Travaglio e l’insulto gratuito a Cervi
Il direttore del «Fatto» scrive che dopo il rifiuto (che non ci fu) di Enzo Bettiza alla direzione del «Giornale», Silvio Berlusconi non trovò nessuno. Un affronto a un grande uomo e scrittore.

Marco Travaglio, nella rubrica quotidiana che tiene sul Fatto quotidiano, si è occupato di me e di quando, all’incirca 25 anni fa, a 39 anni, venni nominato direttore del Giornale, riportando la ricostruzione di Enzo Bettiza il quale, insieme a me, avrebbe dovuto codirigere la testata fondata da Indro Montanelli.

Travaglio dice che, una volta capito che la sua sarebbe stata una direzione onoraria e che il vero direttore sarebbe stato il sottoscritto, Bettiza rifiutò. In realtà le cose non andarono così e i pochi testimoni ancora in vita le possono raccontare. Fui io a rifiutare, perché la proposta, fattami da Amedeo Massari, cioè dall’uomo di fiducia della famiglia Berlusconi, non da Paolo o da Silvio, che neppure conoscevo, mi parve un gran pasticcio.

I ruoli che avremmo dovuto avere Bettiza e io, entrambi direttori, non erano chiari. Enzo pretendeva un risarcimento per essere stato allontanato dal Giornale che aveva contribuito a fondare dopo la rottura avuta con Montanelli, mentre io non ero in cerca di risarcimenti, ma semplicemente volevo fare Il Giornale e, come mi era stato chiesto, salvarlo. Negli incontri avuti con l’autore del Mistero di Lenin capii che la convivenza sarebbe stata difficile, anche perché nessuno gli aveva detto con chiarezza che io sarei stato direttore e non condirettore, ruolo che peraltro avevo già svolto ai tempi di Vittorio Feltri. Quando al Savini la cosa gli venne spiegata dalla persona che stava trattando il contratto con l’editore, la reazione di Bettiza fu la seguente: «Ma allora sono dei barboni, mi devono dare molti più soldi».

Risultato, vista la situazione e capito il pastrocchio, tornai da Massari e gli comunicai che non ci stavo: nominassero pure Bettiza, ma senza di me. Il giorno dopo venni richiamato e mi fu chiesto se fossi disposto ad avere a fianco un direttore onorario come Cervi. Conoscevo bene Mario, per aver condiviso per qualche tempo la stanza con lui, e dunque risposi sì senza esitazioni. Dopo un anno, da galantuomo qual era, essendosi reso conto di aver assolto al suo compito garantendo la transizione, Cervi mi disse di essere pronto a fare un passo indietro, ma io lo pregai di rimanere. Per tutti gli anni della mia direzione, infatti, continuò a occupare la stanza che era stata di Montanelli e che per lui aveva un valore speciale.

Travaglio scrive che dopo il grande rifiuto di Bettiza (che non ci fu), Berlusconi non trovò nessuno: cioè il povero Cervi. Era talmente un signor nessuno da avere scritto i 13 libri della Storia d’Italia che portano, oltre alla sua, la firma di Montanelli.

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