Grillo è finito vittima della sua decrescita. Ma stavolta non pare così tanto «felice»
Beppe Grillo durante il suo spettacolo 'Io sono un altro' a Fiesole (Ansa)

Cognome e nome: Grillo Giuseppe Piero. Nato il 21 luglio 1948 nella località ligure di San Fruttuoso, «perché a Genova tutto quello che frutta viene santificato», ipse dixit.

Protagonista del sequel politico di Temptation Island.

Urge falò di confronto tra l’Elevato (sì: l’e-levato di torno, da quando – ah, la nemesi – gli ex grillopitechi gli hanno sibilato: «Beppe, vaffan…») e Giuseppe Conte, l’usurpatore che – a suo dire – gli ha scippato nome e simbolo, e che per questo lui ha trascinato in giudizio.

L’auto-Grill-o ha rifilato rustichelle e «pizze» in faccia: «Il M5s si è perso per strada, ha smarrito anima e identità, è diventato un partito di poltronari».

Giuseppi non ci sta, e restituisce il vaffa: «Ma Grillo chi? Quello che, fulminato sulla via di Palazzo Chigi, ha innalzato Mario Draghi a grillino?».

(All’epoca Grillo avrebbe chiesto a Fico di dare il suo numero a Draghi, che lo chiamò davvero, spiazzandolo, tanto che racconterà: «Mi ha dato ragione su tutto». Sorpreso, dunque, ma forse mai come quando nel 2005 squillò il telefono a casa sua a Genova. Era Aldo Cazzullo che lo cercava per un’intervista. Rispose una signora che glielo passò. E Grillo: «Scusi, ma lei si chiama davvero così? Perché qui in casa c’è un certo imbarazzo»).

Ah sì? replica Grillo: allora «Vi sblocco un ricordo», e posta un video in cui Peppiniello Appulo, davanti a una selva di microfoni, canta le lodi del grande tecnocrate.

Morta lì? No.

Interviene Marco Travaglio, il Filippo Bisciglia dei cornuti e mazziati a cinque stelle: «Quel video è una truffa, il contesto non è la nascita del governo Draghi, ma l’elezione del presidente della Repubblica».

Fermiamoci qui, per il momento, anche perché abbiamo capito che nel partito del finto «uno vale uno», la vera linea politica è che «una vale l’altra».

Gino Paoli, ospite di chi scrive a Niente di personale su La 7, 2009: «Quando con Beppe ci ritroviamo a Genova, ci guardiamo in faccia e scoppiamo a ridere, confessandoci la verità: che culo che abbiamo avuto nella vita».

Ultima sua apparizione in tv: il 12 novembre 2023.

Chez Fabio Fazio, che dieci anni prima Grillo aveva scartavetrato come «stuoino del Pd», bollando il suo nuovo contratto triennale con la Rai, 5.400.000 euro, come «un insulto agli italiani».

Fabiolo ha finto di essersene dimenticato (anche perché, avendo lasciato la Rai per il Nove, dopo il trasloco aveva bisogno di «fare notizia» con un «colpo» a effetto) e così l’ha invitato in trasmissione.

«Sono il peggiore: ho fallito, ho rovinato l’Italia, tutti quelli che ho mandato a quel Paese sono al potere», una boutade che in realtà era un’autodenuncia.

Ma c’è stato anche altro.

Grillo non si è lasciato scappare l’occasione per attaccare Giulia Bongiorno, legale della ragazza vittima di quello che il tribunale di Tempio Pausania ha giudicato lo scorso settembre uno stupro di gruppo, condannando suo figlio, Ciro Grillo, a 8 anni (il processo d’appello inizia il prossimo 12 novembre).

«È un avvocato, presidente della commissione Giustizia, è una senatrice della Lega che fa comizietti davanti ai tribunali dove c’è una causa a porte chiuse. È inopportuno. Così si mischia tutto». Inopportuno? Mai come il video del 19 aprile 2021, in cui Grillo difendeva con veemenza l’erede e avanzava pesanti insinuazioni sulla giovane. Arringa andata in onda integralmente nelle principali edizioni di tutti i tg nazionali. Quale altro padre «comune» avrebbe mai avuto la possibilità di veder diffuso un tale comizio urlato, scomposto e violento? Di nuovo: altro che «uno vale uno».

Grillo. Riciclatore di intuizioni altrui.

Quelle di Gianroberto Casaleggio, il vero demiurgo del M5s, che lo convinse a smetterla di spaccare a mazzate nei suoi show i computer come simbolo del male assoluto, spiegandogli che il Web era la nuova terra promessa.

Ricordate quando Grillo si mise a vagheggiare la «decrescita felice» come modello socioeconomico?

Era un’idea dell’intellettuale francese Serge Latouche.

Come del resto non era farina del suo sacco la proposta che avanzò nel giugno 2018, estrarre a sorte i parlamentari, elaborata da uno dei più importanti intellettuali belgi, David Van Reybrouck, nel suo saggio Contro le elezioni, Feltrinelli (2013).

Grillo. Arruffapopolo finito. Già profeta del «vaffa» elevato a categoria dello spirito dei tempi.

Esortazione da sempre nel suo Dna.

