L’America fa la furba sulle sanzioni. Noi lasciamo al gelo imprese e famiglie
Joe Biden (Drew Angerer/Getty Images)
Gli Usa salvano i fertilizzanti russi, qui pensiamo di spegnere persino i lampioni. La soluzione Ue? Meno docce contro lo zar.

Il noto filosofo di Zagarolo che risponde al nome di Stefano Ricucci userebbe termini più coloriti ma noi, per rispetto dei lettori, ci limitiamo a dire che è facile applicare le sanzioni con il portafogli degli altri. Già ieri abbiamo raccontato che dei 20 principali oligarchi russi solo quattro sono stati sanzionati dagli Stati Uniti, a fronte dei dieci messi nel mirino dalla Ue e dalla Gran Bretagna. Che cosa abbia spinto gli americani a graziarne sei, togliendoli dal mazzo dei magnati cari a Putin, è un mistero. Ma ancor più oscura è la decisione della Casa Bianca di eliminare alcune produzioni russe dall’elenco di quelle messe al bando. Le sanzioni servono a piegare Mosca e indurla, se non al ritiro, quanto meno a una tregua. Per questo sono stati colpiti generi di prima necessità o beni che sono indispensabili per alimentare il processo produttivo di diversi Paesi europei. Curiosamente però, il Tesoro americano il 24 marzo, oltre a togliere l’embargo per le medicine e per tutto ciò che riguarda la lotta al Covid, ha inserito tra le esportazioni russe da graziare i semi, i raccolti e le commodities agricole, i fertilizzanti. Ora, si può comprendere che i farmaci abbiano un trattamento speciale e debbano rimanere fuori dal perimetro delle misure contro la guerra. Tuttavia, non si capisce che cosa c’entrino i semi e i fertilizzanti: non sono produzioni come le altre? Ma se bisogna costringere Putin a mollare l’osso, mettendolo con le spalle al muro grazie a sanzioni che colpiscano il portafogli degli oligarchi e della grande industria, che senso ha esentare alcuni commerci? La risposta è semplice: senza i semi e i fertilizzanti, la produzione agricola americana crollerebbe. Come verrebbero seminati gli ettari di campi del Kansas o dell’Ohio? E con che cosa verrebbero «vitaminizzate» le coltivazioni delle Great Plains o della California? La Russia, oltre a vendere grano a mezzo mondo, è la più grande esportatrice di fertilizzanti e se le fosse impedito di commercializzarli avrebbe un danno economico rilevante, ma al pari lo avrebbero pure i Paesi acquirenti, tra i quali c’è, appunto, l’America.

È ovvio: si fa presto a sostenere la guerra, inviando razzi e imponendo l’embargo, se poi il conto lo paga qualcun altro. E che i costi siano prevalentemente a carico dell’Europa e non di altri lo si capisce quanto più questa guerra continua. Il blocco, o per meglio dire il danno economico che dovrebbe mettere in ginocchio la Russia sta dispiegando i propri effetti quasi più sulla Ue che su Putin e compagni, prova ne sia che al momento siamo noi europei a rischiare di doverci attaccare alla canna del gas. La ritorsione russa si è già fatta sentire con il rialzo delle quotazioni, ovvero con un sovrapprezzo per la nostra economia e per quella della Germania, i due Paesi che più dipendono dalle forniture russe. Le rassicurazioni fin qui esibite dagli alleati non sono servite a fermare le pretese di Putin, il quale sa benissimo di avere il tubo dalla parte del manico e, se costretto, è pronto a darcelo in testa. Le soluzioni annunciate (navi cariche di gas liquido in arrivo dagli Stati Uniti o metano comprato da altri Paesi) non sono soluzioni o per lo meno non lo sono a breve. Dunque, se la guerra continuasse ci dovremmo preparare a distacchi programmati per consumare meno energia. Che cosa s’intende? Lo ha spiegato ieri sul Foglio Claudio Cerasa, una delle migliori penne armate, pronte a combattere dal proprio salotto di casa. Il direttore del quotidiano ha rivelato che il governo si è fatto preparare un piano dalle società del settore. Un libro di 120 pagine in cui, oltre a descrivere come recuperare meno della metà del fabbisogno nazionale con gnl, centrali a carbone e importazioni dall’Africa, si parla di abbassare la temperatura nelle abitazioni (traduco: preparatevi a battere i denti) e ridurre il consumo delle imprese per cinque giorni al mese. In pratica, in azienda si andrà con il cappotto, sempre che per contenimento dei consumi non si intenda spegnimento, ossia sospensione delle attività. Poi si potrebbero spegnere le luci delle strade. Così facendo si risparmierebbero tre miliardi di metri cubi, che si unirebbero ai 15 recuperabili con importazioni alternative. Al conto finale mancherebbero sempre una decina di miliardi di metri cubi o per lo meno 7 se si prende per buona la stima che da Mosca ne importiamo 27 miliardi (all’inizio della guerra, curiosamente, si parlava di 33: si vede che con il passar del tempo diminuiscono), ma forse per quelli mancanti si potrebbe sopperire sperando in un inverno meno rigido. Oppure, come suggerisce Margrethe Vestager, commissario Ue per la concorrenza: «Controllate le vostre docce e quelle dei vostri figli adolescenti. E quando chiudete il rubinetto dite: “Prendi questa, Putin!”». Inaugurando così, dopo la resistenza sul divano, anche quella in bagno. Naturalmente in America non hanno di questi problemi e possono sostenere l’Ucraina senza aver bisogno di mettere la giacca a vento anche in salotto o razionare l’acqua. Certo, indossare l’attrezzatura d’alta montagna o rinunciare a lavarsi non è un problema per i novelli partigiani da scrivania. Tuttavia, voglio far mie le parole di un altro direttore, che forse i problemi delle aziende italiane li conosce più di tanti editorialisti con il birignao. Fabio Tamburini, del Sole 24 Ore, ha detto una cosa semplice: «Se noi dobbiamo mettere le sanzioni, il costo deve essere a carico di tutti». Tradotto: cara America, è facile difendere l’Ucraina senza pagare il conto. Insomma, siamo sempre lì, al filosofo di Zagarolo. Quello che ci manca è un governo che lo dica.

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