- Il Patto per la salute fa entrare in ospedale studenti in formazione e sposta la pensione per i camici bianchi fino a 70 anni. Ma sindacati e ordine lo stroncano: «Troppo poco».
- Pierino Di Silverio, responsabile nazionale di Anaao giovani: «Non ci sono rischi per i pazienti, però questa soluzione tampone non risolve il problema della carenza di personale. Anche con l’aumento delle borse di studio, ogni anno circa 2.000 laureati restano fuori».
- L’Italia finanzia il 74% della spesa sanitaria, gli altri Paesi occidentali l’80%: in media 1.900 euro pro capite, contro i 3.400 della Germania. I 2 miliardi in più dati dal governo sono insufficienti.
Lo speciale contiene tre articoli.
Risorse finanziarie e risorse umane. Confermato l’aumento da 3,5 miliardi al Fondo sanitario per il 2020-2021 (2 il prossimo anno, 1,5 nel 2021), la torta che viene suddivisa tra le Regioni anche se l’ambizioso obiettivo del premier Giuseppe Conte è di arrivare a fine legislatura con 10 miliardi, mentre per fronteggiare la carenza di medici, decimati dal blocco del turn over oltre che dai pensionamenti, il nuovo Patto per la salute, 2019-21 approvato dalla Conferenza Stato Regioni, prevede due importanti novità.
La prima, è la proroga che consentirà di rimanere al lavoro oltre i 40 anni di servizio (in genere con 65 anni di età) e fino a 70 anni ai medici specialisti, su base volontaria e secondo le esigenze aziendali. Circa 10.000 dottori, secondo il ministero della Salute, potrebbero essere interessati alla possibilità che già riguarda tanti medici universitari dei policlinici italiani e che non piace alla Cisl mentre per Filippo Anelli, presidente Fnomceo, questa può essere «una soluzione tampone a termine, ma la priorità ce l’hanno i giovani. Dobbiamo formare i giovani specialisti».
L’altra misura, in parte già prevista dal decreto Calabria, è il via libera all’ammissione degli specializzandi iscritti al terzo anno di corso ai concorsi per la dirigenza sanitaria, e la proroga al 31 dicembre 2022 della possibilità di stipulare contratti a tempo determinato per gli specializzandi collocati nelle graduatorie concorsuali. Secondo i calcoli dei sindacati si tratta di un potenziale di 13.700 giovani medici che già guadagnano circa 1.600 euro netti al mese e che potrebbero vedere aumentare i loro compensi di 1.000 euro, avendo più responsabilità.
Sono queste le misure più importanti tra le 15 che costituiscono il Patto siglato dal ministro della Salute Roberto Speranza e dal presidente della Conferenza delle Regioni e governatore uscente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini. «Affrontiamo alcuni nodi fondamentali, a partire da quelli del personale, per provare a dare più forza al nostro servizio sanitario nazionale», ha detto il ministro di Leu, «Dobbiamo investire e mettere ancora più risorse, favorire l’accesso di nuove energie e di capitale umano, dobbiamo investire sulla sanità digitale e sulla ricerca, che va valorizzata».
Il dato politico più evidente del Patto, lasciato in eredità dall’ex ministro grillino Giulia Grillo, è sicuramente il tentativo di tamponare l’emergenza dei reparti vuoti per pensionamenti, scarsi investimenti e mancanza di programmazione post universitaria, prolungando l’attività in corsia dei medici «anziani» di cinque anni e anticipando quella dei medici giovani di due o tre anni. L’obiettivo è avere circa 25.000 camici bianchi in più a fronte di un esodo previsto da oggi al 2025 di 50.000 persone. Fenomeno questo che vede protagonisti soprattutto gli specializzati dell’emergenza, anestesisti, pediatri, internisti, che, penalizzati da turni sempre più duri e dal lavoro usurante, spesso abbandonano il servizio pubblico e si spostano nel privato prima della pensione. Sono circa 5.000 a fare questa scelta che, insieme ai pensionamenti, più numerosi delle uscite dalle scuole di specializzazione, fanno sì che rispetto al 2010 oggi in corsia ci siano 8.000 medici in meno.
È proprio per la carenza di specializzazioni che nel Patto sono previsti punteggi più alti nei concorsi per coloro che hanno lavorato al pronto soccorso. Incentivi che dovrebbero arginare una situazione che, in prospettiva, potrebbe peggiorare a guardare la richiesta di specialisti che ci sarà tra cinque anni: nel 2025 serviranno 4.241 medici di urgenza emergenza; 3.394 pediatri; 1.878 internisti; 1.523 anestesisti; 1.301 chirurghi; 944 psichiatri; 826 specialisti dell’apparato cardiovascolare; 690 tra ginecologi e ostetriche; 612 esperti di radiodiagnostica; 550 ortopedici.
L’ingresso del nuovo esercito di medici sarà possibile grazie alle misure previste dal dl Fiscale (innalzamento tetto di spesa per il personale dal 5 al 15%) e inserite nel Patto per la salute (anche se le misure su lavoro over 70 anni e specializzandi assunti al terzo anno dovranno essere trasformate in legge). Le assunzioni dovranno basarsi sul fabbisogno e sarà responsabilità di ogni singola Regione individuare le coperture economiche e i relativi capitoli di spesa.
Si tratta però di risorse veramente minime per l’Anaao, il principale sindacato dei medici ospedalieri, secondo cui a fronte di 25.000 camici bianchi da poter reclutare, i 300 milioni stanziati per questo capitolo di spesa fra i 2 miliardi del Patto (ammesso che le Regioni li usino solo per nuovi contratti) basterebbero al massimo per 4.000 persone.
Il Patto prevede anche la nascita dell’infermiere di famiglia. Si tratterebbe di una figura che deve portare la sanità sul territorio diventando la persona di riferimento di pazienti con patologie croniche che necessitano di assistenza periodica.
L’obiettivo è alleggerire pronto soccorso e ospedali, ma anche sul fronte degli infermieri (a cui l’Ons ha dedicato l’anno 2020) la situazione è a un passo del tracollo. Ieri la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche ha reso noto che mancano 50.000 infermieri, che con i pensionamenti di quota 100 potrebbero salire a 70.000.
«Noi infermieri ci siamo e ci vogliamo essere», ha detto Barbara Mangiacavalli, presidente di Fnpi, «Con maggiore consapevolezza. Assumendoci maggiori responsabilità. Vogliamo e auspichiamo che questo ci sia riconosciuto sia dal punto di vista organizzativo che dal punto di vista economico. Vogliamo anche definire un nuovo patto per l’assistenza».
Hanno poi suscitato perplessità le misure per il superamento della mobilità sanitaria, ovvero per evitare che i cittadini del Sud siano costretti ad andare al Nord per curarsi. Fra le altre misure previste, anche una riforma degli enti sanitari, fra cui l’Agenzia del farmaco e l’Iss, la revisione delle regole per la spesa farmaceutica anche in termini di compartecipazione alla spesa, ticket in base al reddito e piani di potenziamento dei livelli essenziali di assistenza.
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