Minnie Minoprio divenne un popolare personaggio della Rai degli anni Settanta. A scoprirla e a intuire quel suo ruolo di «gattina svampita» fu Don Lurio. Divenne così famosa che anche Carosello la reclutò per le sue réclame. Tuttavia, la sua più autentica passione, nata quando era bambina, è il jazz. Infatti continua a esibirsi in giro per l’Italia come cantante in quotati gruppi.
È nata nel 1942 a Ware, cittadina nell’Hertfordshire, vicino a Londra. Minoprio è un cognome italiano?
«Sì, certo, i miei antenati erano italiani e sono sparsi nel mondo, alcuni sono andati in Inghilterra circa nell’Ottocento, io sono inglese di terza generazione».
Cosa ricorda di Ware?
«I miei cambiavano spesso casa, sono nata durante la guerra, tutti i bambini erano trasferiti in posti sicuri oltre la città, Londra fu evacuata».
La professione di suo padre?
«Mio padre era figlio di un facoltoso imprenditore e aveva una ditta di import-export».
Vivace già da bambina?
«Molto. Rubavo i vestiti a mia madre, facevo il pagliaccio in casa, ero benvoluta, una brava bambina. Poi mi hanno messo in collegio e lì mi sono un po’ incattivita».
La sua inclinazione per musica e spettacolo si manifestò presto?
«Sono stata inviata in un college specializzato per il mondo dello spettacolo dove si facevano lezioni la mattina e danza di ogni genere il pomeriggio. Ho imparato a fare la ballerina, l’attrice, la cantante, insomma un personaggio dello spettacolo, quello che poi ho fatto».
Ha debuttato a 15 anni al Teatro Colosseo di Londra in Cinderella di Rogers Hammerstein e poi in altre compagnie. Insomma sarà stato duro il collegio ma di far teatro non s’è pentita…
«No, ci mancherebbe altro!»
Quando è stata l’ultima volta a Londra?
«L’ultima volta a giugno. Vado e vengo perché ho tanti parenti, cugini, amiche…»
Negli anni Cinquanta com’era la capitale inglese?
«I grattacieli che vediamo adesso sono nati dai buchi creati dalla guerra».
Nel 1959 a Londra conosce Walter Chiari e Lelio Luttazzi e viene scritturata per la rivista italiana Io e la margherita.
«È stato un incontro combinato con il mio manager inglese e loro, Walter e Lelio. Sono stata presentata dal mio manager, ho fatto un’audizione cantando con Luttazzi e mi hanno scritturata».
Pertanto venne in Italia…
«Sì, ho fatto per 8 mesi questa tournée e poi sono rientrata in Inghilterra per un periodo breve. Poi sono tornata – l’Italia mi piaceva – per una piccola parte nel film Cleopatra con Liz Taylor e Richard Burton. Ho conosciuto il mio primo marito, mi sono sposata e sono rimasta in Italia».
Andaste a vivere a Roma?
«Sì, prima, da single, stavo a Milano e poi, da sposata, a Roma».
Poi fu scritturata da Garinei e Giovannini per il ruolo di Bonita in Ciao Rudy con Marcello Mastroianni…
«Dopo qualche anno ho ripreso a lavorare e fatto questo lavoro».
Che ricordo ha di Mastroianni?
«Molto carino, abbiamo fatto un balletto insieme, il tip-tap, ma non ce la faceva (sorride, ndr.), non era un ballerino esperto. Era generoso, simpatico, come si dice bonaccione, tranquillo, gradevole».
E in Italia come si è trovata?
«In quell’epoca l’Italia aveva ancora le sue regole, le sue abitudini, la moglie era ancora un fattore aggiunto alla famiglia, nel senso che era lì per fare i suoi doveri, i suoi lavori, in Inghilterra c’era più parità dei sessi».
Nel 1966 un suo sodalizio con jazzisti romani, con cui canta in cabaret. Ad esempio con la Roman New Orleans Jazz Band…
«Sono stata una delle prime cantanti di jazz in Italia. In quegli anni il jazz, portato dagli americani, era un’eredità della guerra. Carletto Loffredo formò un gruppo e con lui e altri musicisti abbiamo fatto conoscere questo genere musicale in Italia. Siamo stati i primi esponenti della musica tradizionale americana che da bambina ascoltavo sempre, il mio primo amore musicale che mi è rimasto nel cuore».
Molte altre esibizioni, radio, dischi…
«Ho lavorato tanto Roberto, nei locali, cantando Aretha Flanklin, in teatro cantando i blues, i gospel, gli spiritual. Ero impegnata sempre. Poi mi ha “adottato” la Rai… Quindi ho lasciato il jazz e mi hanno trasformato in una bionda svampita. Da lì la popolarità generale».
Chi fu a scoprirla per dar vita a questo suo personaggio?
«Sicuramente Don Lurio. Cercavano un personaggio. Avevo cantato in televisione, con Memo Remigi, Hello Dolly, una canzone americana, con una parrucca bionda in testa. Don Lurio, vista la performance, ha esclamato: «Eccola! Questa è la svampita che vogliamo».
Nel 1971 al varietà Speciale per noi con Paolo Panelli e altri…
«Facevo la sigla, con Fred Bongusto».
Cantava Quando mi dici così e lei, accanto, con movenze seduttive. È vero che partì un’interrogazione parlamentare in quanto ritenuta un po’ troppo sexy?
