La Schlein ha fatto fuori anche l’ultimo cacicco
Andrea Orlando ed Elly Schlein (Ansa)
L’ex ministro era uno degli ultimi capi corrente che potevano darle fastidio. Resta De Luca. Ma ora il partito è nelle sue mani.

Il Pd in Liguria ha perso, ma la giovane segretaria che lo guida non ha motivo di piangere. E non soltanto perché il Partito democratico è risultato primo fra tutti quelli in lizza, doppiando Fratelli d’Italia, ma anche perché Elly Schlein, con il voto di domenica e lunedì, ha risolto molti dei problemi che si è trovata davanti quando ha messo piede a largo del Nazareno. I tanti capi corrente che dopo la vittoria alle primarie hanno cercato di condizionarla, tirandola per la giacchetta da una parte e dall’altra, a uno a uno sono stati messi in condizione di non nuocere e l’ultimo si chiama Andrea Orlando. L’ex ministro della Giustizia e del Lavoro, capo della corrente di sinistra, era fra coloro che l’avevano appoggiata nella sua scalata al partito e in cambio si attendeva una ricompensa che non c’è stata.

Approfittando della caduta di Giovanni Toti e di un’inchiesta giudiziaria che rischiava di spazzare via il centrodestra, Orlando ha, perciò, pensato che candidarsi nella sua Regione natale per riconquistare la Liguria e segnare l’inizio della riscossa del Pd sarebbe stato utile anche a fini interni. Da Genova, immaginava, avrebbe potuto avere più voce in capitolo che a Roma. Calcoli che, all’apertura delle urne, si sono, però, rivelati sbagliati e ora per Orlando sarà difficile proporsi come punto di riferimento di una corrente che mira a condizionare la segretaria. La sconfitta, di fatto, lo relega in un angolo dal quale non sarà facile uscire.

Così, piano piano, con quella sua aria un po’ naïf, da leader che nessuno ha visto arrivare e che nessuno finora ha capito dove voglia andare, Elly ha mandato in pellicceria le vecchie volpi. Dario Franceschini conta sempre meno e si dà alla scrittura di romanzi, un po’ come fece Walter Veltroni quando fu costretto a lasciare la guida del Pd dopo una serie di sconfitte. Stefano Bonaccini, il rivale alle primarie, è sistemato a Bruxelles, da dove di certo non pensa a fare opposizione alla segretaria. Spedito in Europa anche Nicola Zingaretti, mentre un altro ex segretario come Enrico Letta si è spedito da solo. Lorenzo Guerini, ex ministro della Difesa e capo di Base riformista, un tempo correntone moderato dentro il partito, guarda e tace, lasciando intendere di non avere alcuna voglia di diventare il catalizzatore degli scontenti. Dario Nardella, dopo essersi preso una rivincita sul suo ex mentore, Matteo Renzi, sconfiggendolo alle elezioni di Firenze, si gode l’elezione al Parlamento europeo, saltando da un programma tv all’altro ma senza alcuna voglia di capitanare l’opposizione interna.

Quanto ai big, non c’è più nessuno: Massimo D’Alema si occupa di vendere aerei e incrociatori alla Colombia, Piero Fassino si è suicidato con una boccetta di profumo e Walter Veltroni pensa di essere il nuovo Federico Fellini. Perfino Michele Emiliano si è quietato, annunciando l’indisponibilità a un terzo mandato (che peraltro non c’è) e sognando un approdo in Parlamento tramite Francesco Boccia. Dei problemi interni, l’unico ancora irrisolto si chiama Vincenzo De Luca, il quale non ha alcuna intenzione di farsi da parte nonostante Schlein non voglia fare alcuna deroga sulle candidature, ma alla fine c’è chi dice che la segretaria cederà per non perdere la Campania. Ricordate quando, alla prima assemblea del nuovo Pd, Elly promise di estirpare cacicchi e capibastone? Detto fatto.

Fin qui siamo alle divisioni dentro il Pd, ma poi ci sono quelle nella coalizione. E anche in questo caso il voto in Liguria ha risolto un po’ di problemi. Il primo è quello che riguarda i rapporti con Giuseppe Conte il quale, con un Movimento ridotto a meno del 5%, ha poco da pretendere. Ma le elezioni di domenica e lunedì hanno indicato la strada anche a Renzi senza che Elly abbia detto niente: la sconfitta per 9.000 voti, infatti, apre la porta anche a lui per una grande e poco omogenea ammucchiata.

Osserva un esperto di cose fra compagni: «In fondo, l’ex premier e la nuova segretaria si somigliano: entrambi outsider, sono arrivati giovani alla guida del partito facendo piazza pulita dei vecchi arnesi e, come Renzi, Schlein decide tutto da sola, circondata da una ristretta cerchia di fedelissimi». Non so se il leader dem sarà contento dell’accostamento. Ma una cosa è certa: la vecchia guardia che pensava di liberarsi in fretta di Schlein per sostituirla conPaolo Gentiloni dovrà ricredersi. Nessuno l’ha vista arrivare, ma lei è decisa a restare.

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