi commenti in arabo: »Non ho mai visto nessuno più coraggioso del monoteista che compie da solo un’operazione nel cuore del territorio dei crociati. Se l’intenzione del fratello era sincera e ha agito per vendetta, Allah possa concedergli il paradiso». La pensano più o meno così alla moschea Al Wahada di Ravarino, dove pregano gli El Koudri. L’inviata di Fuori dal coro, accolta malamente, chiede: che ne pensate di quello che è successo a Modena? Rispondono: «È stato un incidente». Ancora: condannate quello che è successo? La risposta: no. Vedi che ha ragione il sindaco di Modena.
Due mesi fa la magistratura ha vinto il referendum che ha bocciato la riforma costituzionale che aspirava a separare le carriere delle toghe. Secondo alcuni i pm potrebbero avere interpretato il voto come un tacito via libera a un’esondazione del proprio potere a discapito delle garanzie delle difese. Gli avvocati, ancora un po’ intontiti a causa della sonora batosta, sembrano essersene accorti e dopo due mesi di analisi della sconfitta hanno deciso di reagire alle presunte prevaricazioni.
In primo luogo hanno protestato per le intercettazioni effettuate nelle salette dei colloqui del carcere di Perugia, captazioni che hanno registrato le conversazioni di circa una dozzina di legali con i loro clienti in modo illegittimo, non avendo l’autorizzazione del gip.
L’Unione delle Camere penali ha indetto una manifestazione nazionale per l’11 giugno e cinque giorni di «astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale», tra l’8 e il 12 giugno.
Ma ad agitare gli avvocati è anche la scoperta, presso la Procura di Napoli, di un’informativa della polizia giudiziaria che, sospettando l’inquinamento di alcune testimonianze processuali, ha messo sotto controllo, fotografato e intercettato tre avvocati del foro campano, due dei quali difensori ufficiali di un presunto camorrista.
Un’attività di «spionaggio» che ha convinto l’avvocato Raffaele Esposito, un legale quasi novantenne dalla carriera irreprensibile (al punto da essere iscritto all’albo d’onore degli avvocati di Napoli), a presentare un esposto denuncia dopo essere stato «spiato» in Tribunale durante l’esercizio del suo mandato difensivo.
Il procuratore Nicola Gratteri ha spiegato che le video-riprese e le intercettazioni nel corridoio di fronte all’aula della Corte d’Assise dove si sta svolgendo un processo di camorra è stata autorizzata da un gip (e quindi le captazioni non sarebbero illegittime come quelle di Perugia) e i testi dell’accusa sono stati posti sotto controllo per il reato di induzione a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria con il fine di favorire la criminalità organizzata.
Non è chiaro se uno o più avvocati siano stati iscritti per la medesima ipotesi.
Gratteri, alla nostra domanda, ha replicato serafico: «Lei sa bene che se rispondessi alle sue domande mi aprirebbero un procedimento disciplinare».
L’ordine degli avvocati di Napoli si è però schierato con forza al fianco dei colleghi, «condividendo appieno le preoccupazioni e le censure dell’Unione delle Camere penali» e ritenendo che le indagini degli inquirenti (che hanno passato al setaccio parole e, persino, gesti degli avvocati fuori dall’aula d’udienza) «minano la serenità del collegio difensivo» e «alimentano un inaccettabile clima di sospetto sulla correttezza professionale degli avvocati ed espropriano di fatto la signoria del giudice sul processo».
Il presidente nazionale dell’Unione delle Camere penali, Francesco Petrelli, ci spiega: «Nell’articolo 103 del Codice di procedura che vieta le intercettazioni delle conversazioni fra l’avvocato e il proprio assistito è stato opportunamente inserito nel 2024, su nostra richiesta, il comma 6-ter che in particolare obbliga il pm e agli operatori a “interrompere” immediatamente qualsiasi captazione nel momento in cui ci si accorge che si tratta di un colloquio fra assistito e il proprio legale».
