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2021-08-01
L’ira dei parenti dei morti a Bergamo. «Inchiesta insabbiata alle Camere»
Ansa
Dopo tanto dolore, la Bergamo di chi ha perso i propri cari uccisi dal coronavirus, ieri era in piazza per la verità. Contro la commissione d'inchiesta sul Covid, davanti al Comune di Bergamo, la protesta civile dei familiari delle vittime del virus che hanno esposto gli striscioni con scritta bianca su sfondo blu, #sereni (riportato anche sulle mascherine), scritta che accompagna le iniziative di questo gruppo, che fa riferimento al team di legali guidato da Consuelo Locati, in rappresentanza di 520 familiari nella causa civile contro Ministero della Salute, Regione Lombardia e presidente del Consiglio (allora Giuseppe Conte).
In piazza Matteotti con i parenti c'erano anche Giuseppe Marzulli, ex direttore sanitario dell'ospedale di Alzano Lombardo, che fu al centro dell'epidemia nella tragica primavera dell'anno scorso, il generale Pier Paolo Lunelli e gli avvocati che hanno intrapreso la causa civile a Roma. La protesta, oltre che nei confronti della commissione d'inchiesta sul Covid, che dovrebbe essere varata dalla Camera, è stata anche contro il sindaco Giorgio Gori e gli altri politici del territorio, «che non hanno detto una sola parola in merito all'increscioso tentativo di insabbiamento avvenuto nelle scorse settimane a suon di emendamenti presentati anche dai parlamentari bergamaschi, Alberto Ribolla ed Elena Carnevali, sulla commissione. «Oggi è un momento importante perché è una manifestazione organizzata dai familiari, per dare un segnale molto forte rispetto al fatto che non sono più disposti ad accettare spiegazioni che non sono tali, rispetto a ciò che è successo», ha spiegato l'avvocato Locati, «È una manifestazione che arriva dopo tutto ciò che è uscito sulla commissione d'inchiesta, che è diventata una farsa, con l'approvazione di due emendamenti abrogativi che hanno limitato l'indagine della commissione stessa al 30 gennaio 2020, cioè prima della dichiarazione dello stato d'emergenza, quando il primo caso in Italia ufficialmente riconosciuto si è avuto il 20 febbraio 2020 e, nella Bergamasca, il 22 febbraio. Non ci sarà quindi un'indagine parlamentare in Italia. E soprattutto, siamo a Bergamo, visto che i due emendamenti in questione vengono dai parlamentari bergamaschi».
La commissione dovrebbe occuparsi di quanto avvenuto in Cina prima del 30 gennaio 2020, tagliando fuori il capitolo della gestione italiana e di eventuali responsabilità politiche. Peraltro, ieri, il gruppo dei legali ha detto di avere «nuovi documenti che evidenziano di un incontro tra governo e Regioni il 25 gennaio 2020 sulle misure da mettere in campo per il contenimento del Covid. E dopo quell'incontro si sarebbero modificati i criteri di valutazione e quindi tracciamento dei casi sospetti sul territorio nazionale». «Un increscioso tentativo di insabbiamento con Gori che non si è fatto garante della nostra ricerca di verità», scrivono in una lettera aperta i rappresentanti delle famiglie (Paolo Casiraghi, Alessandra Raveane, Cassandra Locati e Antonella Dell'Aquila). «Eppure fu proprio Gori a lasciarsi andare alla commemorazione dello scorso 18 marzo con espressioni come “Ciò che colpisce è che questi numeri sui decessi raddoppiano quelli delle vittime ufficialmente accertati", “Sono morti nelle loro abitazioni o nelle case di riposo senza che fosse possibile fare loro un tampone, perché a marzo 2020 i tamponi erano pochi e bastavano appena per i casi più gravi". Consapevolezze che, di fronte a tutti gli italiani, evidentemente non gli sono bastate per chiedere a Mario Draghi di farsi garante della verità».
