Antonio Rinaudo tra il 2011 e il 2016 ha seguito le inchieste sui No Tav, le violenze in Val Susa e la galassia antagonista. E già all’epoca espose tesi che oggi sembrano confermarsi molto azzeccate.
Vorrei partire da quello che ha detto qualche tempo fa Lucia Musti, procuratore generale di Torino: esiste una zona grigia, una parte di borghesia che protegge i No Tav o in qualche modo li sostiene.
«Io farei riferimento a un concetto più ampio della sola borghesia. Parlerei di un mondo che tollera o ha uno sguardo di favore. E qui la fascia è molto più ampia. Ci sono persone in Valsusa che sono anche semplici cittadini – l’artigiano, il contadino, l’agricoltore – che sono decisamente contro l’opera per ragioni storiche ataviche, per ragioni che sono da ricondurre anche alla loro matrice culturale».
Cioè?
«La Valle di Susa è notoriamente stata area partigiana, e in un recente passato generò la lotta armata di Prima linea. Quindi all’interno di quell’area c’è uno zoccolo duro che si è sempre contrapposto in maniera anche violenta o comunque radicale a tutti gli interventi di tipo statale. Come se esistesse una sorta di zona autonoma a livello locale. Da lì questa visione si è diffusa oltre i confini della valle e ha preso piede anche a Torino ad esempio, dove però la matrice cambia».
Come cambia?
«A Torino c’è Askatasuna, il centro sociale per cui ha avuto sempre un occhio di riguardo certa borghesia torinese. Questa borghesia ha osservato con una certa tolleranza questi gruppi di ragazzi che manifestavano per le più svariate ragioni. Nel momento in cui Askatasuna ha incominciato a guardare verso la valle e in particolare verso l’opposizione No Tav – non solo con un senso di solidarietà, ma quasi per appropriarsene come un momento di lotta -capite bene che il gioco è stato facile. Quella borghesia, quella che il nostro procuratore generale ha definito intelligenza grigia o zona grigia, è diventata subito un’area di solidarietà verso i No Tav».
Quindi parliamo anche di intellettuali?
«Nel momento in cui la città di Torino vuole riconoscere il centro sociale Askatasuma come bene comune si crea un gruppo di intellettuali dove ci sono professori universitari, tra cui filosofi, ex magistrati e altri che si schierano a favore. Costoro si dichiarano disponibili a essere coloro che potranno seguire la procedura per far sì che questo centro sociale diventi appunto un bene comune. Non parliamo di studenti o della manovalanza di Askatasuna. C’è un gruppo esterno. E quando ci sono state le operazioni finalizzate a cercare di sgomberare il centro sociale, non c’è stata solo la presenza di gruppi organizzati, di centri sociali che arrivavano anche da altre città, di gruppi anarchici. No, all’interno di quelle manifestazioni – che sapevamo perfettamente che sarebbero degenerate nella violenza più cruda – ci siamo ritrovati esponenti politici di un certo settore, ci siamo trovati appunto i cosiddetti intellettuali, i professori universitari, i professionisti. Se perdiamo di vista il cordone ombelicale che c’è fra corso Regina a Torino, cioè il centro sociale Askatasuna e le manifestazioni in valle, perdiamo la capacità di avere conoscenza storica del fenomeno».
Tra gli intellettuali che hanno in qualche modo difeso i No Tav spicca ovviamente Erri De Luca.
«Io non associo assolutamente Erri De Luca ad Askatasuna. De Luca si espose in prima persona dicendo – a seguito dell’arresto di due appartenenti ai No Tav che avevano con sé strumenti atti a tagliare le reti e volevano sabotare l’opera – che sabotare l’opera è giusto, che l’opera va sabotata. Quando soggetti di questo genere si espongono in prima persona trovano un terreno fertile, perché in valle il concetto che l’opera deve essere sabotata è diffuso a tutti i livelli. Basti vedere le dichiarazioni dei giorni scorsi di una delle esponenti storiche No Tav, Nicoletta Dosio, arrestata più volte e anche condannata, che ha detto che la devastazione in valle non la fanno loro quando attaccano il cantiere, ma è lo Stato che devasta la valle».
È curioso che di recente De Luca sia stato a sua volta «sabotato» da altri intellettuali per ciò che ha detto su Israele…
«Certo, ho avuto modo di sentirlo. Vedete che se si schiera da una parte sono tutti solidali con lui, lo supportano, lo aiutano e via discorrendo. Se invece dice qualcosa che è contro i pro Pal…».