Cazzullo, nel suo libro L’Intervista, Mondadori 2017: «Lo incontrai per la prima volta nel 1984, faceva il cabarettista, venne ad Alba per una festa in piazza organizzata dagli studenti delle superiori, la prima cosa che domandò fu: “Come si dice dalle vostre parti vaffanc…?”. Non so perché, ma si dice: “Va a caghè a Rod”, Roddi, ameno borgo con castello. Ovviamente appena salito sul palco Grillo invitò il pubblico ad andare a cagare a Roddi. Esplose un boato: il personaggio tv parlava come uno di noi! Fu un trionfo».

Fortunato negli incontri utili alla carriera, Casaleggio dopo, Pippo Baudo prima.

Che lo portò nel sabato sera di Rai 1 con Fantastico, e poi a Sanremo.

Consentendogli di diventare beniamino della sinistra quando nel 1986 attaccò Bettino Craxi in prima serata: «Ma se in Cina sono tutti socialisti, a chi rubano?».

(Antonio Ricci, agli albori suo autore: «Grillo non mi ha divertito. La battuta sui socialisti era una vecchia barzelletta sui fascisti, riciclata per l’occasione. Avrebbe dovuto optare per la forma indiretta che ti salva dalla censura. Codardia? No: astuzia. L’autore di satira deve essere come un vietcong, colpire e nascondersi per non farsi beccare col pugnale in mano»).

Seduzione che si rinnovò quando prese di mira Silvio Berlusconi, ribattezzato lo «psiconano».

Fin quando il Cavaliere gli rispose per le rime, ospite de La 7 nel maggio 2014: vedere «quel signore» ergersi a moralista «è qualcosa che francamente mi disturba».

Trattandosi di un «pregiudicato: con colpa ha ucciso tre amici e per questo è stato condannato a 14 mesi per omicidio plurimo colposo» (Vanity Fair, febbraio 2013: «Cristina Gilberti, la sola sopravvissuta della famiglia che nel 1981 perse la vita in un incidente mentre viaggiava nell’auto guidata dall’amico Beppe Grillo, dopo 30 anni parla: “Con i media che parlano continuamente di lui e del perché non si candida, e ogni tanto fanno anche vaghi riferimenti alla morte dei miei cari, dimenticare è impossibile. Mi conosceva bene, era amico dei miei, frequentava la nostra casa: come è possibile che in tutti questi anni non abbia mai sentito l’esigenza di vedermi, di chiedermi scusa, almeno di telefonare ai miei genitori adottivi per sapere come stavo?»).

Ma il Berlusca ci mise un altro carico da 11: «È conosciuto come uno che non faceva i suoi show se non veniva in parte pagato in nero».

Una rasoiata gratuita e diffamatoria?

Mica tanto.

Nel 2018 Luca Barbareschi, querelato da Grillo per essersi espresso negli stessi termini, sarà assolto perché, spiegherà il giudice, si è «limitato al riferimento di circostanze che erano già state rese pubbliche, di obiettiva rilevanza sociale e mai smentite direttamente dall’interessato» (Barbareschi aveva infatti prodotto le interviste del 2011 al Secolo XIX e del 2014 al Giornale concesse dall’impresario Lello Liguori, un «nome» negli anni della Milano da bere, creatore anche del Covo di Nordest a Santa Margherita. Il pm, non fidandosi interamente dei virgolettati riportati, lo fece convocare, e quello confermò tutto).

Per il genovese Grillo, i soldi sono sempre stati il tallone d’Achille.

Perché va bene l’etica, ma pure la cotica…

Nel 1989 va sul palco del Festival di Sanremo, dove era stato ingaggiato per quattro serate, e spiega di aver incassato dalla Rai un compenso di 350.000.000 di lire (più o meno 430.000 euro di oggi).

Una provocazione o «una lezione di stile», come si entusiasmò il severo critico tv di Repubblica Beniamino Placido, «grazie Beppe»?

Se fu un’operazione glasnost, va aggiunto che nel 2008, quando la stessa iniziativa la prese il governo di Romano Prodi, mettendo on line – attraverso il Mef, ministero di Economia e finanza -la dichiarazione dei redditi di tutti i contribuenti (dopo neanche dieci ore il Garante della privacy le fece oscurare), Grillo la prese malissimo.

«Questa follia è stata suggerita da ‘ndrangheta, mafia, camorra e Sacra corona unita. I sequestri di persone saranno facilitati», una reazione furibonda forse anche perché si conobbe l’entità del suo reddito 2005: 4.272.591 euro, con un’imposta netta di 1.823.010.

La parola d’ordine sulla trasparenza totale, come imperativo morale categorico, sarebbe arrivata con comodo, più tardi.

«La rivoluzione è come Saturno: divora i suoi figli», sentenziò il rivoluzionario francese Pierre Victurnien Vergniaud, non a caso ghigliottinato nel 1793.

Da noi è semplicemente impossibile «perché ci conosciamo tutti» (Mario Missiroli) e perché gli agit-prop si rivelano bravi a fare le barricate, sì, «ma con i mobili degli altri» (Ennio Flaiano).

Lo sgrillettato voleva aprire il Palazzo come una scatoletta di tonno.

Alla fine il tonno si è rivelato lui.

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