Professor Alberoni, lei è stato appena impegnato, come candidato, alla tenera età di 90 anni!
«Che vuole che sia?».
Beh, non è uno scherzo.
«Ma si figuri! Io da sempre studio, giro, faccio conferenze, viaggio in Italia e nel mondo. Pensa che una impresa di questo tipo potesse spaventarmi?».
Davvero?
«Sto bene fisicamente, mi diverto. Nei prossimi giorni andrò a parlare a Tolentino a Verona a Spoleto. Parlo del mio ultimo libro, Amore mio come sei cambiato, scritto insieme con Cristina Cattaneo».
Mi sorprende vederla impegnato a questa età in una attività di conferenziere quasi febbrile.
«Scherza? Amore mio racconta la sopravvivenza dell’innamoramento in un tempo di frantumazione della coppia e di legami forti… E lei crede che io sia così rimbambito da non poter tenere una conferenza su ciò che studio da una vita?».
Ma si figuri se sottovaluto le sue possibilità. Sono stupito. Scrive anche con il computer?
«Cosa vuole che usi? La macchina da scrivere? Scrivo con World, navigo su Internet, uso Google per fare ricerche, ho la piena padronanza degli strumenti del terzo millennio!».
E adesso ha anche corso con Fratelli d’Italia per il Parlamento europeo.
«Sì, è stata una scommessa, una battaglia di testimonianza ideale. Ho chiuso la mia campagna venerdì a Bergamo con Giorgia Meloni».
Lei è anche il responsabile culturale del partito.
«Quello è un pennacchio, che si mette in testa a qualcuno per dargli un titolo. Un gesto affettuoso».
No, la vogliono in prima linea.
«Se volessero farmelo fare davvero, questo lavoro, mi impegnerei molto volentieri. Contribuire a formare le persone è ciò che faccio da tutta la vita. In politica c’è un disperato bisogno di persone formate intellettualmente».
Com’è il suo rapporto con la Meloni?
«Ottimo. È l’unica che mi ha dato retta. L’unica ad aver avuto l’intuizione che io potessi e volessi svolgere un ruolo politico».
È nato nel 1929, ma è sempre al centro della scena. A quasi 90 anni Francesco Alberoni spiega la scelta di candidarsi, di impegnarsi. Senza rinunciare alla sua prima passione: il lavoro intellettuale.
Lei avrebbe potuto candidarsi con Silvio Berlusconi, che conosce molto bene da tanti anni.
«Ah ah ah…».
Perché sorride?
«Perché dovrei raccontarle dell’ultima proposta che gli ho fatto».
Lei?
«Sì, gli ho scritto una lunga lettera in cui gli ho spiegato perché volevo fare una grande intervista con lui sull’amore».
Ahia…
«Ma mica penserà che mi fregasse qualcosa delle olgettine! O dei pettegolezzi, o di qualche scabroso aneddoto di gossip ambientato ad Arcore?».
No, si figuri se lo immagino.
«Pensavo veramente a un saggio sulle passioni, sulle idee di un grande leader che ha teorizzato il suo rapporto con i sentimenti».
Sto provando a immaginarmi questo libro.
«Se mi concede un po’ di immodestia sarei stato l’unico che poteva scrivere un saggio di questo tipo ad alto livello. Sarebbe stato un best seller mondiale. Peccato».
Non ne dubito. Lui che cosa le ha detto?
«Non mi ha risposto».
Ah. Forse non ha avuto tempo ?
«Macché! Ho chiamato diciotto volte le sue segretarie, non ha mai nemmeno alzato il telefono per salutarmi. Ne deduco che la questione lo imbarazzasse».
Magari ci legge e ci ripensa.
(Sorride). «Sarebbe nel suo interesse, non nel mio».
Lei, che ha una storia culturale tutta diversa, candidato con il partito più a destra della politica italiana.
«Io mi considero un liberale di sinistra. Tuttavia corro da indipendente, con chi mi ha garantito questa libertà».
La Meloni.
«Ovvio. Ho corso con le mie idee, con la mia cultura, la mia formazione in un partito che sta crescendo, sta aprendo i suoi orizzonti, e si può incontrare con il mio percorso intellettuale su un tema decisivo».
Quale?
«Il ceto medio. Il ceto medio in questi anni è stato il cardine della società italiana ma è stato anche distrutto dalle politiche messe in atto da tutti gli ultimi governi».
Anche da questo, secondo lei?
«Questo è un governo improvvisato, che non ha nessuna idea di progetto, che naviga sospinto da sentimenti populisti scomposti».
Ma perché candidarsi e non limitarsi a scrivere?
«Per me correre, in un momento drammatico e pericoloso, è stata un’idea di testimonianza civile. In queste ore non so ancora se sarò eletto, e ne dubito fortemente. Ma non mi importa nulla».
È davvero così preoccupato per il tempo che viviamo?
