La Cgil si batte per l’utero in affitto alla faccia delle donne sfruttate
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  • La settimana prossima il sindacato ospiterà un grande convegno a Roma dove saranno presentate due proposte per regolamentare la pratica. Che è già fuorilegge e condannata da Cassazione e Consulta.
  • Il Guardian racconta l’orribile moda «Sono fertili, ma usano le surrogate».

Lo speciale contiene due articoli

La Corte costituzionale ha spiegato che l’utero in affitto «offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane». A maggio, la Corte di cassazione ha ribadito il concetto e ha sentenziato che «non può essere trascritto nei registri dello stato civile italiano il provvedimento di un giudice straniero con cui è stato accertato il rapporto di filiazione tra un minore nato all’estero mediante il ricorso alla maternità surrogata ed un soggetto che non abbia con lo stesso alcun rapporto biologico». Cioè non si possono registrare come «figli di due madri» o «due padri» i cosiddetti «bimbi arcobaleno». Persino le Nazioni unite, nella persona di Maud de Boer-Buquicchio, rappresentante speciale per i diritti dell’infanzia, spiegano che la surrogazione è, né più né meno, compravendita di bambini.

Eppure nel nostro Paese c’è chi non si rassegna. C’è chi ancora si ostina a presentare la maternità surrogata come un «diritto» da difendere.

Tra questi testardi profeti dell’utero in affitto c’è pure la Cgil, in particolare l’ufficio «Nuovi diritti». Il prossimo 19 giugno, a Roma, il sindacato ospiterà nella sede nazionale un convegno intitolato «Fecondazione medicalmente assistita e gestazione per altri: la possibilità di un figlio nel 2019».

Non sarà semplicemente un’occasione di discussione: durante l’incontro verranno presentate le proposte della Cgil (e di altri che ora vedremo) riguardo alla surrogazione.

«Nei mesi scorsi, l’associazione Luca Coscioni, Famiglie Arcobaleno, l’associazione Certi diritti e l’ufficio Nuovi diritti della Cgil da un lato, e il portale di informazione giuridica Articolo29 dall’altro, hanno lavorato per predisporre due bozze di regolamentazione della gestazione per altre e altri», si legge sul sito del sindacato. «Due bozze non in contrapposizione tra loro ma complementari l’una all’altra. Nell’incontro del 19 i due articolati saranno presentati all’opinione pubblica e messi a disposizione dei e delle parlamentari che riterranno di farli propri avviando il conseguente iter nelle sedi istituzionali».

Riassumendo: la Cgil si schiera con un’associazione Lgbt e con i rappresentanti radicali, ovvero con i maggiori tifosi dei presunti «diritti arcobaleno». L’obiettivo comune è evidente: rendere possibile il ricorso alla maternità surrogata. «Si partirà da alcuni presupposti ineludibili», spiegano gli organizzatori del convegno del 19. «In primo luogo la necessità di tutela delle bambine e dei bambini che già da anni vengono al mondo attraverso il ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita e/o a percorsi di gestazione per altri, bambine e bambini che già esistono e necessitano del pieno riconoscimento dei propri diritti; in secondo luogo la consapevolezza del nesso causale esistente tra un cieco proibizionismo e la possibilità di abuso dei diritti, superabile solo attraverso una attenta regolamentazione nel rispetto del diritto alla salute, alla scienza e all’autodeterminazione di ogni essere umano».

Sentite che belle parole: «Tutela dei bambini»; «diritto alla salute»; «autodeterminazione»… Dal sindacato ci si aspetterebbe di sentire termini come «sfruttamento» o «abuso», ma nel comunicato non se ne trova traccia. Strano davvero, visto che le madri surrogate sono, nella quasi totalità dei casi, lavoratrici senza diritti, persone costrette per denaro a noleggiare il proprio corpo e a vendere i bambini che hanno messo al mondo. Abbiamo raccontato, nei giorni scorsi, come i colossi della surrogazione stiano invadendo l’Africa alla ricerca di «manodopera» a costi ancora più bassi, e sarebbe compito del sindacato (che ha pure uffici nel Continente nero) prendere di petto situazioni come queste.

Invece no, invece la Cgil, ancora una volta, appare completamente schiacciata sulla difesa dei «diritti Lgbt». Del resto, quando a maggio è uscita la sentenza della Cassazione sui «figli arcobaleno», il responsabile dell’ufficio Nuovi diritti, Sandro Gallittu, si è subito schierato a fianco delle coppie che hanno fatto ricorso alla maternità surrogata. «Siamo a fianco di quei minori e delle loro famiglie», ha detto il sindacalista, «proseguiremo la nostra battaglia in difesa dei loro diritti». Nel 2018, lo stesso Gallittu, assieme a Maria Gigliola Toniollo, arrivò a criticare gli attivisti del gay pride perché non si occupavano abbastanza di utero in affitto. I due esponenti della Cgil definirono la surrogazione «ormai da anni uno dei più importanti elementi delle nostre battaglie» e spiegarono che il tema doveva «essere assunto ed enfatizzato in tutta la sua importanza vitale».

Pure Arcilesbica (non certo una congrega di bigottoni cattolici) si infuriò, rispondendo con una lettera rovente: «Sulla surrogazione di maternità c’è un silenzio di tanta sinistra che non è più giustificato: sono ormai note le implicazioni del fenomeno dal punto di vista della salute e della dignità delle donne oltre che di sfruttamento economico», scrissero le militanti lesbiche. «La surrogazione di maternità non è un nuovo diritto, ma un nuovo asservimento, un assoggettamento della gravidanza al mercato, in quanto sottomette la maternità alla produzione e fa della gestante stessa una materia prima». A quanto pare, però, il sindacato continua a battere sullo stesso tasto. Si vede che i diritti delle donne sfruttate vengono dopo quelli delle ricche coppie che possono permettersi di prendere in affitto una madre.

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