Nel caso di Perugia, per Petrelli, non poteva esserci «alcuna incertezza sulla natura dell’intercettazione»: «La violazione ha qui del clamoroso in quanto i colloqui eseguiti nella saletta di un carcere sono inequivocabilmente colloqui tutelati dalla norma, che ha, a sua volta, una duplice copertura costituzionale negli articoli 15 e 24 della Costituzione». I magistrati che sventolano il testo della legge fondamentale ogni volta che possono sembrano tenerlo, però, poco in considerazione quando, se rispettata, essa può limitare il potere dei pm.
Il presidente dell’associazione dei penalisti mette in guardia da possibili abusi: «Occorre ricordare in proposito come il diritto di difesa, dichiarato inviolabile dalla nostra Carta suprema, sia fondamentale in una democrazia liberale in quanto costituisce la garanzia di tutela di ogni altro diritto: se cade quello entrano in crisi le basi dello Stato di diritto. Nel caso delle intercettazioni perugine sarebbe stato agevole interrompere l’ascolto quando nelle salette erano presenti soggetti non coinvolti nell’indagine e questo rende la violazione inescusabile».
Petrelli chiede che le violazioni abbiano conseguenze: «Se è vero che le intercettazioni sono proseguite per mesi con dispositivi collocati in molteplici salette di colloquio e hanno riguardato decine di avvocati la questione deve essere oggetto di una risposta sollecita da parte di tutte le autorità competenti». L’avvocato romano non dimentica nemmeno quanto accaduto in Campania: «Ciò che preoccupa è che le violazioni del diritto di difesa non sono casi isolati. L’attacco alla funzione difensiva è un vero e proprio fenomeno: a Napoli, sia pure in un contesto differente, si è assistito di fatto a una generalizzata intercettazione dei difensori nell’adiacenza dell’aula e a una conseguente pericolosa criminalizzazione dell’attività difensiva nelle successive informative di polizia giudiziaria».
Con il suo ragionamento Petrelli prova a chiedere ai magistrati un esame di coscienza: «Credo che non solo debbano svolgersi indagini ed accertamenti solleciti e rigorosi, ma che l’intera magistratura debba interrogarsi su come sia stato possibile un simile disprezzo delle regole processuali e si sia venuti meno alla esecuzione di quei doverosi controlli che precedono e anticipano l’ovvio giudizio di inutilizzabilità prevista dal nostro Codice». Per il presidente non si può affermare solo a parole la parità di accusa e difesa davanti al giudice: «Il giusto processo si tutela e si promuove nei fatti, durante le indagini e nelle aule di giustizia, e non nelle retoriche affermazioni di principio».
E che qualche garanzia stia venendo meno è evidente anche nella trattazione del processo dell’anno, se non nel decennio, quello per l’omicidio di Chiara Poggi: «Abbiamo fatto un’analoga denuncia per la pubblicazione delle intercettazioni fra Alberto Stasi e il suo precedente difensore (il professor Angelo Giarda, ndr)». Nei giorni scorsi due trasmissioni Mediaset hanno trasmesso in esclusiva gli audio del 2007 in cui l’ex fidanzato di Chiara Poggi e il suo vecchio avvocato discutevano del Dna, delle tracce ematiche e in cui il legale chiedeva conto al suo assistito dei tempi tra l’ultimo squillo a Chiara e la chiamata alla Croce Rossa. Per questo il 14 maggio scorso l’Unione delle Camere penali ha diramato un duro comunicato in cui si leggeva quanto segue: «La pubblicazione […] dell’audio e della trascrizione di conversazioni intercorse tra Alberto Stasi e il suo difensore, il professor Angelo Giarda, pone una questione di straordinaria gravità sotto il profilo del rispetto delle garanzie costituzionali e della tutela del rapporto difensivo […]. La questione non muta, né si attenua, per il fatto che la conversazione venga oggi presentata come elemento favorevole alla posizione di Stasi. Il problema non è il carattere accusatorio o difensivo del contenuto diffuso, ma il fatto stesso della pubblicazione di un colloquio tra imputato e difensore, che non può essere trasformato in materiale mediatico in assenza della volontà dell’interessato e, per quanto consta, senza che quel contenuto sia stato utilizzato nel processo o riprodotto in un provvedimento giudiziario». Per tale motivo l’associazione presieduta da Petrelli ha chiesto la rimozione degli audio da alcuni siti Web.
