Fermare i trasporti è violenza ai diritti dei cittadini
Maurizio Landini
La Cgil pretende di stoppare mezzi per dimostrare che le sue iniziative hanno successo: così i pochi dissidenti riescono a paralizzare l’intero Paese. Alla fine non ci rimettono le aziende ma solo i cittadini.

Le osservazioni più originali sullo sciopero indetto da Cgil e Uil le ha scritte un ex deputato del Pd, già senatore del Pci. Parlo di Pietro Ichino, che oltre a essere un militante di sinistra è anche uno dei più grandi esperti di diritto del lavoro. Il professore ha notato un aspetto singolare dell’astensione del lavoro proclamata dai due sindacati confederali che riguarda il blocco dei trasporti pubblici. Perché fermare treni, autobus e metropolitane, facendone una questione di principio, si è chiesto. All’interrogativo, l’ex parlamentare si è dato una risposta. «Il motivo più plausibile è questo: quando i trasporti sono paralizzati, tutti sono impossibilitati ad andare al lavoro, anche coloro che non aderiscono allo sciopero». Dunque, il blocco dei mezzi pubblici su cui tanto ha insistito Maurizio Landini fino ad accusare Matteo Salvini di aver compiuto un atto incostituzionale firmando la precettazione, non era necessario in sé, ma serviva a dare un sostegno tecnico ad altri settori. Senza lo stop ai convogli dei pendolari, la partecipazione allo sciopero, infatti, potrebbe mostrare l’incapacità di Cgil e Uil di mobilitare i lavoratori e dunque decretare il fallimento dell’astensione dal lavoro.

Ichino si è anche spinto un po’ più in là, notando un altro aspetto originale. Confrontando nell’ultimo ventennio la frequenza degli scioperi in Italia, Spagna e Francia, si è accorto che da noi si incrociano le braccia mediamente meno che in altri Paesi europei (a eccezione della Germania). Tuttavia, si è reso conto che la vera anomalia nazionale sta nel fatto che in Italia più di due terzi delle proteste riguardano il settore dei trasporti pubblici. Ora, siccome lo sciopero è una misura estrema, che danneggia un’azienda interrompendone la produzione per costringerla a trattare, il blocco dei treni di sicuro non crea un danno economico alle Ferrovie e nemmeno alle società che gestiscono le linee delle metropolitane. Anzi, le fa risparmiare. La maggior parte dei viaggiatori, infatti, ha l’abbonamento e sia le Fs che le altre aziende di trasporti non soltanto trattengono dalla busta paga dei dipendenti la giornata di sciopero, ma pagano meno la bolletta elettrica o il pieno. Scrive Ichino: «Così si azzerano i costi per retribuzioni, carburante, energia e usura dei mezzi. Per l’impresa di trasporti è una boccata di ossigeno».

In pratica, gli unici a pagare sono gli utenti, ovvero i viaggiatori e dunque la collettività, non certo i datori di lavoro che gestiscono i mezzi pubblici. L’anomalia segnalata dall’ex parlamentare del Pd è interessante, perché fa piazza pulita delle argomentazioni usate da Landini e compagni, i quali si trincerano dietro il diritto di sciopero per esercitare il diritto di ledere la libertà di ogni singolo cittadino, che è quella di viaggiare, ma anche di non partecipare a uno sciopero. Infatti, bloccando i trasporti e impedendo alle persone di recarsi al lavoro, all’Università o in qualsiasi altro posto si impedisce l’autodeterminazione di chi vuole viaggiare o vuole lavorare, principi che, come nota Ichino, sono di rango costituzionale al pari di quello che garantisce la possibilità di protestare incrociando le braccia.

Dunque, tra le molte forzature della Cgil formato Landini non c’è soltanto la contestazione delle norme che regolamentano le astensioni dal lavoro, che pure sono in vigore da vent’anni, e nemmeno il fatto che la gran parte degli scioperi è proclamato il venerdì, a ridosso del fine settimana. C’è una forzatura più grave ed è che lo sciopero colpisce la maggior parte degli italiani intenzionata a lavorare, che si vede privata dei propri diritti. Se si considera che circa un dipendente su quattro (se non uno su cinque) è iscritto al sindacato e che allo sciopero odierno non partecipa la Cisl, siamo di fronte a una dittatura della minoranza, che punta a bloccare i trasporti per impedire a chi ne abbia voglia di lavorare, studiare o viaggiare.

C’è infine un’ultima obiezione interessante tra quelle mosse da Ichino. L’ex onorevole si è accorto che sulle pensioni le tesi di Landini coincidono con quelle di Salvini e dunque lo scontro tra il leader della Cgil e il ministro dei Trasporti non è sui contenuti della Finanziaria (il taglio del cuneo fiscale e gli aiuti alle famiglie a più basso reddito non possono certo essere oggetto di contestazione sindacale). La conclusione è logica: come abbiamo spiegato nei giorni scorsi, l’oggetto del braccio di ferro è politico. Landini scende in piazza per difendere sé stesso e il proprio futuro più che i lavoratori.

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