- È in corso una verifica fiscale di Fiamme gialle e Agenzia delle entrate: sospetti di evasione su guadagni che sarebbero stati trasferiti dall’Italia a Usa e Olanda. L’azienda: «Controlli di routine». Caccia alla talpa.
- Il colosso ha anche pagato maxi multe per problemi sulle prescrizioni.
Lo speciale contiene due articoli.
È caccia alla talpa per la fuga di notizie relativa alla verifica fiscale in corso negli uffici di Pfizer da parte della Guardia di finanza. Per gli uomini delle Fiamme gialle, che lavorano ai controlli sulla casa farmaceutica dal febbraio scorso, il lancio d’agenzia di mercoledì sera, subito dopo la chiusura delle contrattazioni alla Borsa di New York, è stato un fulmine a ciel sereno. Accolto, sembra, con tante domande sull’autore della soffiata e sul movente. Anche in virtù di una ricostruzione approssimativa dello stato dell’arte delle attività, delle quali, oltre ai finanzieri, erano al corrente solo l’Agenzia delle entrate e, parzialmente, l’azienda, che però, trattandosi di un’attività amministrativa e non investigativa, ignorava l’ipotesi di lavoro dei baschi verdi. Controlli di routine insomma, che sembrano essere piuttosto frequenti nelle grandi multinazionali e dei quali l’Agenzia delle entrate viene sempre messa al corrente quando si fanno verifiche su importanti aziende da cui potrebbero emergere dei rilievi di importo molto elevato.
Una condivisione necessaria a evitare che, dopo mesi di attività con decine di uomini impegnati nella verifica, di fronte a un eventuale verbale inviato all’Agenzia per l’avviso di accertamento, quest’ultima non condivida la visione della Guardia di finanza. L’ipotesi che la multinazionale farmaceutica abbia nascosto almeno 1,2 miliardi di euro di profitti trasferendo denaro a dei rami di azienda in altri Paesi riportate mercoledì sera da Bloomberg era dunque nota solo a queste due realtà. La Gdf avrebbe ipotizzato che la Pfizer Italia srl, situata appena fuori Roma, avrebbe trasferito capitali alle società sorelle dei Paesi Bassi e degli Stati Uniti (Pfizer manufacturing llc, con sede nel Delaware, e Pfizer production llc) per evitare il pagamento delle tasse sugli utili. Occorre ricordare che le multinazionali non evadono, quando evadono, facendo nero. Lo fanno sfruttando le loro ramificazioni in tutto il mondo che permettono di trasferire parte dei ricavi su filiali in Stati con un regime fiscale più vantaggioso, facendo così crescere l’utile netto. Mentre i costi vengono mantenuti nel Paese con la tassazione più elevata. Un precedente illustre nel nostro Paese è quello dell’accordo raggiunto nel 2017 tra Google e il Fisco italiano, che portò nella casse dello Stato 306 milioni di euro. Va detto che si tratta di un sistema di gestione dei conti non necessariamente illecito o comunque in cui l’illecito non è facile da dimostrare. Il controllo sui profitti della società farmaceutica coprirebbe il periodo 2017, 2018 e 2019, ovvero prima della pandemia di Covid, che ha visto Pfizer tra i protagonisti del contrasto alla malattia con il suo vaccino.
A confermare che gli accertamenti sono di routine è stata la stessa multinazionale, che tramite la portavoce Pam Eisele ha dichiarato a Bloomberg che «le autorità fiscali italiane controllano e indagano regolarmente sulle tasse Pfizer e l’azienda collabora con tali controlli e indagini» aggiungendo poi che «Pfizer è in regola con il pagamento delle tasse e conforme ai requisiti richiesti dall’Italia». Sul punto però, secondo quanto risulta alla Verità, nessuna conclusione sarebbe già stata tratta dai finanzieri che stanno effettuando la verifica, in attesa del contraddittorio con il contribuente. Solo al termine della verifica potrà essere eventualmente emesso l’avviso di accertamento al quale verosimilmente seguirebbe una battaglia legale tra il colosso della farmaceutica e il Fisco italiano.
Anche la cifra indicata da Bloomberg, allo stato dei fatti, risulta essere del tutto ipotetica e approssimativa. Al termine della verifica la cifra potrebbe cambiare, anche di centinaia di milioni. E comunque la cifra citata non è la quantificazione dell’evasione, ma corrisponde al giro d’affari su cui calcolare successivamente l’entità dell’imposta evasa. La tassazione sui dividendi distribuiti alla capogruppo sarebbe infatti al 27,5%, mentre se le entrate venissero considerate reddito della società la percentuale salirebbe al 40%. Per questo la Guardia di finanza non comunica mai i contenuti di verifiche in corso e neanche quelli dei controlli conclusi, ma privi di rilievo penale. Come nel caso di cui stiamo parlando, che comunque non supererebbe, rispetto al volume d’affari della società, la soglia prevista per finire all’attenzione della Procura della Repubblica. Per quanto molto importante in assoluto, la cifra di 1,2 miliardi di euro ipotizzata da Bloomberg è marginale rispetto al fatturato complessivo del colosso farmaceutico, che solo nel 2019 ha raggiunto circa 51 miliardi di euro. In ogni caso si tratta comunque di un bel gruzzoletto.
La fuga di notizie non potrà comunque in nessun modo influire sull’esito finale dei controlli in corso, visto che tutta la documentazione è già nelle mani delle Fiamme gialle, ma resta il mistero sull’identità della talpa e sul «cui prodest?». Pfizer è una società quotata in Borsa, e ieri pomeriggio (mattina per New York) il titolo era in leggera perdita. Difficile, però, ipotizzare un patto scellerato tra speculatori di Borsa e qualcuno tra i soggetti a conoscenza della verifica. E forse è per la delicatezza della vicenda che ieri, anche se l’argomento dell’evasione delle grandi aziende è diventato di stretta attualità dopo il discorso di insediamento di Giorgia Meloni davanti alle Camere, nessun politico ha commentato la notizia, che è rimasta confinata principalmente nella bolla di Twitter. In attesa probabilmente di conoscere gli esiti definitivi della verifica.
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