corteo napoli fakir
Un momento del presidio promosso a Napoli da collettivi, associazioni e realtà sociali per chiedere «verità e giustizia» sulla morte di Abderrahim Fakir, il 42enne deceduto a Bologna durante un fermo di polizia (Ansa)

Lo slogan più gettonato: «Polizia fascista». Seguito da: «Assassini». E da «omicidio di Stato». La morte di Abderrahim Fakir a Bologna compatta l’area antagonista. Non solo per gli slogan. A Napoli durante una manifestazione partita da largo Berlinguer, a due passi da via Toledo, con terminal alla Prefettura, insieme alle bandiere palestinesi, di Potere al Popolo, di Je so’ Pazzo-ex Opg, dell’Usb, del Movimento migranti e rifugiati, sono comparse le bandiere dei Carc, acronimo di Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo.

Non è una sigla qualsiasi. Si tratta di un’organizzazione che si professa ancora come «della sinistra rivoluzionaria» e che continua a richiamarsi alla prospettiva della rivoluzione proletaria. Appena tre mesi fa, proprio a Napoli, erano finiti nei guai tre esponenti del movimento. I magistrati gli contestavano di aver «promosso, costituito, organizzato, diretto o finanziato un’associazione che si propone di commettere atti di violenza con finalità di terrorismo e di eversione», ipotesi prevista dall’articolo 270-bis del codice penale. L’inchiesta aveva anche acceso i riflettori sull’attività di propaganda del movimento. Che per un certo periodo passava anche per una certo attivismo antisionista. Sul sito dei Carc, infatti, era stata pubblicata una lista intitolata «degli agenti dell’Entità sionista in Italia e dei loro collaboratori», nella quale comparivano i nomi di chi doveva essere messo all’indice. Giornalisti compresi.

La loro presenza al presidio di Napoli fotografa il profilo politico della mobilitazione nata attorno alla morte di Fakir. «Verità e giustizia per Fakir» e «basta omicidi di Stato», insomma, rischiano di fare da richiamo per gruppi estremisti. La manifestazione, alla fine, si è svolta senza la necessità di azioni di contenimento da parte delle forze dell’ordine. La Digos, però, monitora il sottobosco. Proprio davanti alla Prefettura partenopea il corteo ha ripetuto «vergogna» decine di volte. Poi di nuovo «assassini».

A Firenze, invece, oltre 200 persone hanno partecipato al presidio davanti alla Prefettura promosso da Cgil, Anpi e Arci. Il titolo della manifestazione: «È stato morto un uomo». La formula richiama il titolo del libro «È stato morto un ragazzo», sulla tragedia di Federico Aldrovandi. Da allora quella frase è stata ripresa in manifesti, cortei e presìdi organizzati per Stefano Cucchi, Giuseppe Uva e di altre persone decedute durante o dopo controlli delle forze dell’ordine. All’iniziativa hanno aderito decine di associazioni, insieme a consiglieri regionali del Partito democratico, di Alleanza dei Verdi e sinistra e del Movimento 5 stelle. Dal palco il segretario generale della Camera del Lavoro di Firenze, Bernardo Marasco, ha rappresentato quello che ritiene «un clima di odio» nel Paese, «in cui si inneggia al fatto che ogni cosa che disturba l’ordine è un elemento che deve essere addirittura punito col sangue. Questo è un sentimento che produce solamente uno sconfortante senso di abbandono sociale. Ed è inaccettabile». Mentre Lorenzo Ballini, di Arci Firenze, ha invitato a non «arrendersi all’indifferenza». Quello di Fakir, ha arringato, «è un nome che dobbiamo tenere a mente per continuare a non arrenderci all’indifferenza e non arrenderci all’idea che tutto questo sia accettabile».

Anche a Firenze tutto è filato liscio. Le due piazze, però, raccontano lo stesso fenomeno. A Napoli è scesa in campo anche la componente più estrema dell’area antagonista. A Firenze la mobilitazione ha coinvolto sindacati confederali, associazioni storiche della sinistra e rappresentanti delle opposizioni. Mondi diversi, ma uniti dalla stessa parola d’ordine: trasformare la morte di Abderrahim Fakir in un caso nazionale capace di compattare la sinistra. Compresa quella radicale.

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