ranucci privacy
Sigfrido Ranucci (Getty Images)

Dopo essersi occupato per mestiere delle vite degli altri, ficcando il naso anche nelle camere da letto del potere, Sigfrido Ranucci per sé stesso invoca la privacy. Non gli va bene che un audio privato, che lui stesso avrebbe inviato a una collega e che la giornalista a sua volta ha inoltrato a un cronista della Verità, sia stato da noi reso pubblico. «È stato diffuso senza la mia autorizzazione», si lamenta il conduttore di Report, «e questo è grave».

Non credo che la trasmissione di Rai 3, prima di mandare in onda la registrazione di una conversazione tra Gennaro Sangiuliano e la moglie, inerente la relazione che l’allora ministro della Cultura intratteneva con Maria Rosaria Boccia, abbia chiesto l’autorizzazione agli interessati. Immagino che a Ranucci sia bastato che l’audio gli venisse inoltrato dalla stessa Boccia. Era rilevante ai fini dell’informazione dell’opinione pubblica quello che si erano detti la moglie e Sangiuliano quando questi l’aveva informata di avere avuto una liaison con l’influencer campana? Non credo, perché il dialogo non contribuiva certo a far capire se, durante le scappatelle dei due, fossero stati spesi soldi pubblici. Né mi pare che la conversazione abbia fatto luce sul principale interrogativo della faccenda, ovvero se frequentando il ministro la donna fosse venuta a conoscenza di una serie di segreti di Stato riguardanti il G7 della Cultura. Eppure, quando la registrazione fu trasmessa, Ranucci rivendicò il diritto di diffondere il colloquio e ovviamente la magistratura si è affrettò a dargli ragione: sia mai che si censuri la libertà di stampa.

Ora però, a lamentare la pubblicazione di un audio (non si tratta di un’intercettazione, ma di vocale registrato e da lui stesso inoltrato) è il conduttore di Report, il quale vorrebbe che nel suo caso fossero adottati standard diversi da quelli che egli ha applicato ad altri durante la sua lunga carriera da inchiestista.

Attenzione: la registrazione che lo riguarda non è stata rubata e non è neppure stata inviata da soggetti estranei. È la stessa Valentina Pelliccia, ovvero la giornalista che colloquiava con Ranucci, ad averla inoltrata a un cronista della Verità. E il collega, ritenendola interessante, ovvero da portare a conoscenza dell’opinione pubblica, ha deciso di pubblicarla. Il colloquio non tratta di una privatissima relazione amorosa, come nel caso Sangiuliano, ma verte intorno ai condizionamenti dentro la Rai, ovvero si parla di mafia e massoneria che influenzano il servizio pubblico, almeno a detta del popolare volto tv. A rilasciare tali dichiarazioni, infatti, non è un passante né l’usciere di Saxa Rubra, ma uno dei giornalisti più in vista della televisione di Stato. Ranucci, uomo dalle mille inchieste e dai molti scoop, che confida a una collega come dentro la Rai comandino mafiosi e massoni non è una questione privata, anche perché il conduttore di Report è un vicedirettore di quella stessa tv pubblica.

Oltre a invocare la privacy, adesso il collega dice che lui queste cose le ha già denunciate. Può darsi che sia colpa nostra, ma al momento non ci risulta nessuna dichiarazione resa davanti all’autorità giudiziaria per fare luce sulle indebite pressioni da parte di esponenti di associazioni criminali o di organizzazioni segrete. Può essere che alla Verità non abbiamo buona memoria oppure che qualcuno di noi si sia distratto. Tuttavia, nel caso in cui non fosse mai stata presentata alcuna denuncia in Procura e quelle di Ranucci fossero solo chiacchiere da corridoio, ai nostri occhi esisterebbe solo una soluzione e passerebbe dalle dimissioni. Il dirigente di un servizio pubblico non può restare al suo posto se si scopre che è artefice di illazioni contro la sua stessa azienda. E come si vede sospendiamo il giudizio – in attesa di saperne di più – sulle sue frequentazioni con personaggi discussi e indagati.

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