Quanti arresti sono stati falsificati negli ultimi sei anni a Milano? E chi, salendo lungo la catena di comando della Polizia locale, conosceva il «modus operandi» della squadra? Ma soprattutto quanta droga e soldi sono stati sequestrati senza essere dichiarati? Sono solo alcune domande che incombono sul comando di piazza Beccaria dopo che Ilenja Sabato ha deciso di parlare.
Venerdì, di fronte al gip Elio Sparacino, la commissaria – difesa dagli avvocati Susanna Rita Marangoni e Giovanni Briola – ha ammesso anche la contestazione relativa ai 1.450 euro che, secondo l’accusa, furono prelevati a El Mehdi Narisse durante l’operazione antidroga del 16 luglio a Corsico e mai messi sotto sequestro. Non solo. Ha riconosciuto i falsi nei verbali, spiegato che tutta la squadra sapeva che l’operazione sarebbe avvenuta fuori Milano e che le decisioni erano state condivise. Ha confessato inoltre di avere falsificato gli atti di un altro arresto, quello del primo agosto. Per Sparacino è stata l’unica a fornire una ricostruzione completa di quanto sarebbe realmente accaduto.
«Sabato rompe il fronte e ottiene i domiciliari»
Sabato ha dunque rotto il fronte e proprio questa scelta le ha consentito di lasciare il carcere per i domiciliari. Per Mattia Rignanese, Denni Dileo, Vincenzo Compagnone e Rosario Piscopo il discorso è diverso.
Dileo ha prima difeso la versione dei verbali, poi, davanti alle contestazioni del gip, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Piscopo, Compagnone e Rignanese hanno invece ammesso solo in parte che i fatti fossero diversi da quanto scritto, ma secondo Sparacino avrebbero taciuto «con tutta evidenza elementi a loro conoscenza» nel «chiaro tentativo di proteggere gli altri componenti della squadra». Per il gip tutti e quattro hanno mostrato «la chiara volontà di proteggere il gruppo», lasciando «inalterato» il rischio di inquinamento delle prove.
«Decine di denunce: “Non è un fatto isolato”»
La scelta opposta di Sabato potrebbe invece aprire una fase nuova dell’inchiesta. Perché ormai il problema non è più soltanto ricostruire l’arresto di Narisse. È capire da quanto tempo andavano avanti questi comportamenti della squadra. Sarebbero decine le denunce di avvocati arrivate al pm Giovanni Tarzia dove si raccontano di criticità durante l’arresto dei loro assistiti.
Del resto nella prima ordinanza Sparacino aveva già scritto che quanto accaduto il 16 luglio «non costituisce un fatto isolato», ma si inserisce in un «preciso modus operandi della squadra diretta dalla Sabato». Già a maggio un giudice aveva rilevato una «palese difformità» tra un verbale firmato da Sabato e Rignanese e quanto mostrato dalle telecamere, trasmettendo gli atti alla Procura. E il primo agosto Sabato, Compagnone e Dileo avrebbero nuovamente redatto atti risultati incompatibili con le immagini e con le testimonianze raccolte dagli investigatori.
I cinque arresti potrebbero quindi essere soltanto la punta dell’iceberg di un’inchiesta che potrebbe pesare sui vertici della municipale. Lo stesso gip parla di terzi che avrebbero collaborato con gli agenti o sarebbero stati a conoscenza del «modus operandi del gruppo» e considera necessario preservare le indagini anche in vista dell’eventuale individuazione di «ulteriori responsabili».
«Il nodo della catena di comando»
Ed è qui che entra in scena la catena di comando. Dopo l’arresto del 16 luglio e la trasmissione degli atti alla Procura il giorno successivo, Sabato racconta di aver informato i due funzionari che sostituivano il suo superiore, Marco Luciani, proponendo di incontrare il pm. I due, secondo la sua versione, l’avrebbero tranquillizzata invitandola a lasciare che gli eventi facessero il loro corso. Eppure il primo agosto la squadra finì in un altro arresto con verbali che l’accusa ritiene falsi. Non a caso il gip indica ancora da verificare «il comportamento dei superiori» con cui Sabato si sarebbe interfacciata.
A rendere ancora più delicato il tema dei superiori c’è la telecamera di via Ludovico il Moro. Durante l’arresto risultava orientata altrove e tornò poi nella posizione corretta, secondo il gip «con ogni evidenza» grazie a un comando da remoto. Sabato ha detto al giudice «di non esserne in alcun modo al corrente e di non saper nulla riferire». La gestione della videosorveglianza comunale fa capo alla Centrale operativa della Polizia locale di via Beccaria: da qui il sospetto di Sparacino sul «supporto di ulteriori soggetti» e la necessità di capire chi potesse intervenire sul sistema, un nodo che investe anche l’organizzazione del Comando guidato da Gianluca Mirabelli.
Il passato rende le domande ancora più pesanti. Sabato aveva già lavorato ai vertici del Nucleo contrasto stupefacenti quando nell’ottobre 2020 esplose lo scandalo raccontato dalle Iene. Lei non fu accusata in quella vicenda, ma il Comune, quando quattro agenti vennero arrestati nel 2021, parlò apertamente di un «sistema» che era diventato una prassi «all’interno del gruppo» finalizzato a sottrarre importanti somme di denaro durante le perquisizioni antidroga. Come ricordato ieri dalla Verità, dopo quella vicenda Sabato lasciò l’Antidroga, ma non le funzioni investigative.
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