«È la verità perché la donna ancora aveva un ruolo più dimesso. Quando hanno visto questa tizia che stuzzicava l’uomo era una cosa quasi scandalosa… Fa ridere oggi, no?».
Come andò a finire l’interrogazione?
«Ma no, non successe niente».
Poi Teatro 10 con Alberto Lupo, Sai cosa ti dico con Vianello e la Mondaini, Il poeta e il contadino con Cochi e Renato… Si consolidò quell’immagine di «gattina svampita» ma nacque anche un’icona erotica.
«Questa proprio non l’ho mai capita perché non era nelle mie intenzioni. Io mi ritengo un’impiegata dello spettacolo. Lavoro con la massima serietà, non è che avessi intenzione di farmi apprezzare come “bonazza”, donna provocante, non sono così…».
Ha posato per Playboy e Playman.
«Certo, abbiamo lavorato ad esempio con Angelo Frontoni, il top dei fotografi, e fu un onore. Negli anni Settanta e Ottanta c’era quasi una rivoluzione sessuale, le donne iniziavano ad andare in spiaggia in topless…».
Vispissima a Carosello nella réclame delle caramelle Dufour, «diamoci del Du».
«Si con il grande regista Luciano Emmer. Era stato ingaggiato dalla Dufour per fare questi short».
Giravate a Roma?
«Sì, mi faceva ballare sui tetti, attraversare semafori rossi con le macchine che mi venivano quasi addosso…».
Si divertì dunque…
«Certo, molto, non mi diverto quando non faccio nulla».
Le dà un po’ fastidio che il pubblico generalista la ricordi più per le sue parti sexy che per quelle di raffinata interprete di jazz?
«No, ogni cosa ha il suo tempo. Delle volte mi irrita che qualcuno, ad esempio, che conosco oggi, dica “ma che bella voce, come canti bene” e gli rispondo “cosa pensi abbia fatto negli ultimi 50 anni?”. Mi irrita che le persone non vadano in profondità».
Dal primo matrimonio ha avuto un figlio.
«Sì, Giuliano, ha 61 anni, è un ingegnere».
Nel 1992 ha disegnato e fatto costruire una villa in campagna…
«Sì, alle porte di Roma».
Dove vive con suo marito Carlo…
«Certo».
Ci ha scritto pure un libro, La villa dei miei sogni. La città l’aveva stancata?
«Sì, sono cresciuta in campagna, ero stufa della città. Sto benissimo con il mio giardino, i miei spazi, l’aria pulita, i silenzi».
Che rapporto ha con la spiritualità?
«Sono anglicana, cristiana della Chiesa d’Inghilterra. Sono stata battezzata nella Chiesa anglicana. Su alcuni fronti sono scettica ma credo molto negli angeli custodi, nelle parole degli evangelisti e nelle cose che ci ha insegnato Gesù, vivere correttamente, con coscienza, non fare del male, questa è la cosa più importante».
Ritiene che tutti noi abbiamo un angelo custode?
«Sì. Ho avuto nella mia vita momenti molto pericolosi, come l’incendio in casa, e sono stata salvata per caso, con cose successe che mi hanno fatto credere che c’è qualcuno che veglia su di me».
Oggi continua a fare ancora jazz cantando…
«Ancora mi esibisco con i musicisti più conosciuti in Italia, non ho un mio gruppo, ma mi chiamano i maggiori gruppi. Ho anche messo su uno spettacolo per un revival delle canzoni pop degli anni Settanta-Ottanta per un pubblico diverso. Faccio sia l’uno sia l’altro. Ad esempio il 30 luglio a Catania faccio il revival pop e il giorno dopo un concerto di jazz a Randazzo».
In tutti questi anni le è mancata l’Inghilterra?
«Mi sta chiedendo se sono pentita di essere venuta in Italia?».
No, se le è capitato di avvertire qualche forma di nostalgia.
«Qualche volta sì. Ma non cambierei mai. Sono legata al mio passato, a cose della famiglia, ma la mia vita è qui, i miei amori sono qui».
Da quanto è sposata con suo marito?
«Siamo insieme da 56 anni, sposati nel 1984, in Campidoglio a Roma, dopo 11 anni di convivenza».
Segue le vicissitudini della monarchia britannica?
«Sì, sono sempre stata molto affezionata alla tradizione britannica però ultimamente mi sta un po’ deludendo perché, dopo la morte di Elisabetta, sta cedendo un po’ di qua e un po’ di là. Devo dire che ammiro moltissimo re Carlo. Quando era ragazzo pensavo non sarebbe stato all’altezza di essere re. Ha invece dimostrato di essere un buon regnante. Non è che la monarchia sia cambiata tanto. L’Inghilterra è cambiata. Bisogna vedere se riusciranno a mantenere il posto che meritano come regnanti di fronte a un’Inghilterra quasi indifferente».
Gli inglesi riuscirebbero a stare senza i Windsor?
«Ormai sì, perché c’è stata troppa immigrazione. Negli anni Cinquanta, quando l’Inghilterra ha aperto le porte al Commonwealth, c’è stato un cambio della guardia. Adesso c’è poco di inglese. In Italia temiamo possa succedere la stessa cosa, che il Paese possa perdere la propria identità».
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