- Inchiesta sulla Virtus, l’accusa è di truffa ai danni della prefettura nei bandi per l’accoglienza di 700 stranieri. Indagato Luigi Fresco, patron e mister del club da sempre schierato a sinistra. La replica: «Tutto in regola».
- Travolto dagli sbarchi a getto continuo, il ministro Luciana Lamorgese si appiglia di nuovo alla chimera delle redistribuzioni di profughi gestite da Bruxelles. Senza cavare un ragno dal buco.
Lo speciale contiene due articoli.
Schei. Tanti soldi, circa 12 milioni, in cambio di migranti da accogliere senza averne i requisiti. Ne ha sequestrato il corrispettivo in denari e beni la Guardia di finanza di Verona per una presunta truffa della Virtus Verona, un’istituzione polisportiva (ha 100 anni e milita nella Lega Pro di calcio) ma anche politica, sociale e morale, totem della sinistra dei movimenti e del benecomunismo nella città scaligera, dipinta dalle sinfonie mediatiche come un’oasi di resistenza permanente nel regno del male della destra al potere.
Anche i buoni peccano, si potrebbe dire commentando la notizia. L’inchiesta va avanti da due anni e il capo d’imputazione è pesante ma purtroppo consueto: truffa ai danni della prefettura (che erogava i fondi) nell’aggiudicazione del servizio di accoglienza e assistenza di 700 stranieri richiedenti protezione internazionale. Oltre al maxisequestro è stato indagato Luigi Fresco, presidente e allenatore della Virtus da 36 anni, nonché icona dell’accoglienza veronese. Dovrà rispondere di truffa aggravata, falso ideologico in atto pubblico e turbativa d’asta. Nel mirino della Procura (il fascicolo è sulla scrivania del pm Maria Diletta Schiaffino) sono le operazioni effettuate dal 2016 al 2018 e la dote percepita, in realtà un piccolo tesoro, che ammonta a 12.242.711 euro. L’accusato ha spiegato a TeleArena: «Abbiamo agito in modo corretto e trasparente, la prefettura ha sempre controllato il nostro operato, con verifiche ogni due mesi. I 12 milioni non sono il guadagno della società ma la cifra sostenuta per le spese».
I finanzieri hanno studiato le carte ricevute dalla prefettura (che per prima aveva sospettato irregolarità) e hanno accertato passaggi illegali nella documentazione prodotta per la gara, con false attestazioni sui requisiti riguardo all’oggetto sociale, alla pregressa esperienza nel settore, al numero non congruo di operatori dedicati e all’idoneità delle strutture destinate all’accoglienza. Uno scenario simile a molti altri, nei quali più che l’afflato di fratellanza ha un ruolo chiave la speculazione economica. Della serie: cominciamo a prendere i soldi e poi ci metteremo a posto. Da 20 anni il business del migrante rappresenta una corsa all’oro per cooperative e associazioni dalla riconversione facile. Una mala pianta che Matteo Salvini ha provato a estirpare da ministro dell’Interno del governo Conte 1 con i decreti Sicurezza, affondati dalla maggioranza delle quattro sinistre del Conte 2, interessate per scopi elettorali a far ripartire la giostra.
Le fiamme gialle di Verona hanno scoperto, per esempio, che alla richiesta d’una «comprovata esperienza in ambito Sprar (il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati)» – condizione necessaria per partecipare al bando – la società aveva attestato di essersi impegnata nell’inserimento sociale di giovani profughi provenienti dall’Albania (1989) e dalla ex Jugoslavia (1991-1995). Ma in realtà Vita Virtus, la onlus sociale della polisportiva, è stata costituita dopo il 2000. Un altro aspetto poco chiaro sta nel requisito primario, che dovrebbe essere quello di «operare nel settore dei servizi di assistenza alla persona» mentre i finanzieri hanno rilevato che l’oggetto sociale in Camera di Commercio prevedeva solo «attività sportive», ampliato in seguito proprio per accedere ai ricchi bandi.
Mentre in una nota la Virtus calcio si dichiara estranea alla vicenda («L’inchiesta riguarda una società diversa che opera in maniera autonoma, le uniche attenzioni di squadra e staff tecnico sono rivolte alla partita contro il Trento»), il prefetto Donato Cafagna sottolinea il lavoro degli investigatori che hanno avuto «la ferma volontà di tenere sempre alto il livello di attenzione volto al rispetto delle regole da parte dei soggetti gestori dei centri per l’accoglienza. In relazione alle misure patrimoniali adottate, sono state avviate dalla prefettura procedure per la revoca dell’affidamento».
Se le accuse saranno confermate Gigi Fresco finirà nei guai. A Verona è un’autorità, entrò nella Virtus come consigliere a 18 anni (oggi ne ha 60) e gli esperti di calcio lo inseriscono nella classifica degli allenatori-presidenti più longevi d’Europa prima di monumenti come Alex Ferguson e Arsène Wenger. Da sempre schierato a sinistra, per distinguere anche socialmente i tifosi dagli ultrà dell’Hellas Verona, ha caratterizzato la Virtus come simbolo della resistenza «antifascista, antisessista, antirazzista e per i diritti Lgbt». Di supermoda. La curva del club dei buoni ed accoglienti sventola bandiere rosse con tutto il modernariato di area: immagini del Che, stelle rosse a cinque punte, falce e martello, striscioni inneggianti all’anarchia. Un centro sociale che fa gol.
Per cinque anni consigliere provinciale della Margherita, Fresco ha stupito la sua parte politica alle amministrative 2017 affiancandosi all’ex leghista Flavio Tosi. Argomentò: «L’ho fatto per amicizia. Ci diede anche una mano nel trovare un luogo dove sistemare i profughi». Quello dei migranti africani è un settore aggiunto alla polisportiva dopo calcio maschile e femminile (sette squadre più scuole calcio), volley e palestre.
Due anni fa in un’intervista al Manifesto il Gigi disse: «Dalla prefettura ci è stato assegnato un gruppo di ragazzi che volevano fare sport. Siamo arrivati ad averne anche 400». Ne era orgoglioso perché «la Virtus è un modo di vivere, solidarietà e valori del rispetto». È da sempre la musica del giorno prima.
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