Il femminismo misandrico odia la nascita, la vita, odia la gravidanza, odia le donne e la potenza ancestrale del loro diventare madri, odia il bambino, odia chi lo difende, odia l’amore tra un uomo e una donna, che avvelena con eterno vittimismo e criminalizzazione degli uomini della civiltà occidentale cristiana, l’unica dove la donna possa vivere in pace, salvo poi precipitarsi appena possibile a inondare di affetto stupratori di Hamas e impiccatori di donne della Repubblica islamica dell’Iran. Chiunque cerchi di difendere la vita dei bambini che le donne fanno smembrare da vivi nel loro ventre, a spese della comunità, per il femminismo misandrico è un carnefice non solo della delicata anima della donna che abortisce, ma della delicatissima anima di tutte le donne, angeliche vittime di ogni sopruso. Il sopruso dei soprusi, ben più grave delle lapidazioni iraniane e degli stupri di Hamas, è dichiarare che quello che viene bestialmente assassinato nelle nostre cliniche ostetriche è un bambino, e che questo è un crimine che grida vendetta a Dio secondo il cristianesimo. La colpa è dire alle donne che quello che uccidono è il loro bambino, un bambino che aveva nella madre, anzi nella proprietaria dell’utero, colei che doveva essere il suo primo angelo protettore, e invece ha trovato il suo carnefice, un bambino che doveva trovare schiere di paladini in tutti noi, appartenenti alla civiltà che lo ha ridotto a poltiglia in un aspiratore. E invece ha trovato dei complici che con le loro tasse pagano il suo assassinio.
L’aborto è una pratica violentemente antifisiologica, al punto che è sufficiente che qualcuno preghi davanti alle cliniche dove si uccidono i bimbi per diminuire il numero degli assassinati del 70/80%. Il 70/80% delle proprietarie dell’utero che vogliono svuotare il loro utero, vedendo che qualcuno prega per loro e per il loro piccolo, si risveglia bruscamente dall’eclissi della ragione che è l’aborto, per tornare all’umanità di essere madre. Quindi coloro che pregano, che parlano del bimbetto, che parlano del diventare madri, sono «il nemico» da abbattere. L’odio contro l’associazione Pro vita e famiglia si esplica con sedi vandalizzate, bombe incendiarie, e scritte che augurano che le sedi possano bruciare con gli attivisti dentro. I cartelloni di Pro vita e famiglia sono tolti dai sindaci perché «offendono» la delicata sensibilità e «sono violenti». C’erano fino a 16 uomini della polizia, tre camionette, a proteggere le mie conferenze dalle esagitate fanciulle dell’associazione Non una di meno, che dimostrano il loro affetto alle donne adorando i migranti islamici, gruppo etnico con maggiore percentuali di stupri contro le donne italiane. Gianluca Martone, che distribuisce volantini davanti alle cliniche abortiste, quando li ha distribuiti davanti ai licei è stato fisicamente aggredito e ha dovuto salvarlo la polizia. L’ultimo episodio riguarda l’associazione Ora et Labora in Difesa della vita. Dal maggio 2025, a Bari, si è costituito un gruppo di volontari di Ora et Labora con lo scopo di pregare davanti ai tanti ospedali abortisti di Bari e scuotere le coscienze sui temi della difesa della vita e della famiglia naturale attraverso convegni, conferenze o giornate di ritiro. Recentemente si sono tenuti due momenti di preghiera nei pressi dell’entrata dell’ospedale San Paolo di Bari, il 20 marzo e il 18 aprile, sempre segnalati alla Questura. Una decina di volontari circa hanno partecipato ai singoli momenti di preghiera che consistono nella recita del santo rosario e di preghiere per la vita e in riparazione al delitto dell’aborto. I volontari indossano pettorine con immagini sacre e frasi sulla vita, attraverso le quali vogliono testimoniare la loro contrarietà all’aborto e al suicidio assistito. Dato il freddo, tutti avevano sciarpe e berretti, pur essendo ovviamente a volto scoperto. Una volontaria ha appoggiato un cartello a favore della vita sulla grata della recinzione dell’ospedale rendendo poco leggibile un cartello sulla viabilità. È stato chiesto di spostare il cartello che è stato prontamente spostato. Tutto qui. Questo è stato «il filo d’erba», di cui poi è stata fatta «una montagna». Dopo un altro momento di preghiera del sabato scorso, lunedì 20 aprile veniva pubblicato un articolo della Gazzetta del Mezzogiorno con una foto ambigua che dava l’impressione di un volto coperto nel quale si menzionava la presenza di «donne a volto coperto», falso, che affiggono cartelloni antiabortisti la cui presenza costituisce una «pressione sui sanitari e sulle donne che accedono all’ospedale, temendo per future aggressioni fisiche». Sul cartello era scritto: «Avrà il tuo sguardo… il tuo sorriso… e sarà coraggioso perché tu lo sei stata». In effetti può fare pressione su chi vuole uccidere il proprio bambino.
