presidio fakir bologna
Ansa

Proviamo a riassumere così: il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, dopo aver convocato una manifestazione di piazza, a tal punto incendiaria nei confronti della polizia da costare il ferimento di 70 agenti e oltre 200.000 euro di danni alla città, ieri mattina si è recato in questura (sic) per denunciare gravi minacce a suo carico arrivate via social dagli hater, tanto che per lui si starebbe valutando l’assegnazione di una scorta.

Intanto, mentre il sindaco conferma la bontà delle sue scelte e scarica sul ministro Matteo Piantedosi la responsabilità politica della tensioni in atto, per questa sera, a Bologna, è previsto un nuovo raduno organizzato da collettivi e antagonisti al grido di «Fakir è stato ucciso dalle forze dell’ordine».

È vicina al paradosso la spirale in cui si sta avvitando la città dal giorno della morte di Abderrahim Fakir , il quarantaduenne marocchino deceduto, domenica scorsa, durante un controllo di polizia nel quartiere Pilastro di Bologna. E sul fatto che, in termini politici, sia stato proprio il primo cittadino a dare il giro di avvio ci sono pochi dubbi. A poche ore dal decesso di Fakir, infatti, il sindaco Lepore non solo ha richiamato le folle al raduno di piazza invocando «verità e giustizia», ma ha anche riservato alla vicenda un palco ottimamente allestito su cui è andato in scena – in modo indiscutibilmente efficace – il dolore della famiglia del morto.

Due mosse più che azzeccate per evocare i peggiori scenari americani dell’ultimo periodo, e assimilare – nell’immaginario collettivo della sinistra – la morte di Fakir a uno dei tanti soprusi perpetrati dall’Ice trumpiana. E, infatti, galvanizzati da questa ennesima possibilità mentre la nipote di Fakir, Yossra Fakir, parlava dal palco con voce rotta dall’emozione di suo zio, i collettivi bolognesi – che con la polizia hanno sempre un conto aperto – hanno messo la città ferro e fuoco incendiando auto, devastando e saccheggiando i dehor dei locali pubblici, rompendo vetrine e tutto il resto, come da copione.

Il sindaco, che probabilmente pensava di avere i bolognesi dalla sua parte, dev’essere rimasto amareggiato quando i suoi profili social sono letteralmente esplosi di critiche e offese accompagnate dall’esplicito invito a dimettersi dalla carica (18.000 commenti sotto l’ultimo post su Facebook). Non che fino alla settimana scorsa i profili del primo cittadino brillassero per numero di like, ma certo è che sul tema Fakir alcuni commentatori hanno travalicato i limiti, finendo nel calderone degli hater, che ora Lepore ha deciso di denunciare.

«Lepore ti vogliamo come Fakir». «Speriamo che qualcuno ti pianti una pallottola in testa», sono alcune delle frasi apparse sul profilo istituzionale, accompagnate, secondo l’ufficio legale del Comune di Bologna, da «tanti messaggi privati, con minacce, alcune delle quali circostanziate». Spinto da comprensibile prudenza, dunque, Lepore ieri mattina si è presentato negli uffici della questura di Bologna, gli stessi dove si era recato nei giorni scorsi accompagnando i familiari Fakir, e ha presentato una denuncia-querela, a seguito della quale il Comitato di sicurezza e ordine pubblico della città starebbe valutando l’assegnazione di una scorta.

Nei confronti del sindaco sono arrivate diverse manifestazioni di solidarietà, anche dalle forze politiche locali che stanno raccogliendo le firme per le sue dimissioni (oltre 15.000 in pochi giorni). Fdi ha sottolineato come «minacce e violenza non sono mai ammissibili, neanche a fronte di atteggiamenti incendiari e irresponsabili». Il candidato sindaco civico, Giovanni Favia, ha preso le distanze invitando tutti a «non farlo diventare una vittima». La consigliera regionale Isabella Conti lo ha lodato, invitando i cittadini a «difendere il diritto di ritrovarsi, perché la democrazia è un esercizio quotidiano» e, ovviamente, è arrivata anche la solidarietà della famiglia di Fakir, che ha espresso vicinanza e sostegno al primo cittadino. Prudenza a parte, però, sul resto della vicenda il sindaco non ha affatto cambiato idea e, confermando di aver «fatto un presidio per stare vicini a una famiglia che piangevaun morto», al ministro Piantedosi ha risposto: «Attaccare i sindaci non risolverà alcun problema».

Intanto per questa sera è prevista un’altra manifestazione, che si terrà nel quartiere Pilastro, dove il quarantaduenne abitava per chiedere «giustizia e gridare ancora più forte» per la morte di Abderrahim Farik. L’evento è stato lanciato dai collettivi cittadini e dagli attivisti di Plat, Si Cobas, del comitato MuBasta e del collettivo Cua oltre agli immancabili Giovani palestinesi e si basa sul presupposto che «la causa del fermo e dunque della morte» del marocchino sia stato «il razzismo». E la tensione è ai massimi livelli. Tant’è che il capogruppo della Lega, a Bologna, Matteo Di Benedetto, ha denunciato: «Esprimo la più convinta solidarietà ai vigili del Fuoco che, mentre erano impegnati a spegnere un incendio e a soccorrere i cittadini, sarebbero stati bersaglio del lancio di oggetti contundenti, con il grave danneggiamento di un’autoscala».

Così, in una Bologna che si aspetta di nuovo il peggio, suona come una nota dolce l’elogio del premier, Giorgia Meloni, alla signora Francesca, bolognese doc di 63 anni, divenuta famosa grazie alle immagini rilanciate da social e tv nazionali, che l’hanno vista lo scorso lunedì in piena guerriglia urbana scendere indomita, in versione casalinga, tra polizia e manifestanti per cercare di fermare la loro furia devastatrice: «Ho parlato con tre ragazzi, ma altri non mi hanno ascoltato. Continuavano a distruggere».

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