• Con la pandemia gli italiani hanno perso quasi 40 miliardi di euro di retribuzioni. Ma è dall’alba della moneta unica (2000) che i nostri stipendi ristagnano, mentre in altri Paesi galoppano. Sono ormai 1,5 milioni i lavoratori sotto la soglia di povertà Qualcuno si è scordato di difendere i loro diritti.
  • L’ex titolare degli Affari europei: «Il modello Ue è mercantilista, assurdo illudersi che la manodopera sarebbe stata risparmiata».

Lo speciale contiene due articoli.

Si fa presto a dire «pagateli di più». La formuletta magica recitata dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden, in risposta a chi gli chiedeva una soluzione alla difficoltà a reperire lavoratori, risulta tanto semplice quanto di difficile applicazione per la realtà italiana.

Guardando i numeri, ci si rende conto che quello dei nostri salari è un inverno che dura da molti anni, anzi da un paio di decenni. Negli ultimi tempi, a far tornare a galla il problema delle retribuzioni ci ha pensato il coronavirus. Secondo i dati forniti da Eurostat lo scorso aprile, nel 2020 l’Italia ha perso 39,2 miliardi di euro di salari, con un calo del 7,4% rispetto all’anno precedente. La massa salariale è passata dai 525 miliardi del 2019 a 485 miliardi. Un dato di gran lunga peggiore rispetto alla media europea (-1,92%), e a quella dei nostri partner. Nello stesso periodo, infatti, la Francia ha perso 32 miliardi, ma con una massa salariale ben più alta (passata da 930 a 898), pari a una diminuzione del 3,2%. Quasi invariato il dato relativo alla Germania, appena 13 miliardi persi su 1.500 (-0,87%), e addirittura positivo quello dei Paesi Bassi, che hanno visto incrementare la quota del Pil destinata ai salari del 3,3%.

«zero virgola» in serie

Ovviamente, sul dato italiano pesa l’emorragia di posti di lavoro causata dalla pandemia. Secondo gli ultimi dati Istat, nel primo trimestre del 2021 c’è stato un calo di 889.000 occupati rispetto allo stesso periodo del 2020. Solo nel febbraio scorso il divario ha toccato quasi quota un milione (per la precisione 945.000 unità in meno rispetto allo stesso mese dell’anno prima).

Ma il Covid ha solo acuito un fenomeno in essere. Lo stipendio medio annuale reale di un lavoratore italiano del 2019 è rimasto praticamente invariato (+3,1%) rispetto a vent’anni prima, quando è entrata in vigore la moneta unica. Considerando lo stesso periodo, tanto per capirci, la Francia è cresciuta del 21,4%, gli Usa del 20,5%, il Regno Unito del 20,4% e la Germania del 18,4%. Fatti salvi i primi anni del nuovo millennio, quando gli stipendi hanno fatto registrare una debole crescita, il resto è un alternarsi tra cali e, nella migliore delle ipotesi, stagnazione. Con un tratto caratteristico e, per certi versi, inquietante. Nel periodo successivo alla Grande recessione in cui gli altri crescevano a ritmo più o meno sostenuto, l’Italia arrancava mettendo in fila una serie di «zero virgola».

Non deve sorprendere dunque se l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), l’agenzia dell’Onu che si dedica delle tematiche relative all’occupazione, collochi l’Italia all’ultimo posto tra le economie del G20 rispetto alla variazione dei salari medi tra il 2008 e il 2019. Dall’altra parte del grafico, nonostante la crisi, troviamo in ordine crescente Canada, Francia, Stati Uniti, Australia, Germania e Corea del Sud.