Non ci sono però solo italiani nelle manifestazioni No Tav. Agli scontri partecipano molti stranieri.
«Bisogna sempre cercare di vedere il fenomeno senza limitarsi esclusivamente alla zona su cui si opera. Arrivano dall’estero, da Francia, Spagna, Germania… Sono tutti contro l’opera? Secondo lei a questi antagonisti che arrivano dai Paesi confinanti gliene frega qualcosa del buco che stanno facendo in Val di Susa, obiettivamente? Il pretesto è la chiamata alle armi, venite e lottiamo, in questo momento dobbiamo mettere noi gruppi sociali, gruppi antagonisti il cappello su questa situazione: ecco, è lì che scatta la solidarietà. Io l’ho chiamata la légion étrangère dei No Tav, perché di fatto è così. Che poi questo porti a ulteriori complicanze da un punto di vista investigativo è un altro discorso, non voglio affrontarlo qui, ma sicuramente la dilatazione territoriale o meglio il bacino di reclutamento di questi soggetti è un elemento molto inquietante che non dobbiamo sottovalutare. Si ricordi che parliamo della costruzione di un’opera che ci sta costando milioni di Euro. Tutte queste manifestazioni contrarie all’opera risalgono agli albori degli anni 2000, quando iniziarono i primi insediamenti delle aree di cantiere, quando ancora non c’era nulla di invasivo. Soprattutto durante il campeggio del 2008 e poi nel 2011 ci furono scontri ferocissimi, all’interno di questi scontri o meglio sul territorio vennero arrestati moltissimi manifestanti che guarda caso erano riconducibili ad Askatasuna. Il risultato è che abbiamo un cantiere che è vigilato e presidiato dall’esercito e non è sufficiente perché nonostante queste precauzioni accadono ancora guai. Sfogli un atlante e mi dica dove riesce a trovarmi una situazione analoga nel mondo».
Lei è ancora convinto che si tratti di terrorismo?
«Non confondiamo i piani, io dico che le metodiche di opposizione all’opera non sono manifestazioni di dissenso legittime a 360 gradi. Quando iniziano ad essere manifestazioni di tipo violento, allora si passa a un gradino superiore. Se poi questa violenza viene strutturata in maniera organica attraverso un’organizzazione capillare che ha come finalità quella di contrapporsi all’opera per impedire che lo Stato raggiunga uno dei suoi obiettivi, allora la riflessione sul terrorismo si può fare. È una riflessione che feci assieme a Caselli nel 2013, solo che ci venne detto che era sproporzionata la nostra impostazione perché i mezzi messi in campo da questi ragazzotti erano inidonei al raggiungimento dell’obiettivo… Ci dissero che non potevano certo essere questi quattro sciamannati con delle bombe molotov a impedire la realizzazione dell’opera. Tant’è vero che la situazione è la seguente: a dieci anni di distanza siamo ancora qui a discutere di queste manifestazioni s di questi attacchi violenti. E continua ad esserci l’esercito, continuano ad esserci aggressioni, continuano ad esserci feriti, continuano ad esserci le devastazioni, continua ad esserci la distruzione con dei costi enormi, non solo quelli determinati dai danni materiali, ma tutti i costi connessi alla prevenzione. Se dal versante francese costruire l’opera costa X, da noi costa X elevato all’ennesima potenza, proprio per questa aggiunta di spese. Vada a vedere dove scavano i francesi, veda se c’è l’esercito, se c’è tutto questo schieramento di forze, se ha mai sentito parlare di anarchici o comunque centri sociali o contestatori, antagonisti francesi che siano andati a piazzare bombe molotov per cercare di far saltare i mezzi operativi».
È curioso che non ci sia bagarre oltre confine.
«Appunto è uno dei motivi che dovrebbero portare a una riflessione. Se l’opera è devastante, è impattante in un contesto geografico identico, perché i nostri No Tav non vanno a protestare anche dall’altra parte? Io ho una risposta che può essere suggestiva, ma che temo che possa generare molte critiche. Lei sa come la polizia francese reagisce davanti a certe manifestazioni di piazza, no?».
Certo.
«Ecco, quindi ne tragga le conseguenze. Da noi, invece, la polizia continuerà a prendere sassate finché non cambieranno le regole d’ingaggio».
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