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Mario Lavezzi (Ansa)

Mario Lavezzi, milanese, chitarrista, cantautore e compositore di brani di grande successo discografico, ha lasciato un segno nella storia della musica leggera italiana. Celebre è il suo sodalizio con Mogol (Giulio Rapetti) e Lucio Battisti. Con lui è interessante capire l’anatomia di canzone. Per il pop nazionale i tempi sono cambiati e gli sta a cuore la formazione dei nuovi giovani talenti. Noto è il suo impegno nella Siae.

Ci parli dell’iniziativa Campus Band, focalizzata sui giovani?

«Abbiamo fatto la finale di questo corso, sostenuto da Siae, la nona edizione, dedicato agli studenti appassionati di musica. La Siae, come da statuto, deve aiutare anche i giovani under 35 che possono avvalersi dell’area “Per chi crea”. Nella finale di domenica scorsa è arrivato primo Luca Di Stefano, una voce alla Barry White fantastica. Due anni fa ha vinto un ragazzo, Stefano Pitasi, che io produco. Quando gli aspiranti s’iscrivono devono presentare un inedito e una cover e il vincitore avrà diritto alla pubblicazione del master dell’inedito compreso il video. Poi ci sono due borse di studio, una per il secondo classificato per frequentare i corsi della scuola di Mogol e un’altra, per il terzo, ai corsi del Cpm di Franco Mussida».

Se un giovane fosse dotato di talento per la canzone pop cosa può fare oggi per capirlo?

«Un tempo le case discografiche, attraverso la vendita di vinile, cassette e cd avevano la possibilità economica di investire sui giovani, facevano contratti che potevano durare sette anni. Al terzo anno la casa discografica aveva l’opzione di potersi ritirare se l’artista non aveva dato luogo a guadagni. Oggi, con lo streaming, mille streaming equivalgono a un euro. Con un milione di streaming arrivano tipo 3.000 euro agli aventi diritto, cioè pochissimo». E le case discografiche si rivolgono ai talent o a Sanremo giovani? Sì, perché in ogni caso hanno già una promozione fatta, una strada agevolata. E poi si guarda ai follower, se ne ha milioni può avere maggiori possibilità. Però funzionano tantissimo gli eventi live. La Siae ha superato il miliardo di euro di raccolta di diritti d’autore e la maggior parte arriva dai concerti live, vedi Vasco Rossi, Ultimo o anche Elodie che riempiono gli stadi…».

Iniziasti con la chitarra da autodidatta. Avevi un sogno?

«Indipendentemente dal sogno, partendo a Milano da piazza Napoli e via Giambellino, quella del Cerutti Gino di Gaber, formammo, con Tonino Longhi e Tonino Cripezzi, i Trappers. Poi mi chiamarono i Camaleonti, pensai “che meraviglia”, la vita è un’autostrada luminosa, da lì il Cantagiro, i successi come Non c’è niente di nuovo, L’oro dell’amore. Facevano 260 serate all’anno in giro per l’Italia. Poi mi arrivò la cartolina del servizio militare… Ero disperato, pensavo fosse finito tutto e invece no. Da questo tormento, da questa disperazione è nata la mia creatività. La prima canzone della mia vita è stata Il primo giorno di primavera. Scritta con Mogol e Minellono. Perché ha fatto questo successo? L’ha fatto perché prodotta e arrangiata da Lucio Battisti. Il brano vendette un milione di copie. Da qui il mio libro E la vita bussò».

I giovani ambirebbero al successo facile. Tuttavia le canzoni del repertorio nazionale bisogna anche studiarle…

«Ma certo! Parli di cultura. Io, Battisti, Pino Daniele eccetera siamo tutti partiti con un gruppo. Con il mio abbiamo dovuto imparare tantissime canzoni perché si suonava dalle 9 di sera alle 2 del mattino. Trovai in cantina una scaletta, scritta a mano e feci subito la fotocopia altrimenti si sarebbe disintegrata. Avevamo un repertorio di 260 canzoni. Quando c’era il famoso “a gentile richiesta”, se non sapevi la canzone quello andava dal proprietario del locale dicendogli “ma chi hai preso?”. Quando impari una canzone, suonandola e cantandola, inconsciamente ti fai una cultura. Bisognava studiare costantemente, quasi tutti i giorni… Un giovane deve ispirarsi a riferimenti come Mogol, De André, Gino Paoli, insomma tutti quelli che sono diventati dei giganti. Battisti sapeva tutto, non lasciava niente al caso. Per lui Otis Redding era un punto di riferimento».

Pensando a noti long playing, ci sono uno o due brani notissimi e altri molto meno conosciuti…

«Mah, non sono molto d’accordo, questo forse succede più oggi che ai tempi di Battisti o De André. I Beatles, ad esempio, facevano album dove c’erano tutte hit. Ad esempio mettevano Yesterday e Ob-La-Di, Ob-La-Da, Battisti metteva Emozioni ma anche Motocicletta, completamente diversa. C’era la fantasia…».

Può esserci una strategia per diventare celebri, tipo mettersi subito in evidenza a Sanremo come fece Rino Gaetano con Gianna?

