Sbraitano se noi difendiamo i confini. Intanto la Spagna alza i muri in mare
Ansa

La Spagna guidata dal nuovo leader della sinistra europea, Pedro Sánchez, corre ai ripari per ostacolare i migranti che arrivano a nuoto da Ceuta. L’ha fatto attraverso l’installazione di barriere galleggianti di 500 metri, con un’altezza fuori dall’acqua compresa tra i 30 e i 70 centimetri e una parte sommersa fino a un metro di profondità.

Quando papa Francesco parlò, a proposito di immigrazione, della necessità di «costruire ponti e non barriere», in un colloquio privato dell’ottobre del 2024, all’uscita dal Palazzo Apostolico, Sánchez delineò una visione comune tra lui e il pontefice in particolare sulla lotta alla povertà e sul problema migratorio, dicendo che condivideva con Francesco, sul tema dell’immigrazione, il punto di vista dalla quale andava valutata: umanistico e di cooperazione internazionale. Poi, trovatosi di fronte a un’emergenza con 60.000 migranti arrivati a nuoto, dei quali buona parte sono già stati rimpatriati, non ha potuto costruire quei ponti che auspicavano lui e il pontefice, ma si è trovato a dover costruire un muro, sia pure non di mattoni o di ferro, come quelli di Donald Trump, ma di plastica.

Con questo non vogliamo mettere in dubbio neanche un attimo il dovere di Sánchez di proteggere e frontiere del proprio Paese. Ma vogliamo far notare che, alla fine, quando lo hanno fatto altri Paesi, Sánchez ha sempre alzato il ditino, anche con un certo moralismo di maniera, per dire che bisognava accogliere, mentre a fucilate la Spagna respingeva i migranti irregolari. In questo caso, veramente tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Un mare che, quando tocca le coste della Spagna, sembra essere diverso dal mare che tocca le coste dell’Italia. Sulla crisi è intervenuto pure re Felipe VI, esprimendo solidarietà a Ceuta e Melilla e ricordando che «lo Stato deve vigilare sulla loro sicurezza ed evitare che questi fatti, costati la triste e tragica perdita di decine di vite, si ripetano».

Sánchez non è l’unico che in queste ore ha intensificato i controlli per impedire l’arrivo di migranti nel suo Paese. Lo ha fatto anche il Portogallo, che sta rafforzando in modo massiccio le frontiere marittime in Algarve, nel Sud del Paese, a fronte della crisi migratoria di Ceuta, pur non avendo Lisbona, fino ad ora, sospeso il trattato di Schengen, quello che assicura la libera circolazione di cittadini europei all’interno dell’Unione.

«Le immagini arrivate da Ceuta», ha detto la nostra presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, «hanno dimostrato ancora una volta quanto sia urgente una risposta europea all’immigrazione clandestina. Per questo l’Italia ha promosso, insieme alla Danimarca, una lettera sottoscritta da 22 Stati membri dell’Unione europea, che chiede un’azione comune per rafforzare le frontiere esterne, contrastare l’immigrazione irregolare, combattere i trafficanti di esseri umani, rendere più efficaci i rimpatri ed eliminare ogni fattore che possa incentivare nuovi ingressi illegali». Meloni ha proseguito: « È un segnale importante: la linea che l’Italia sostiene da tempo è oggi condivisa da un numero sempre maggiore di nazioni europee. La difesa delle frontiere esterne dell’Unione non è l’interesse di una singola nazione. È una responsabilità comune dell’Europa».

Pedrito El Drito è apparso molto scocciato da questa richiesta di 22 Paesi europei e ha sostenuto che sia dettata da «ignoranza o interessi politici» e che si tratta di un «atteggiamento contrario al diritto europeo e umanitario». Ha inoltre richiesto una riunione d’urgenza dei Paesi europei per decidere cosa fare e adottare delle misure comuni. Non ha citato l’Italia, ma essendone la promotrice, è chiaro che l’attacco era diretto principalmente a Giorgia Meloni.

Per la verità è da tempo che l’Italia chiede un coordinamento delle politiche europee per la gestione comune dei flussi migratori, ed è un decennio, almeno, che ogni dichiarazione o proposta, o accordo, cadono nel vuoto poco dopo, anzi, non si prova neanche a realizzarli, almeno in una fase iniziale e di sperimentazione. Se c’è un settore nel quale l’Europa non è riuscita a fare niente è questo, salvo che ogni Paese ha percorso la propria strada, con qualche Paese più uguale degli altri- vedi la Germania e la scelta minuziosa dei migranti dalla Siria. E l’Ue continua a non fare niente. Ogni Paese per conto suo e tutto quello che viene fatto, finché non sarà fatto a livello europeo, è solo un tampone a situazioni di emergenza.

L’Europa, a parole, ha sempre dichiarato che il fenomeno migratorio va affrontato secondo logiche umanitarie e, soprattutto, che non si può lasciare sui Paesi più esposti alla migrazione tutto il carico che ne deriva. Questo a parole. Da vent’anni non vediamo un’azione concreta, efficace e soprattutto duratura. L’Africa rappresentava per l’Europa quello che l’Europa rappresentò per gli Stati Uniti dopo il secondo conflitto mondiale: un continente da aiutare per motivi umanitari, ma anche perché, crescendo, poteva costituire un mercato di sbocco e di importazioni di primaria importanza.

Non l’ho fatto e ora si trova a dover fronteggiare continuamente, in modo sparso, questo fenomeno che è diventato enorme. Sembra che l’azione e le richieste dell’Italia stiano portando frutti e vogliamo essere ottimisti nei confronti dell’impegno della Meloni per un’Europa che reagisca a questo fenomeno in maniera compatta, sia da un punto di vista della visione generale che da un punto di vista delle azioni concrete e di cooperazione internazionale. Stiamo a vedere.

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