Conte passa da avvocato del popolo ad avvocato di sé stesso
Ansa

Quando si insediò a Palazzo Chigi, Giuseppe Conte, lo sconosciuto professore di diritto estratto all’improvviso dal cappello di Luigi Di Maio per l’incarico di presidente del Consiglio, si definì l’avvocato del popolo, cioè il difensore degli interessi della gente comune. Più passa il tempo e più però si ha la sensazione che Conte in realtà sia il legale dello stesso Di Maio e in generale degli interessi del Movimento 5 stelle all’interno del governo. In principio, il ruolo da docente lo aveva messo un po’ sopra (…)

(…) le parti, attribuendogli una funzione di sintesi fra le due anime che compongono la maggioranza. Ma con il passare dei mesi e l’acuirsi delle divisioni fra grillini e leghisti, Conte non appare più l’arbitro di una partita complessa, come certamente si è trovato spesso a fare quando venne chiamato a dirimere contenziosi fra soggetti diversi. Sarà per l’avvicinarsi delle elezioni, sarà per il nervosismo che serpeggia ogni volta che arriva qualche impietoso giudizio dei sondaggi (l’ultimo dà il partito di Matteo Salvini vicino al 37%, mentre quello di Di Maio sarebbe appena sopra il 22, con un calo di oltre un punto sulle precedenti misurazioni), sta di fatto che invece di sembrare super partes, Conte appare una parte della maggioranza, quella grillina.

Lo si è visto anche ieri, con l’intervista concessa al Corriere della Sera, in un momento certo complesso della vita del governo. Dopo l’avviso di garanzia al sottosegretario ai Trasporti, il salviniano Armando Siri, Conte avrebbe avuto tutto l’interesse a calmare gli animi, cercando di gettare acqua sul fuoco. Al contrario, leggendo le risposte distillate dal professore, si ha la sensazione che preferisca buttare un po’ di benzina, cercando di attizzare l’incendio anziché spegnerlo.

Che dopo un anno trascorso pericolosamente insieme, Di Maio e Salvini non si sopportino più è cosa assai nota. All’inizio, i due provarono a far credere di andare d’amore e d’accordo, ma poi le divisioni quotidiane e lo scambio di battute si sono fatti così numerosi che a fingere un’intesa che non c’è non ci provano neanche più. Il capo leghista e quello grillino corrono da soli e vanno in direzioni diverse. I temi che li dividono sono così tanti che ormai non basta nemmeno rinviarli, perché comunque, dalla Tav all’autonomia regionale, dalle tasse al diritto di famiglia, prima o poi i nodi vengono al pettine. In queste settimane i due alleati se le sono suonate di santa ragione e tutti hanno compreso che ormai non si tratta più di un gioco delle parti, ma di una partita per la sopravvivenza. In discussione c’è il futuro politico dello stesso Di Maio, il quale scruta con preoccupazione la discesa dei consensi del Movimento 5 stelle, nel timore che la soglia psicologica del 20% venga rotta. Se dalle urne il 26 maggio uscisse un risultato inferiore, il vicepremier grillino potrebbe dire addio alla carriera politica. Dentro il Movimento si scatenerebbero quelli che non vedono l’ora di soffiargli il posto e per lui sarebbe molto difficile resistere. Anche perché accanto non avrebbe un alleato con il 17%, ma probabilmente uno con più del 30, anche se ottenuto nelle elezioni europee.

Anche Salvini, però, ha i suoi guai. Non solo quelli che gli ha provocato Armando Siri, ma anche quelli della tenuta del suo elettorato. È vero che i consensi crescono e non sembrano arrestarsi, arrivando a sfiorare – almeno secondo i sondaggi – il 40%, ma nonostante tutto qualche scricchiolio si sente. Gli imprenditori del Nord non si accontentano delle rassicurazioni e delle promesse del capo leghista, e in Veneto e Lombardia c’è chi mugugna per l’autonomia di continuo annunciata ma non ancora realizzata. Salvini sa bene di ballare su una sottile lastra di ghiaccio che potrebbe rompersi all’improvviso e questo lo induce a reclamare un cambio di passo, per presentarsi agli occhi dell’elettorato moderato non solo con gli innegabili successi sul fronte dell’immigrazione e della legittima difesa, ma anche con qualche tangibile risultato per quanto riguarda l’economia.

E in questa battaglia fra alleati, dove Di Maio e Salvini non si risparmiano colpi sotto la cintura, Conte che fa? Invece di placare gli animi si mette a difendere il primo. Il tono sembra quello del genitore che nella lite fra due fratelli prende le parti di quello ritenuto più debole. In realtà, l’avvocato del popolo sa che se il vicepremier grillino sarà sconfitto alle elezioni, il primo a pagarne le conseguenze sarà lui e insieme a lui il suo governo. Più che l’avvocato difensore di Di Maio, in fondo è l’avvocato di sé stesso.

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