«Dialogare non significa annullare sé stessi»
Toni Brandi (Imagoeconomica)

Toni Brandi (classe 1952) ora imprenditore in pensione, difende da sempre i valori della famiglia, della cultura italiana e della vita. Nel 2005, assieme ad altri ha creato la Laogai Research Foundation Italy, la prima associazione che in Europa monitora scientificamente e denuncia il funzionamento dei «Laogai», una specie di «campi di concentramento» cinesi in cui milioni di persone, spesso per mere ragioni di dissenso politico e religioso, sono costrette ai lavori forzati. Nel 2012 ha fondato l’associazione Pro vita, in seguito divenuta Pro Vita e Famiglia, di cui è presidente. Lo abbiamo intervistato a proposito delle «Tavole di Assisi», la due giorni cattolica, identitaria e controcorrente, che si terrà nella cittadina umbra durante il fine settimana del 5 e del 6 settembre.

Presidente Brandi, cosa sono per lei le Tavole di Assisi e quale significato attribuisce alla sua presenza in questa quarta edizione della manifestazione?

«Le Tavole di Assisi sono la voce libera di quei milioni di italiani conservatori, identitari e cristiani che rappresentano il cuore pulsante del nostro Paese, spesso ignorato dal dibattito pubblico. Stiamo attraversando una profonda crisi dei fondamenti della nostra civiltà e le persone, confuse e disinformate, sono bombardate da una propaganda edonista che riduce l’esistenza a consumo. Pro Vita e Famiglia sostiene le Tavole fin dalla nascita nel 2023, in veste di co-organizzatore, perché i valori qui difesi coincidono con i principi non negoziabili come la tutela della vita, la centralità della famiglia naturale e la libertà educativa. La mia presenza alla quarta edizione delle Tavole non solo è un onore, ma un preciso dovere di militanza. È giunto il tempo di una controrivoluzione culturale che rimetta la realtà e l’identità al centro della cultura occidentale, prima che il nichilismo completi la sua opera di demolizione».

Qual è il legame fra le storiche battaglie di Pro Vita e Famiglia in difesa dell’essere umano (dal concepimento alla morte naturale) e la due giorni umbra che sembra concentrarsi piuttosto su tematiche culturali e storiche, e non anzitutto bioetiche?

«Non esiste bioetica senza storia, né politica senza cultura. Bisogna rendersi conto che i principi non negoziabili non sono opzioni astratte, ma le fondamenta stesse di una società umana giusta. Il diritto alla vita è il primo dei diritti e la sorgente da cui discendono tutti gli altri. Similmente, la famiglia naturale è il primo corpo intermedio della società, lo scudo organico che dà alla persona forza, dignità e protezione, è il presupposto insostituibile per far crescere figli sereni e realizzati, che saranno i cittadini di domani. Pro Vita e Famiglia partecipa alle Tavole di Assisi proprio per ricordare la nostra storia, perché solo presidiando la memoria possiamo ricostruire una società degna di questo nome».

Il suo intervento si colloca all’interno della seconda tavola, in cui è questione degli «errori dell’Illuminismo e i falsi dogmi della modernità». Potrebbe spiegarci quali sarebbero questi errori e questi falsi dogmi, visto che le parole modernità e Illuminismo suonano piuttosto bene alle nostre orecchie di uomini del XXI secolo?

«È un’apparenza che nasconde una profonda falsità. L’errore primordiale dell’Illuminismo è stato quello di spodestare il realismo cristiano per mettere al centro il dogma antropocentrico dell’Io assoluto. Da lì nasce la pretesa totalitaria che sia la natura a doversi piegare all’ideologia e alla tecnica. Avendo rimosso il concetto del limite negando il peccato originale, la modernità ha diffuso l’illusione che l’uomo sia onnipotente, proiettando la colpa di ogni sofferenza sulle istituzioni tradizionali come la famiglia, da demolire per creare in laboratorio un “uomo nuovo”. Questo delirio poggia su tre dogmi distruttivi, condivisi da capitalismo selvaggio, marxismo e progressismo: il mito del progresso illimitato, il materialismo cieco che riduce l’essere umano a pura merce e lo sradicamento programmatico dell’individuo dai suoi legami di sangue, patria e tradizione. Il risultato non è la libertà, ma la prigione di un uomo solo, atomizzato, sacrificabile sull’altare dei mercati globali».

Più esattamente quali temi lei tratterà nella sua prolusione e perché li ha scelti?

