Rinviare in attesa di ricevere dalla Ue qualche contropartita politica per addolcire la pillola agli elettori: la tattica del governo sulla ratifica del Mes procede come ampiamente previsto. Ieri la conferenza dei capigruppo di Montecitorio ha confermato per domani, venerdì 30, l’inizio della discussione generale; giovedì prossimo, 6 luglio, è previsto il voto, che potrà essere sulla ratifica o su una proposta di rinvio a dopo l’estate.
Giorgia Meloni ieri in aula alla Camera per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo di oggi e domani ha ribadito la sua posizione: «É una partita complessa», ha spiegato, «sulla quale io credo che l’Italia abbia obiettivi in questo caso condivisi dalla gran parte delle forze politiche e che sono stati oggetto di sostegno bipartisan già con i governi precedenti. Per questa ragione, lo voglio dire con serenità ma anche con chiarezza, non reputo utile all’Italia alimentare in questa fase una polemica interna su alcuni strumenti finanziari, come ad esempio il Mes. L’interesse dell’Italia oggi», aggiunge il premier, «è affrontare il negoziato sulla nuova governance europea con un approccio a pacchetto, nel quale le regole del patto di stabilità, il completamento dell’Unione bancaria e i meccanismi di salvaguardia finanziaria si discutano nel loro complesso, nel rispetto del nostro interesse nazionale. Prima ancora di una questione di merito c’è una questione di metodo su come si faccia a difendere l’interesse nazionale italiano. La Commissione europea», argomenta la Meloni, «ha presentato il 20 giugno una piattaforma, Step, per semplificare le procedure sullo stanziamento dei fondi che concede flessibilità per i settori strategici: era una richiesta che l’Italia aveva avanzato. La proposta è un importante punto di partenza per il negoziato al quale l’Italia intende contribuire, questo strumento può essere un primo passo per arrivare a un fondo europeo per la sovranità».
La Meloni torna sull’argomento in sede di replica: «Io nel merito non ho cambiato idea sul tema del Mes», argomenta il premier, «ma quello che vi ho posto non è un tema di merito, è un tema di metodo che è indipendente dall’idea che ciascuno di noi ha sull’utilità o meno del Mes, sulla capacità salvifica dello strumento. È capire se questo sia il momento per il Parlamento per discutere questa materia: questa è la questione che vi pongo indipendentemente da quello che si può pensare. Questa non è tattica».
Nel pomeriggio al Senato la Meloni è ancora più esplicita: «Siamo d’accordo», dice il capo del governo, «che non si debba tornare ai vecchi parametri del patto di stabilità. Il Mes però richiama i parametri del precedente patto di stabilità al suo interno. Quindi da una parte si dice che non ci dobbiamo tornare e dall’altra si chiede di approvare, prima di vedere i nuovi parametri, di ratificare un trattato che contiene i vecchi parametri. Le cose vanno valutate nella loro interezza anche per maggiore chiarezza».
Giorgia Meloni affonda i colpi contro l’aumento dei tassi di interesse annunciato dalla leader della Bce, Christine Lagarde: «L’inflazione è tornata a colpire le nostre economie», sottolinea la Meloni, «ma la semplicistica ricetta dell’aumento dei tassi intrapresa dalla Banca centrale europea non appare agli occhi di molti la strada più corretta da perseguire, considerato che nei nostri Paesi l’aumento generalizzato dei prezzi non è figlio di una economia che cresce troppo velocemente ma di fattori endogeni, primo fra tutti la crisi energetica causata dal conflitto in Ucraina. Non si può non considerare il rischio», avverte la Meloni, «che l’aumento costante dei tassi finisca per colpire più le nostre economie che l’inflazione, e cioè che la cura si riveli più dannosa della malattia».
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