Secondo i manifestanti, il vero problema nella gestione dell'epidemia è stata la mancata zona rossa della Valseriana. «Chiudere sarebbe stato prerogativa di tutti. Inclusi i presidenti di Regione. Ma anche di quei sindaci per i quali invece non bisognava fermarsi. Noi oggi chiediamo la verità perché sentiamo di doverla dare non tanto a noi stessi, ma la dobbiamo a tutti i cittadini italiani. Lo dobbiamo a chi, a chi ha perso il lavoro con dei bambini da crescere e mandare a scuola. Lo dobbiamo a chi, avendo perso il lavoro ora vive per strada. Lo dobbiamo a loro, ai bambini. Costretti a stare rinchiusi per mesi senza muoversi, giocare e incontrare i propri amici. E lo facciamo anche e soprattutto perché in tal modo possiamo rappresentare per questi bambini un ideale. Quello di chi non si sa arrende davanti a muri di gomma». Secondo Giuseppe Marzulli, l'ex direttore generale del pronto soccorso di Alzano Lombardo che disse no alla riapertura dell'ospedale dopo la scoperta dei primi pazienti positivi, la modifica alla commissione è «insensata e illogica», tanto da indurre a ipotizzare che «ci sia stato uno scambio di reciproci favori in cui alcuni partiti politici, che hanno tutto l'interesse a nascondere gli errori e le omissioni del ministero della Salute nella prima ondata pandemica, si siano accordati con altri partiti politici che invece hanno tutto l'interesse a nascondere le analoghe responsabilità di Regione Lombardia, al fine di insabbiare il tutto?».
Ci sono stati 140.000 morti e secondo il medico in pensione «troppa è stata l'impreparazione italiana nelle fasi iniziali e troppi gli errori, le omissioni e la disinformazione su quanto realmente accaduto». E perciò Marzulli chiede direttamente al sindaco della città «martire», Gori, di prendere «una posizione netta e senza ambiguità sugli emendamenti che limitando il mandato della commissione hanno l'unico obbiettivo di insabbiare quanto avvenuto».
In migliaia protestano contro la carta verde
È stata, quella di ieri, una nuova giornata di proteste contro il green pass, che dovrebbe entrare in vigore il prossimo 6 agosto. Manifestazioni si sono infatti tenute in varie città del nostro Paese: da Milano a Roma, passando per Genova, Napoli e Torino. Manifestazioni che sono state generalmente organizzate attraverso il Web.
Nella Capitale, i dimostranti sono tornati a riunirsi in piazza del Popolo, mentre nel capoluogo lombardo si è tenuto un corteo non autorizzato in centro, sfociato infine in piazza del Duomo. Tutto questo, mentre le forze dell'ordine hanno bloccato l'accesso alla galleria Vittorio Emanuele II. In entrambe le manifestazioni, sono stati tenuti discorsi critici nei confronti del governo, dei media e del Comitato tecnico scientifico. Nel tardo pomeriggio di ieri, il Corriere della Sera riportava che i manifestanti nel capoluogo lombardo erano circa un migliaio, mentre Il Giorno riferiva di «alcune migliaia». Di «oltre un migliaio di persone» ha parlato Fanpage in riferimento all'evento romano.
Sono invece stati intorno ai 1.000 - secondo il Secolo XIX - i dimostranti che hanno manifestato nel tardo pomeriggio di ieri a Genova in piazza De Ferrari. In particolare, tra gli slogan presenti sono comparsi: «Libertà, libertà», «No green pass» e «Giù le mani dai bambini». Si sono tenute anche - così come in altre città - manifestazioni di cordoglio per la recente scomparsa di Giuseppe De Donno. Una protesta registratasi sempre ieri a Savona ha raccolto - secondo La Stampa - circa 150 persone. Alcune decine di dimostranti hanno, dal canto loro, inscenato delle proteste a Sanremo.
A Torino, alcune centinaia di manifestanti si sono riunite in piazza Castello e sono state raccolte delle firme contro il green pass. Tutto questo, mentre proteste similari si sono tenute anche in altre città piemontesi (come Biella, Casale, Cuneo, Novara e Vercelli). Sono invece state circa 300 le persone che si sono date appuntamento a Napoli in piazza Dante, mentre ottocento manifestanti - secondo L'Adige - hanno sfilato per le vie di Trento con slogan similari a quelli usati nei raduni svoltisi negli altri centri cittadini. Alcuni problemi si sono registrati invece nella città di Livorno, dove - secondo quanto riportato dalla testata Il Telegrafo - gli organizzatori del corteo di protesta non avrebbero presentato alla Questura adeguato preavviso.
Ma le manifestazioni non si sono tenute soltanto in Italia. Numerosi dimostranti sono infatti scesi in strada ieri in Francia, per contestare l'introduzione del green pass che nel Paese dovrebbe entrare in vigore dal 9 agosto. Secondo quanto riferito dall'agenzia di stampa La Presse, migliaia di persone hanno protestato a Parigi, dove erano stati schierati circa 3.000 agenti di polizia: si sono, a tal proposto, verificati dei tafferugli tra dimostranti e forze dell'ordine. Le proteste non hanno comunque interessato soltanto la Capitale, ma anche altre città francesi.