A dieci giorni di distanza l’avvocato chiosa: «Si tratta di fenomeni che non possono che essere collegati e che impongono, accanto alla denuncia, anche una riflessione da parte del mondo dell’informazione sui rischi che la violazione sistematica delle garanzie di imputati e indagati implica nella tenuta del sistema democratico liberale che trova fondamento proprio nella tutela delle libertà individuali di fronte all’autorità dello Stato».
In pratica il sacro diritto alla difesa e la tutela della privacy non possono essere sacrificati sull’altare dell’audience e dell’interesse morboso che l’opinione pubblica sta mostrando per un omicidio efferato, ottenendo in pasto anche i dettagli più intimi della vita sessuale della giovane vittima, ormai scomparsa da quasi vent’anni e la cui memoria viene costantemente profanata.
Ci offre un’ulteriore riflessione Alessandro Cannevale, l’avvocato che per primo, su questo giornale, ha denunciato lo «scandalo» di Perugia. E le sue riflessioni sono particolarmente significative essendo stato per circa quarant’anni dall’altra parte della barricata, con la funzione di magistrato requirente.
Gli abbiamo chiesto, innanzitutto, quali siano, a suo giudizio, i punti di contatto nei casi di Napoli e di Perugia. E Cannevale ha individuato, innanzitutto, questa analogia: «Un profondo disprezzo culturale per gli avvocati, considerati inutili nella migliore delle ipotesi, pericolosi nella peggiore. E mi creda, non cambia molto se l’avvocato non difende l’imputato, ma la vittima del reato».
A giudizio dell’intervistato manifestazioni come quella dell’11 giugno devono essere accompagnate da interventi concreti: «Indignazione e protesta sono legittime, ma non serviranno a nulla se non si avvia, subito, una riflessione tecnica e politica sul ruolo delle intercettazioni nel processo penale».
La lunga marcia nel deserto di chi crede nello Stato di diritto e nelle garanzie ha portato, grazie al sacrificio di uomini perbene come Enzo Tortora e alla riforma costituzionale sul giusto processo, a una rilettura, con tanto di modifica della Costituzione, delle dichiarazioni dei pentiti. Dopo anni si è capito che andavano analizzate accuratamente e, soprattutto, riscontrate con elementi obiettivi, raccolti con indagini serie, verificabili nel contraddittorio fra accusa e difesa. Per Cannevale è arrivato il momento che venga profondamente riformato anche lo strumento delle intercettazioni e rivisto il peso delle loro risultanze nell’economia processuale: «Nei procedimenti di oggi sono diventate molto più importanti delle dichiarazioni dei pentiti. Bisognerebbe utilizzarle solo quando le parole siano riscontrate dai fatti», assicura l’ex procuratore di Spoleto. Il quale ci aggiorna sull’analisi dei colloqui tra difensori e clienti captati nel carcere di Perugia: «Le riferisco una novità del weekend appena trascorso: abbiamo trovato un altro colloquio della mia assistita con un detenuto estraneo alle indagini, illegittimamente registrato e “incollato” a una registrazione autorizzata».
Mancano diciassette giorni alla manifestazione dell’11 giugno. Speriamo che da qui ad allora non arrivino altre sorprese relative alla gestione dei fascicoli d’indagine da parte di una delle Procure più importanti del Paese, quella chiamata a trattare i procedimenti che coinvolgono i magistrati del distretto di Roma.