unico record: le tasse

Con il passare degli anni, il quadro si è fatto sempre più a tinte fosche. Dal 2000, le ore lavorate per lavoratore sono passate da 1.850 all’anno a 1.558 all’anno, con un calo pari al 15,8% (-7,3% prima della pandemia). Molte più di Germania, Francia e Regno Unito, ma con un livello di produttività decisamente più basso. Per contro, tra il 2010 e il 2019 il numero dei part time involontari (coloro i quali accettano un lavoro a tempo parziale in assenza di un full time) è aumentato del 72%, passando da 1,65 milioni a 2,84 milioni di unità. Un trend decisamente opposto rispetto alla Germania, dove nello stesso periodo questa categoria di lavoratori si è di fatto dimezzata (da 2,03 milioni a 1,03 milioni di unità). Mentre in altri Paesi il picco di part time involontari è stato già raggiunto – come in Francia e in Spagna – nel nostro la tendenza pare non essersi ancora invertita. Secondo un’analisi sviluppata da lavoce.info, a dicembre del 2019, dunque alla vigilia della pandemia, in Italia dal 2008 al 2019 si è verificata una crescita dell’occupazione pari a 516.000 unità, ma le buone notizie finiscono qui. La «torta» del mercato del lavoro ha completamente cambiato composizione: da un lato sono diminuiti i lavoratori a tempo pieno (-679.000 unità) e quelli in part time volontario (-379.000), dall’altra sono aumentati i part time involontari (+1.569.000). Un incremento che ha colpito in maggioranza le donne (+1.039.000) rispetto agli uomini (+530.000).

Una trasformazione che ha avuto inevitabili ricadute sul piano sociale. Il rapporto Ugl-Censis pubblicato in occasione dello scorso 1° maggio rivela che sono 1,5 milioni i lavoratori poveri, quelli cioè che percepiscono una retribuzione media inferiore alla soglia di povertà (oppure in relazione ai carichi di famiglia). Nell’ultimo decennio, il loro numero è aumentato di 690.000 unità (+84%). Più colpiti i lavoratori in proprio (+230%), mentre nel solo anno del Covid l’aumento degli occupati poveri è stato pari a 230.000 unità. C’è poi l’annosa questione del cuneo fiscale. Stando ai dati Ocse, l’Italia ha la quinta tassazione sul lavoro più elevata, molto superiore a Paesi paragonabili per tipo di economia, per esempio Spagna (-10%) e Portogallo (-5%). Più in alto di noi in classifica, comunque, troviamo Germania, Francia e Austria.

Dov’era la sinistra?

Poco intenso, mal pagato e stratassato: è questo, dunque, l’impietoso identikit del lavoro italiano. E così, assistiamo in questi ultimi tempi al paradosso della domanda di lavoro che, complici le riaperture, in effetti c’è, ma non viene soddisfatta appieno. «In questi giorni, sui grandi giornali di regime la voce è unica: gli imprenditori non trovano dipendenti a causa del reddito di cittadinanza, i giovani sono sfaticati e i sussidi statali vanno aboliti», lamenta il portavoce dell’Unione giovani di sinistra Mario Moretti in un lettera inviata pochi giorni fa al Fatto Quotidiano, «la questione che voglio porre è la seguente: se un giovane o un disoccupato preferisce il reddito di cittadinanza a un lavoro senza diritti e con salario da fame, dovremmo colpevolizzarlo perché rivendica condizioni di vita dignitose?». Per poi aggiungere, in pieno stile comizio, che «i vari “datori di lavoro” ripetono ossessivamente che “il lavoro nobilita l’uomo”, ma non sanno cosa significhi sopravvivere con 800 euro al mese e turni disumani, cui noi under 35 siamo abituati ormai da anni».

Passi per i giovani come Moretti, ma dov’erano sindacati e politici di sinistra che in questi vent’anni avrebbero dovuto difendere i salari dalla terribile emorragia che li ha colpiti? Troppo facile lamentarsi adesso, oppure puntare il dito contro gli imprenditori, come fa il segretario di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni: «I giovani, ma non solo, non possono essere retribuiti con una miseria, e immagino che non siano più disposti ad essere sfruttati per il profitto di qualche imprenditore senza scrupoli».

Forse i «compagni», come ci ricorda il simpatico quadretto di qualche anno fa che ritrae insieme l’ex segretario della Cgil Susanna Camusso e l’allora premier Mario Monti, si sono seduti al tavolo con i potenti a farsi quattro risate alla faccia dei lavoratori.


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