«Ho avuto l’impressione che stiamo vivendo un periodo storico pericoloso. Forse il più complesso dal dopoguerra a oggi».
Addirittura?
«L’Europa è priva di identità e di guida, in balìa delle grandi potenze. L’Italia si scopre piccola nello scenario mondiale, priva di una guida forte e rischia il tracollo».
È scettico sui gialloblù?
«Uhhhhh… Questo è un governo che non so bene cosa sia, che non ha un piano. Litigano dalla mattina alle sera, cosa che mi pare ridicola e intollerabile».
Però reggono.
«Sì, ma a che prezzo? Sono assolutamente contrario alla prosecuzione di questa alleanza. La Meloni ha avuto coraggio a tenere una posizione critica che adesso paga».
Le piacerebbe fare il ministro?
«Ma nemmeno sotto tortura! Non sono mai stato interessato a ruoli amministrativi».
Come si considera?
«Io sono e rimango uno studioso. Lei sa che i miei libri sono tradotti in trenta lingue?».
Conosco il suo successo editoriale.
«Voglio darle un’idea. Solo in Giappone, L’ottimismo ha venduto un milione di copie».
È vero che lei avrebbe potuto candidarsi anche con il Pd?
«Il Pd è un partito paralizzato. Afono. Privo di grandi messaggi. Non ho barriere ideologiche che mi separino da un partito riformista. Ma sono preoccupato per l’assoluta mancanza di idee e progetto».
E il M5s?
«Io credo alla democrazia rappresentativa. La democrazia diretta teorizzata da Casaleggio, di fatto, è il controllo dei pochi. Anzi, dei pochissimi. Io credo ancora nel Parlamento. Credo alla vecchia democrazia rappresentativa su cui noi abbiamo costruito la nostra libertà».
Non le piace il sistema Rousseau?
«Non voglio uno Stato autocratico, un potere occulto efficiente e inquietante. Alla fine di questo percorso cosa c’è? Un direttorio o un triumvirato al posto delle Camere? Per carità».
Cosa pensa della rivolta nelle periferie?
«Quando vedo quella gazzarra contro i rom provo orrore».
E si trova bene in Fdi?
«Ho scoperto un partito giovane, leggero, mai demagogico, pieno di persone che lavorano con passione, hanno curiosità culturali, motivazioni».
E le sue idee di indipendente sono compatibili con le loro?
«Perché no? Io vorrei uno Stato federale, leggero. La Meloni è forse più antieuropeista di me, ma sono dettagli. Anche io sono disgustato dai poteri meschini burocratici che volevano livellare la grande idea dell’Europa appiattendola su un’architettura di regole ottuse».
È vero che si sarebbe voluto iscrivere a filosofia, ma non poteva perché aveva la maturità scientifica?
«È vero. La scelta ha cambiato la mia vita, perché mi ha portato a studiare medicina».
Si è divertito negli anni alla Rai?
«Ho fatto il mio dovere. Se pensa che programmi messi in piedi da me, 15 anni fa, come Ballando con le stelle, sono ancora in piedi, significa che non ho lavorato male».
E la cosa più importante che ha fatto a viale Mazzini qual è stata?
«L’equilibrio. Siamo riusciti a evitare che la Rai e Mediaset si sorpassassero troppo. Berlusconi tende sempre a comandare, ma con me non ci è riuscito».
È un po’ eurocritico anche lei?
«Il cambio della moneta ha dimezzato il potere di acquisto della gente. È stata massacrata la classe media».
Sembra di sentire Beppe Grillo.
«Ma non dica blasfemie! Cosa rappresenta culturalmente Grillo?».
Me lo dica lei.
«Nulla. Quale moralità rappresenta Davide Casaleggio? Niente, pura propaganda. A me stanno a cuore i problemi veri, profondi, epocali».
Ad esempio?
«Siamo stretti in mezzo ai nuovi monopoli del tempo digitale. Google, Amazon. Oggi la gente viene sfruttata molto più di un tempo. La classe media viene ridotta in brandelli. Il mio impegno parte da questa angoscia».
Il suo primo libro, del 1963, si intitolava L’élite senza potere. Un tema attuale.
«Ma adesso il leader ha recuperato il distacco di cui parlavo grazie ai social. La politica si è americanizzata».
Cosa le ha regalato la formazione a medicina?
«La capacità di investigare. Io avevo sempre voluto fare una sola cosa. Studiare l’animo umano. Io sono sempre stato un creatore, non un amministratore».
Nella sua autobiografia dice che si sente tra i padri fondatori della sociologia.
«Perché è una scienza relativamente giovane che ho accompagnato nel suo percorso di crescita. Io penso a Vilfredo Pareto, a Max Weber, a un grande intellettuale come Jean Morin. E mi sento uno di loro».
Non è poco.
(Ride). «Lei mi prende per un megalomane, e invece deve sapere che per me è un peso. Sono, mi sento, come l’ultimo dei moicani».
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