«È l’11 settembre della Chiesa». L’arcivescovo Georg Gänswein, prefetto della Casa pontificia e segretario di papa Benedetto XVI, pronunciando queste parole non ha fatto il nome di Carlo Maria Viganò, ma la figura dell’ex nunzio negli Stati Uniti ha aleggiato ieri nella sala della Camera dei deputati in cui si presentava il libro di Rod Dreher sulla crisi della Chiesa. Padre Georg, così era conosciuto quando si presentava al fianco di papa Ratzinger, non ha certo usato a caso il paragone degli attentati terroristici contro le Twin Towers. In America quella tragedia di 17 anni fa cambiò la storia, segnando l’inizio di una depressione politica ed economica da cui gli Stati Uniti ancora non sono usciti. Allo stesso modo, lo scandalo degli abusi sessuali commessi da sacerdoti e alti prelati nei confronti di giovani seminaristi ha fatto precipitare la Chiesa in una crisi da cui al momento non sembra essere capace di trovare la via per una resurrezione.
Nel giorno dell’anniversario, l’arcivescovo Gänswein ha maneggiato con cura il parallelo storico dell’attacco all’America, dicendo di non voler mettere sullo stesso piano la morte di quasi 3.000 innocenti con i numeri degli abusi nell’ambito della Chiesa. Ma la citazione degli attentati al World trade center e al Pentagono è servita a padre Georg per dire che, se le cattedrali non sono ridotte in macerie, ci sono comunque molte anime «ferite irrimediabilmente e mortalmente da sacerdoti cattolici», «un messaggio ancor più terribile di quanto avrebbe potuto essere la notizia del crollo di tutte le chiese della Pennsylvania insieme alla basilica del Santuario nazionale dell’Immacolata concezione a Washington». Le parole del segretario di papa Benedetto XVI devono essere state scelte con cura, anche perché l’arcivescovo non parlava a braccio. E con attenzione, pur senza mai citare monsignor Viganò, padre Georg deve aver deciso di fare un riferimento preciso al santuario in cui il 16 aprile di dieci anni fa il Pontefice parlò «chino per la profonda vergogna» causata «dall’abuso sessuale dei minori da parte dei sacerdoti». Proprio lì, in quel seminario, operava il discusso cardinale Theodore Edgar McCarrick, quel «corruttore di generazioni di seminaristi» di cui Carlo Maria Viganò dice di aver parlato a papa Francesco già nel giugno del 2013, cioè ben cinque anni prima che una delle sue presunte vittime decidesse di raccontare le molestie a un cronista del New York Times, costringendo Bergoglio a destituire il prelato, privandolo della berretta rossa.
Papa Ratzinger aveva deciso di isolare il cardinale McCarrick, togliendolo dal seminario e costringendolo a rinchiudersi in silenzio e preghiera, ha scritto Viganò nel suo memoriale. Sul suo comportamento predatorio nei confronti dei giovani a lui affidati in Vaticano c’era un dossier e io stesso nei parlai con papa Francesco, ha aggiunto ancora l’ex nunzio. Il segretario particolare di Benedetto XVI ovviamente fin su questo terreno ieri non si è spinto, com’era naturale immaginare. Tuttavia parlare di questi fatti, dello scandalo degli abusi sessuali in Pennsylvania e a Washington, descrivendoli come l’11 settembre della Chiesa, è già molto. Significa dire che non bastano il silenzio e la preghiera. Che è ora di parlare, non di rinchiudersi a riccio di fronte alla verità. Gänswein cita le parole di Ratzinger pronunciate sull’aereo che lo portava a Fatima: «La più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa». Il nemico è dentro, non all’esterno. Sarà per questo che papa Francesco, dopo aver detto che sul memoriale dell’ex nunzio negli Stati Uniti non avrebbe pronunciato una sola parola, ieri ha sostituito tre cardinali nel gruppo del C9, il cosiddetto consiglio della Corona che affianca il Papa nelle decisioni più importanti? Tra i rimossi ci sono George Pell, il cardinale australiano accusato di aver coperto gli abusi, e il cileno Francesco Javier Erràzuriz, a cui viene addebitato non solo l’omesso controllo sul comportamento dei preti pedofili, ma anche il fatto di aver mal informato il Pontefice, spingendolo a sottovalutare quanto accaduto in Sudamerica.
Nel muro eretto in Vaticano allo scopo di evitare di fare chiarezza sulle accuse di monsignor Viganò, dunque, si intravvedono le prime crepe. L’11 settembre della Chiesa dovrebbe spingere altri, all’interno del mondo cattolico, a delle riflessioni. Secondo l’arcivescovo Gänswein, la crisi della Chiesa è «nel suo nocciolo una crisi del clero», cioè di uomini. «È scoccata l’ora dei laici forti e decisi, soprattutto nei nuovi mezzi di comunicazione cattolici indipendenti», ha concluso padre Georg, che queste cose non le ha dette a una testata controllata dal Vaticano o dai vescovi, ma in un convegno. Serve chiedersi perché?
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