«Non parlerei di strategia. È un fatto spontaneo. Loredana Bertè, Renato Zero, Vasco Rossi, con cui ho avuto stretti rapporti, sono artisti che vivono la loro vita quotidiana così come li vedi sul palco, anche nel modo di vestire…».

Come ricordi il tuo primo incontro con Mogol a fine anni Sessanta?

«Quando ero con i Camaleonti andavamo nel suo ufficio, alla Ricordi. Ci faceva sentire le canzoni cercando di interpretarle per convincerci. Lì lo conobbi di sfuggita. La conoscenza vera e propria è stata quando lo chiamammo io e Cristiano Minellono per Il primo giorno di primavera, io avevo fatto la musica e lui il testo, pensavamo di darla ai Dik Dik. Chiamammo Mogol perché era produttore, con Battisti, dei Dik Dik. All’epoca lavoravo alla Curci, si sceglievano i 45 giri da dare alla direzione artistica ed editoriale per affidarle a qualche artista affinché pubblicasse la cover. A Mogol la canzone piacque…».

E poi?

«Noi l’avevamo intitolata Giovedì 19 perché un verso era (la intona, ndr) “è giovedì 19 ma per me / è solo il giorno che ho perso te”. Mogol disse “ragazzi, ho appena fatto 29 settembre con Battisti, vogliamo fare tutto il calendario?” e allora ha dato un significato alla canzone così cambiandola “è il primo giorno di primavera ma per me / è il solo giorno che ho perso te”. La canzone fu un successo. Poi nel 1970 fondarono la Numero Uno. Gli editori mi chiamavano ma Mogol mi disse “a gennaio c’è una sorpresa”. E così entrai alla Numero Uno».

Hai concorso a creare canzoni per la Bertè, Morandi, la Goggi, Marcella, Wess & Dori Ghezzi, Mal, la Vanoni, Ramazzotti, la Pausini e l’elenco sarebbe ancora lungo.

«La maggior parte delle canzoni le ho scritte con Mogol e Oscar Avogadro. Ci mettevamo lì con Avogadro, io con la chitarra, lui con la penna fumando un pacchetto di sigarette. Non scrivevamo per un artista in particolare ma per noi stessi».

Tuttavia…

«Con Mogol mi sono trovato a chiedergli “dobbiamo scrivere una canzone per la Vanoni”. Lui s’immedesimava nella psicologia di una donna. Lui è stato, diciamo, un po’ un infedele. Ogni album nuovo di Battisti significava anche una sua nuova fidanzata. Stella nascente, interpretata dalla Vanoni, così nacque».

Lungo il tuo rapporto con Loredana Bertè da cui sono nati notissimi brani…

«Dopo questa storia la conclusione è stata “mai confondere la parte sentimentale con quella professionale”».

E la luna bussò (1979). «… se ne andò / a cercare un po’ più in là qualcosa da fare / dopo avere pianto un po’ per un altro no, / per un altro no di un cameriere / a allora giù quasi per caso / più vicino al marciapiedi…».

«Fatta con Avogadro. Anche In alto mare, ad esempio quando ci sono delle feste non manca mai».

Potrebbe essere la storia di una donna eternamente insoddisfatta, alla ricerca dell’altra faccia della luna, come direbbero i Pink Floyd?

«Certo. Ad esempio Vita, di Dalla e Morandi, nacque sei anni prima. Si chiamava Angeli sporchi. Parlava della storia di Mogol con una ragazza amica di mia moglie. Gli raccontò come si era divertita prima. La proposi alla Mannoia e a Mina. Dopo sei anni arrivò Dalla che la prese come hit per il grande evento con Morandi. Io devo ringraziare sia la Mannoia sia Mina che non l’hanno scelta».

Collaborazione anche con Alexia.

«Sì, ad esempio con Biancaneve, una voce grandissima».

Hai musicato Canti di sirene di Franco Califano…

«Coincidenze della vita. Chiambretti ci invitò a una trasmissione. Mi disse “a’ Mario, io e te non abbiamo mai scritto una canzone, ti mando un testo”. Il titolo era Le mie donne. Ero un po’ scettico. Poi, leggendo il testo, ho pensato “bello, poetico”. Cambiai il titolo con Canti di sirene, una frase del testo. Presi la chitarra e la cantai dall’inizio alla fin senza mai fermarmi. Dissi a Franco “o tu mi hai letto nel pensiero oppure l’ho fatto io…”».

Collabori con la Siae. Ogni volta che un brano viene trasmesso in una radio o in una tv gli autori percepiscono i diritti?

«Certo, vengono pagati sistematicamente. Anche quando un locale mette musica d’ambiente, paga una modica cifra per i diritti».

Sul sito della Siae c’è un capitolo specifico sull’IA. Una canzone, oggi, può essere anche composta attraverso l’IA, essere depositata e generare diritti?

«Sì, ne abbiamo sentita anche qualcuna a Sanremo, ma non faccio nomi».

Ma vuoi mettere quando tu e Avogadro mi mettevate lì a comporre?

«Un’altra cosa, un altro film».

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