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Le famiglie contestano il sindaco piddino Giorgio Gori e gli onorevoli orobici: «Hanno lasciato che al Parlamento fosse impedito di indagare sul governo». I legali: «Nuove carte sulla mancata zona rossa in Valseriana».Affollate le piazze di Roma, Milano e Genova. Cortei in tutt'Italia, senza disordini.Lo speciale contiene due articoli.Dopo tanto dolore, la Bergamo di chi ha perso i propri cari uccisi dal coronavirus, ieri era in piazza per la verità. Contro la commissione d'inchiesta sul Covid, davanti al Comune di Bergamo, la protesta civile dei familiari delle vittime del virus che hanno esposto gli striscioni con scritta bianca su sfondo blu, #sereni (riportato anche sulle mascherine), scritta che accompagna le iniziative di questo gruppo, che fa riferimento al team di legali guidato da Consuelo Locati, in rappresentanza di 520 familiari nella causa civile contro Ministero della Salute, Regione Lombardia e presidente del Consiglio (allora Giuseppe Conte). In piazza Matteotti con i parenti c'erano anche Giuseppe Marzulli, ex direttore sanitario dell'ospedale di Alzano Lombardo, che fu al centro dell'epidemia nella tragica primavera dell'anno scorso, il generale Pier Paolo Lunelli e gli avvocati che hanno intrapreso la causa civile a Roma. La protesta, oltre che nei confronti della commissione d'inchiesta sul Covid, che dovrebbe essere varata dalla Camera, è stata anche contro il sindaco Giorgio Gori e gli altri politici del territorio, «che non hanno detto una sola parola in merito all'increscioso tentativo di insabbiamento avvenuto nelle scorse settimane a suon di emendamenti presentati anche dai parlamentari bergamaschi, Alberto Ribolla ed Elena Carnevali, sulla commissione. «Oggi è un momento importante perché è una manifestazione organizzata dai familiari, per dare un segnale molto forte rispetto al fatto che non sono più disposti ad accettare spiegazioni che non sono tali, rispetto a ciò che è successo», ha spiegato l'avvocato Locati, «È una manifestazione che arriva dopo tutto ciò che è uscito sulla commissione d'inchiesta, che è diventata una farsa, con l'approvazione di due emendamenti abrogativi che hanno limitato l'indagine della commissione stessa al 30 gennaio 2020, cioè prima della dichiarazione dello stato d'emergenza, quando il primo caso in Italia ufficialmente riconosciuto si è avuto il 20 febbraio 2020 e, nella Bergamasca, il 22 febbraio. Non ci sarà quindi un'indagine parlamentare in Italia. E soprattutto, siamo a Bergamo, visto che i due emendamenti in questione vengono dai parlamentari bergamaschi». La commissione dovrebbe occuparsi di quanto avvenuto in Cina prima del 30 gennaio 2020, tagliando fuori il capitolo della gestione italiana e di eventuali responsabilità politiche. Peraltro, ieri, il gruppo dei legali ha detto di avere «nuovi documenti che evidenziano di un incontro tra governo e Regioni il 25 gennaio 2020 sulle misure da mettere in campo per il contenimento del Covid. E dopo quell'incontro si sarebbero modificati i criteri di valutazione e quindi tracciamento dei casi sospetti sul territorio nazionale». «Un increscioso tentativo di insabbiamento con Gori che non si è fatto garante della nostra ricerca di verità», scrivono in una lettera aperta i rappresentanti delle famiglie (Paolo Casiraghi, Alessandra Raveane, Cassandra Locati e Antonella Dell'Aquila). «Eppure fu proprio Gori a lasciarsi andare alla commemorazione dello scorso 18 marzo con espressioni come “Ciò che colpisce è che questi numeri sui decessi raddoppiano quelli delle vittime ufficialmente accertati", “Sono morti nelle loro abitazioni o nelle case di riposo senza che fosse possibile fare loro un tampone, perché a marzo 2020 i tamponi erano pochi e bastavano appena per i casi più gravi". Consapevolezze che, di fronte a tutti gli italiani, evidentemente non gli sono bastate per chiedere a Mario Draghi di farsi garante della verità». Secondo i manifestanti, il vero problema nella gestione dell'epidemia è stata la mancata zona rossa della Valseriana. «Chiudere sarebbe stato prerogativa di tutti. Inclusi i presidenti di Regione. Ma anche di quei sindaci per i quali invece non bisognava fermarsi. Noi oggi chiediamo la verità perché sentiamo di doverla dare non tanto a noi stessi, ma la dobbiamo a tutti i cittadini italiani. Lo dobbiamo a chi, a chi ha perso il lavoro con dei bambini da crescere e mandare a scuola. Lo dobbiamo a chi, avendo perso il lavoro ora vive per strada. Lo dobbiamo a loro, ai bambini. Costretti a stare rinchiusi per mesi senza muoversi, giocare e incontrare i propri amici. E