Sul processo 
a Salvini Di Maio rischia di giocarsi il movimento
Ansa

Di solito non guardo la tv, perché rientrando tardi dal lavoro preferisco parlare piuttosto che ascoltare. L’altra sera però ho seguito tutta l’intervista che Giovanni Floris ha fatto a Matteo Salvini. Più che una scelta, la mia è stata una necessità: dovendo poi commentare le cose dette dal ministro dell’Interno ero per forza costretto a sapere di che cosa avesse parlato in tv.

Sono stati 40 minuti a ruota libera, dove il conduttore di Di Martedì ha cercato di mettere in difficoltà il capo della Lega, non tanto sui temi dell’immigrazione quanto su quelli economici. Non è però questo ciò che mi ha colpito, quanto il tifo da stadio che lo studio ha tributato al vicepremier.Conosco il pubblico dei talk show e ho esperienza diretta anche di quello del programma in onda su La 7. Sono persone che applaudono, a volte sollecitati dall’assistente di studio. Ma anche quando lo fanno spontaneamente, quasi mai dimostrano grande convinzione. Battono le mani forse perché da qualche parte sta scritto che lo debbano fare, ma sempre con misura, cioè senza crederci troppo. L’altra sera no. Alle parole del ministro seguivano applausi a non finire e anche frasi di incitamento. Perfino Floris, a un certo punto, è apparso imbarazzato. Di sicuro Salvini non si era portato la claque, anche perché se il programma fosse andato in onda da Milano forse qualche imbucato avrebbe potuto esserci, ma a Roma, dove i leghisti sono sempre stati pochi, non sarebbe stato facile radunare un centinaio di fan e farli entrare negli studi senza dare nell’occhio. No, il pubblico che applaudiva non era quello del partito. Erano proprio spettatori convinti, che si spellavano le mani non soltanto quando il ministro dell’Interno parlava di immigrazione, della Sea Watch e di difesa degli interessi nazionali, ma anche alle risposte su quota 100 e il diritto ad andare a riposo senza aspettare che lo dica la Fornero. Quando l’intervista di Floris si è conclusa, oltre ad applaudire, una parte del pubblico si è addirittura alzata in piedi, quasi volesse manifestare tutto il proprio appoggio al capo della Lega.

Cito tutto ciò non tanto per attirare l’attenzione su un episodio marginale, che al massimo dimostra come il consenso di Salvini stia crescendo anche sotto il Po (una volta si diceva che la Lega era fortissima nel Nord, però non riusciva ad andare oltre il confine padano tracciato dal fiume), ma per segnalare che chi deve decidere se far processare o meno il ministro dell’Interno per il caso Diciotti non ha davanti solo lo scoglio della tenuta del governo, ma anche quello della tenuta dei suoi voti.

I 5 stelle, in pratica, sono di fronte a un bel dilemma. Se vogliono rispettare le regole che il Movimento si era dato – ossia uno vale uno e dunque tutti sono cittadini semplici, i quali se accusati devono accettare di farsi processare e se del caso farsi da parte – bisogna dire sì alla concessione dell’autorizzazione a procedere contro l’alleato leghista. Ma allo stesso tempo dare luce verde ai magistrati, consegnando loro il ministro dell’Interno, non significa soltanto far traballare – ma sarebbe meglio dire far cadere – il governo, aprendo un capitolo dagli scenari imprevedibili. La crisi dell’esecutivo, infatti, potrebbe per conseguenza portarsi dietro anche una crisi dentro l’elettorato pentastellato. Perché non c’è dubbio che una parte degli italiani che hanno votato e votano per i grillini, sul tema dell’immigrazione la pensano come Salvini.

Io non credo, come ho detto, che l’altra sera da Floris ci fosse la claque del ministro. Penso piuttosto che ci fosse un pubblico medio, composto da elettori grillini, leghisti, forzisti e, forse, perfino piddini.

Dopo la notizia della richiesta di autorizzazione a procedere contro il vicepremier, molti hanno scritto che la mossa dei magistrati farà crescere i consensi della Lega ed è molto probabile che sia così. Ma a farli aumentare potrebbe essere anche la decisione dei 5 stelle, i quali se votassero no alla richiesta dei giudici correrebbero il rischio di perdere un pezzo di elettorato radicale e giustizialista. Però se votassero sì, come sembrano intenzionati a fare, oltre a mettere a repentaglio il governo, potrebbero trovarsi davanti alla rivolta di quell’elettorato più moderato che, come segnalano vari sondaggi, ormai spesso si sovrappone a quello della Lega. Insomma, votando a favore del processo, Di Maio e compagni possono dare un dispiacere giudiziario a Salvini, ma allo stesso tempo possono fargli un enorme piacere politico, consegnandogli non dico la maggioranza assoluta del Paese, ma quasi, con risultati tutti da scoprire per il Movimento.

Risultato: nei panni del vicepremier grillino io non dormirei tranquillo, perché quegli applausi al capo leghista potrebbero presto trasformarsi in fischi per lui. E in un fiasco per il Movimento.

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