«Future aggressioni fisiche» è un processo alle non intenzioni. L’assoluta gentilezza è un caposaldo di queste associazioni. I volontari si impegnano ad ascoltare chi avesse dubbi sull’aborto, offrendo alternative con aiuti concreti, indirizzandoli ad altre associazioni a tutela della vita. L’articolo dimostra tutta la desolante pochezza dello scrivente con la geniale operazione di screditamento degli uomini e delle donne che pregano davanti ai luoghi dove vengono macellati i bambini tacciandoli con appellativi come «fanatici oltranzisti» che operano sull’«onda dell’ignoranza». I medici sono in grande maggioranza obiettori perché un aborto è ripugnante, non c’è bisogno di essere fanatici di nessuna religione per trovare mostruosa la boccia dell’aspiratore che si riempie di sangue e pezzi di piccoli corpi, e quale sarebbe l’ignoranza? Queste persone ignorano che la piccola figuretta che nell’ecografia cerca disperatamente di allontanare la sonda che sta per smembrarla deve essere considerato un «ammasso di cellule», perché così lo ha definito seduto alla sua scrivania un qualche imbecille che non ha mai visto un aborto in vita sua e non sa un accidente del feto. In realtà, la maggior parte dei presenti sono professionisti. Gli attivisti sono accusati di mancanza di «empatia», sono indelicati verso chi smembra i bambini senza anestesia. Al contrario: gli abortisti non solo calpestano il diritto alla vita e alla non sofferenza della più indifesa delle creature, ma calpestano il dolore di tutte le donne che soffrono per aver abortito, un aborto involontario o un aborto volontario seguito dal rimpianto.
L’ articolo parla di «un clima pesante»: chi smembra i bambini con l’aspiratore deve poterlo fare serenamente, senza che l’attivista con il suo cartello che ricorda che ha appena ucciso una creatura umana gli rovini la pausa caffè. Ora et Labora in Difesa della Vita ha diffuso un comunicato per smentire con fermezza quanto riportato dall’articolo della Gazzetta del Mezzogiorno, e chiarire che tutto questo non è un caso, fa parte di una strategia per distruggere anche in Italia ogni diritto di critica all’orrore dell’aborto volontario. In altre nazioni gli attivisti che pregano sono arrestati. Perché le loro preghiere funzionano e salvano. Le nostre élite sono neomalthusiane e adorano l’aborto, unico «diritto» riconosciuto alle donne. Un donna non può scegliere di non vaccinare il suo bambino, di allevare i suoi bambini in un bosco. Ma può abortire, sempre, gratis, comodamente, vicino casa. Perché l’aborto è la chiave di tutto: se un bambino può essere assassinato a spese dello Stato, zittendo chi prega per lui, può essere anche venduto, deportato, abusato, smembrato per trasformarlo in linee cellulari di ricerca. Noi vogliamo che l’aborto diventi impensabile. Chi prega davanti alle cliniche è la soluzione, la soluzione perché l’aborto, che è l’eclissi della ragione, dell’etica dell’umanità, scompaia. È scritto nel Vangelo: «In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». Il fratellino più piccolo è quello che deve ancora nascere.