«Nella mia relazione affronterò l’albero genealogico del disastro contemporaneo, svelando il legame tra lo spirito del tempo e la sistematica distruzione della famiglia naturale. Dimostrerò come il capitalismo selvaggio e il marxismo siano in realtà due gemelli, speculari e materialisti, nati dallo stesso errore antropologico. Denuncerò il rovesciamento dell’Oikos Nomos – dove la finanza speculativa ha preso il posto della politica e l’uomo è ridotto a merce – e traccerò la mappa dei frutti velenosi della modernità, dal controllo demografico bio-politico fino al dramma dei nuovi poveri in Italia. Infine, lancerò il Manifesto d’azione della Resistenza in cinque punti pratici, partendo dalle scuole parentali e dal boicottaggio economico. Ho scelto questi temi perché in tutta la mia vita mi sono dedicato allo studio della filosofia, della storia e del vero significato dell’economia. Dobbiamo anche riscoprire i giganti del cattolicesimo sociale, come Toniolo, von Ketteler e Francesco Vito, per rimettere l’etica, la persona e il bene comune al centro della società».

Essendo direttamente ispirata al Magistero della Chiesa, la manifestazione non dovrebbe essere animata dalla volontà di dialogo e comprensione verso il mondo contemporaneo, così come insegnano i papi della seconda metà del Novecento, specie dopo la svolta del Concilio?

«Certamente. Siamo sempre pronti al dialogo e al dibattito con chiunque, a partire dai nostri detrattori, perché crediamo fermamente che da ogni confronto onesto si possa imparare qualcosa. Chesterton diceva che l’uomo moderno ha tragicamente perso l’arte del dibattito e ciò è drammaticamente vero: oggi troppi si irrigidiscono nei dogmi del pensiero unico ed evitano il confronto reale. Tuttavia, bisogna essere categorici su un punto: dialogare non può significare tradire le nostre origini o diluire la dottrina cattolica per compiacere il mondo o farsi accettare da esso. La Chiesa non dialoga per conformarsi al mondo, ma per convertirlo. Noi cristiani dobbiamo amare il prossimo e confrontarci con tutti, ma sempre avendo come unico faro la Verità, che per sua natura non è negoziabile».

Oggi, in tutto l’Occidente, sembra prevalere una visione del mondo e uno stile di vita laico, indifferente alla spiritualità, consumista e poco incline al rispetto delle radici culturali e storiche. In che modo secondo voi sarà possibile recuperare il terreno perduto e riavvicinare la gioventù ai valori della famiglia, della vita, della spiritualità e dello stesso impegno politico per il bene comune della società?

«Questa è la madre di tutte le battaglie. I giovani sono innocenti: la colpa ricade sugli adulti che consegnano loro uno smartphone in età precocissima, rinunciando ad educarli e a trasmettere valori e modelli culturali solidi. Ma anche i genitori sono vittime della modernità: manipolati dal sistema, ridotti a semplici produttori di Pil, vivono in un mondo privo di trascendenza e speranza. I ragazzi pagano il prezzo più alto: depressione, suicidi e disturbi psichici sono in spaventoso aumento. Hanno bisogno di esempi credibili, di ideali, di eroismo e non di essere paralizzati dalla paura del futuro. Come fare? Dobbiamo ricostruire comunità solide e solidali in cui farli crescere, riavvicinarli alla fede e proteggerli dalla dipendenza tossica dal Web, per non parlare delle droghe. Dobbiamo restituire loro un tempo libero sano, fatto di sport, letture, relazioni reali e giochi veri».

In questa faticosa opera di «riconquista culturale» che vi proponete, vi sentite appoggiati dalle autorità della Chiesa di Roma, dal Santo Padre e dalla Cei, sino ai tantissimi movimenti ecclesiali che prosperano, oppure no?

«È indubbio che oggi il progressismo si sia fortemente infiltrato all’interno della Chiesa. Molti sacerdoti e vescovi purtroppo intendono la pastorale come un mero adattamento ai capricci del mondo. Malgrado ciò, noi collaboriamo attivamente con vari cardinali, vescovi, sacerdoti e gruppi ecclesiali che rispettano il deposito della fede. Sappiamo bene che la navicella di Santa Madre Chiesa si trova oggi a navigare in acque estremamente turbolente. Tuttavia, non perdiamo la bussola e non indietreggiamo: Gesù stesso ci ha promesso che le porte dell’inferno non prevarranno, dunque non abbiamo il diritto di avere paura, né di mollare. La storia del cristianesimo è stata fecondata dal sangue di milioni di martiri che non hanno piegato la testa davanti ai tiranni o alle ideologie del loro tempo. Di fronte al loro esempio e al loro sacrificio, il nostro dovere oggi è quello di combattere a viso aperto, senza timidezze o complessi di inferiorità».

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