«Le mie borse: pellame italiano e semplicità»
La creatrice di My Style Bags: «I nostri prodotti hanno un target alto, ma non sono pretenziosi. Ottima qualità con costi accessibili Abbiamo anticipato il trend della personalizzazione, offrendo la possibilità di ricamare nomi, loghi, lettere e numeri sui capi»

Se il valore del made in Italy è enorme, quello del made in Milano ha forse una marcia in più. O meglio, diversa, che trae linfa dalla borghesia meneghina, dal suo modo di porsi, di essere sempre low profile pur nascondendo immensi tesori, mai sopra le righe, in perenne bilico tra l’aristocrazia e la nobiltà. Lorenza Bellora, cognome famosissimo tra i cultori del lenzuolo riconoscibile al primo colpo d’occhio, racchiude in sé quella milanesità che significa riservatezza e sobrietà non riscontrabili altrove. Nel suo percorso lavorativo, che ovviamente è iniziato tra le sicurezze di casa, ha virato, sulla scorta di un Dna indiscutibile e sugli stessi tessuti di alta qualità, su borse e borsoni da viaggio, acquistati e portati da chi se ne intende, oggetti di culto per gente cui piace distinguersi senza esibire loghi ma con la massima raffinatezza. My Style Bags, non è un caso. D’altronde Lorenza è il prototipo della milanese di buona famiglia e che dalla famiglia ha imparato a muoversi nel mondo. A cominciare da quello tessile. E lo racconta alla Verità.

Come inizia l’avventura di My Style Bags?

«Lavoravo in Bellora, l’azienda di famiglia di biancheria per la casa, mi occupavo del prodotto quindi di tutta la parte produzione tessile e tessuti in particolare. Con mio padre sono cresciuta tra i tessuti, in pratica, vivevo tra i telai».

Da lì parte la sua idea delle borse?

«Sì, tutto comincia in Bellora, inizialmente con dei prototipi sviluppati con i miei tessuti per borse da viaggio semplicissime. Le prime in lino, linone e cuoio. Le mettevo in un angolo nei nostri negozi, magari coordinate all’arredamento. Piacevano abbastanza. Parliamo di dodici anni fa».

Che accadde poi?

«Mio padre vendette la minoranza di Bellora a soci indiani, e quando vendi a un pesce gigantesco prima o poi ti magia, e in poco tempo la Bellora è stata venduta. Peccatissimo, perché l’adoravo, ma mio padre fece questa scelta, non voleva un socio, era un personaggio d’altri tempi. Ma avendo le mie borse potevo proseguire per la mia strada».

Le cose funzionavano, quindi.

«Vedendo che le prime borse andavano ho deciso di creare un vero e proprio marchio. E prima che la Bellora finisse il suo percorso era nato My Style Bags. Il venderle, all’inizio, era un po’ per gioco fino a quando ho aperto il primo negozio in via Ruffini a Milano».

Una bella avventura,

«Senza dubbio. Con il primo negozio penso anche di fare le cifre sulle borse. Vado quindi a cercare le macchine per ricamare sulla stoffa e ne trovo una americana, la Brother e la metto in negozio. Adoro le cifre e già 12 anni fa mi ero fatta la mia borsa da viaggio con le mie iniziali. Ricordo che ogni sera chiamavo per capire come era andata la giornata e la risposta era sempre che non si era venduto nulla. A quel punto pensavo d’aver sbagliato tutto. I primi quindici giorni sono stati un disastro, dal sedicesimo ho iniziato a vendere una marea di borse».

Cosa era accaduto?

«Secondo me, all’inizio, la gente non capiva bene la faccenda delle cifre, la personalizzazione e forse le guardava e basta. Costavano più di duecento euro, borse tessili non ce n’erano molte allora. Ma improvvisamente tutto è cambiato e vendevo tra le 30 e le 40 borse in un giorno. Dopo poco ho avuto un socio, Stefano Donadel Campbell, e da lì è iniziata davvero la storia, con la fine della Bellora mi ci sono buttata dentro seriamente. Andiamo molto d’accordo perché io sono tutto prodotto e parte creativa e lui è più numeri e parte finanziaria che io non so fare. Tutti i tessuti sono fatti da noi: con Bellora lavoravo con tante tessiture vicine, me le sono tenute, una addirittura è di mio fratello quindi vado, provo i tessuti, facciamo ricerca, è divertentissimo».

Di borse di stoffa ce ne sono molte, quale pensa sia il valore aggiunto di My Style?

«Abbiamo un target molto alto. La signora che compera Hermes viene a comperarsi anche una borsa My Style. È facile, semplice, non è pretenziosa, non costa tanto, la qualità è ottima: tessuto fatto da noi, pellame made in Italy, curiamo ogni minimo particolare. È un gusto semplice, riconoscibile, un po’ quello che era Bellora. Penso sia questa la nostra forza».

Anche l’immagine che date conta molto.

«Vero, fin dall’inizio mettevo i miei figli piccoli, gli ulivi della casa di campagna, le nostre famiglie. In tutte le foto, anche guardando Instagram, c’è la famiglia, i figli, mogli, mariti, il socio con la moglie e i suoi figli. I cani. E alla gente questo piace. Esce quella certa milanesità, siamo riconducibili a questi luoghi. E abbiamo già la seconda generazione grazie a mio figlio Leopoldo che lavora con me».

Con la personalizzazione degli oggetti avete anticipato un trend esploso nella moda molto più avanti.

«La possibilità di ricamare in tempo reale nomi, loghi, le proprie iniziali o quelle della persona che riceverà un regalo fa la differenza. E ora stiamo di nuovo curando, con mio fratello, sempre soci in tutto, una linea home con coperte, asciugamani e altro con le cifre».

Quanti negozi conta oggi My Style Bags?

«Ventidue tra quelli di proprietà e franchising. Due a Roma, quattro a Milano, in Rinascente a Milano, Capri, Sorrento, Forte dei Marmi e altri posti molto belli. Poi negozi a Parigi, Madrid, un corner a Oslo, a Monaco. E nei Le Bon Marché di Parigi. E ora iniziamo a vendere anche a New York e Miami».

Si allargano gli orizzonti?

«Mai fermi. L’estate scorsa abbiamo proposto le Bambù Bag, vero boom, vendute più di diecimila borse. In pratica, rimpiccioliamo le borse da viaggio. Sia la Bambù Bag che la Lola Bag da donna ci sono anche grandi. Idee semplici ma azzeccate, spesa affrontabile. Forse il segreto del successo sta tutto lì».

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