lo facciamo anche e soprattutto perché in tal modo possiamo rappresentare per questi bambini un ideale. Quello di chi non si sa arrende davanti a muri di gomma». Secondo Giuseppe Marzulli, l'ex direttore generale del pronto soccorso di Alzano Lombardo che disse no alla riapertura dell'ospedale dopo la scoperta dei primi pazienti positivi, la modifica alla commissione è «insensata e illogica», tanto da indurre a ipotizzare che «ci sia stato uno scambio di reciproci favori in cui alcuni partiti politici, che hanno tutto l'interesse a nascondere gli errori e le omissioni del ministero della Salute nella prima ondata pandemica, si siano accordati con altri partiti politici che invece hanno tutto l'interesse a nascondere le analoghe responsabilità di Regione Lombardia, al fine di insabbiare il tutto?».Ci sono stati 140.000 morti e secondo il medico in pensione «troppa è stata l'impreparazione italiana nelle fasi iniziali e troppi gli errori, le omissioni e la disinformazione su quanto realmente accaduto». E perciò Marzulli chiede direttamente al sindaco della città «martire», Gori, di prendere «una posizione netta e senza ambiguità sugli emendamenti che limitando il mandato della commissione hanno l'unico obbiettivo di insabbiare quanto avvenuto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lira-dei-parenti-dei-morti-a-bergamo-inchiesta-insabbiata-alle-camere-2654320003.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-migliaia-protestano-contro-la-carta-verde" data-post-id="2654320003" data-published-at="1627756161" data-use-pagination="False"> In migliaia protestano contro la carta verde È stata, quella di ieri, una nuova giornata di proteste contro il green pass, che dovrebbe entrare in vigore il prossimo 6 agosto. Manifestazioni si sono infatti tenute in varie città del nostro Paese: da Milano a Roma, passando per Genova, Napoli e Torino. Manifestazioni che sono state generalmente organizzate attraverso il Web. Nella Capitale, i dimostranti sono tornati a riunirsi in piazza del Popolo, mentre nel capoluogo lombardo si è tenuto un corteo non autorizzato in centro, sfociato infine in piazza del Duomo. Tutto questo, mentre le forze dell'ordine hanno bloccato l'accesso alla galleria Vittorio Emanuele II. In entrambe le manifestazioni, sono stati tenuti discorsi critici nei confronti del governo, dei media e del Comitato tecnico scientifico. Nel tardo pomeriggio di ieri, il Corriere della Sera riportava che i manifestanti nel capoluogo lombardo erano circa un migliaio, mentre Il Giorno riferiva di «alcune migliaia». Di «oltre un migliaio di persone» ha parlato Fanpage in riferimento all'evento romano. Sono invece stati intorno ai 1.000 - secondo il Secolo XIX - i dimostranti che hanno manifestato nel tardo pomeriggio di ieri a Genova in piazza De Ferrari. In particolare, tra gli slogan presenti sono comparsi: «Libertà, libertà», «No green pass» e «Giù le mani dai bambini». Si sono tenute anche - così come in altre città - manifestazioni di cordoglio per la recente scomparsa di Giuseppe De Donno. Una protesta registratasi sempre ieri a Savona ha raccolto - secondo La Stampa - circa 150 persone. Alcune decine di dimostranti hanno, dal canto loro, inscenato delle proteste a Sanremo. A Torino, alcune centinaia di manifestanti si sono riunite in piazza Castello e sono state raccolte delle firme contro il green pass. Tutto questo, mentre proteste similari si sono tenute anche in altre città piemontesi (come Biella, Casale, Cuneo, Novara e Vercelli). Sono invece state circa 300 le persone che si sono date appuntamento a Napoli in piazza Dante, mentre ottocento manifestanti - secondo L'Adige - hanno sfilato per le vie di Trento con slogan similari a quelli usati nei raduni svoltisi negli altri centri cittadini. Alcuni problemi si sono registrati invece nella città di Livorno, dove - secondo quanto riportato dalla testata Il Telegrafo - gli organizzatori del corteo di protesta non avrebbero presentato alla Questura adeguato preavviso. Ma le manifestazioni non si sono tenute soltanto in Italia. Numerosi dimostranti sono infatti scesi in strada ieri in Francia, per contestare l'introduzione del green pass che nel Paese dovrebbe entrare in vigore dal 9 agosto. Secondo quanto riferito dall'agenzia di stampa La Presse, migliaia di persone hanno protestato a Parigi, dove erano stati schierati circa 3.000 agenti di polizia: si sono, a tal proposto, verificati dei tafferugli tra dimostranti e forze dell'ordine. Le proteste non hanno comunque interessato soltanto la Capitale, ma anche altre città francesi.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.