Immigrazione, Ong all’attacco
  • I taxi del mare hanno ricominciato a solcare le acque del Mediterraneo per recuperare migranti e portarli in Italia: negli ultimi 10 giorni ne hanno sbarcati 1.034. Mentre Luciana Lamorgese incolpa l’Ue di lasciarci soli, sulle nostre coste sono approdati oltre 27.000 immigrati. Giunti in Italia, i profughi si riversano in grandi città come Roma, Milano o Napoli, invadendo interi quartieri e occupando abitazioni con l’appoggio di una certa politica.
  • L’ammiraglio Nicola De Felice: «Le loro navi arrivano sotto costa nella zona di competenza libica. Nonostante l’Onu abbia regolarizzato le zone Sar se ne fregano delle leggi».

Lo speciale contiene due articoli

Al momento in mare ci sono la Ocean Viking e la Geo Barents. La prima con 228 passeggeri, la seconda con 65, parte di un carico che è finito disperso in mare. Si sono autoproclamate «fondamentali» per salvare vite umane. L’ultima settimana, però, ha messo in crisi questo concetto: lunedì 27 giugno nel naufragio a largo di Malta sono decedute almeno 30 persone, fra loro cinque donne e otto bambini; altre cinque vittime nella notte di mercoledì sono state trovate dalla Guardia nazionale tunisina. E c’è una barca fantasma partita dalla Tunisia con destinazione Lampedusa mai arrivata a destinazione. Perché a più partenze corrispondono sempre più morti in mare. Il fallimento della missione ha quindi trasformato definitivamente le Organizzazioni non governative in taxi del mare, che stazionano davanti alle coste della Libia e della Tunisia in attesa di un Sos partito da qualche barcone spesso messo in mare da scafisti trafficanti di esseri umani.

E proprio la funzione di taxi del mare si è intensificata: negli ultimi dieci giorni le Ong hanno traghettato sulle coste italiane 1.034 passeggeri. I casi più noti: i 59 migranti trasporti dalla Louise Michel, sovvenzionata dal noto graffitaro Bansky, a Lampedusa; Nadir di Resqship sempre a Lampedusa ne ha scaricati altri 19; Sea watch 4 ne ha fatti sbarcare 303 a Porto Empedocle (Agrigento); la Sea eye 4 è approdata a Messina con 476 passeggeri; Aita mari si è presentata ad Augusta con 112. Rispetto allo scorso anno c’è una notevole differenza: fino al 25 giugno 2021, la nave della Ong spagnola Open Arms è stata bloccata a Pozzallo per un provvedimento amministrativo. Inoltre nel porto di Buriana (Spagna) erano ferme la Sea-Eye 4, la Sea Watch 4, la Sea Watch 3 e la Alan Kurdi. Di fatto buona parte dei taxi del mare era fuori uso. Nonostante la situazione sbarchi sia da tempo fuori controllo, le principali Ong che operano nel Mediterraneo hanno recentemente scritto una lettera al ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. Dallo stile e dalle parole utilizzate, l’obiettivo finale è apparso evidente fin da subito. Per i teorici dell’accoglienza a ogni costo serve un ripensamento delle regole d’ingresso in Europa. Va da sé che le modifiche dovrebbero eliminare ogni norma che intralci l’immigrazione incontrollata. «I Paesi europei e l’Italia», scrivono Medici senza frontiere, Emergency, Sea watch, Open Arms, Mediterranea saving humans, ResQ-people saving people, Sos mediterranée e Alarm phone, «devono ritornare a degli standard decenti di tutela della vita umana, nel rispetto dei propri principi fondanti». Tradotto: niente attese per ottenere un porto di sbarco. La narrazione ideologica di Carola Rackete e compagni è la solita: «Azioni urgenti» perché «il salvataggio in mare è un obbligo degli Stati. Oltre che un dovere morale». I taxi del mare, inoltre, puntano il dito contro la Guardia costiera libica, denunciando «l’illegittimità giuridica delle intercettazioni e dei respingimenti». In maniera ancora più netta, a loro (insindacabile) giudizio bisogna togliere qualsiasi tipo di «sostegno alle autorità libiche».

Quello per la Libia e il suo mare sembra un vero e proprio cruccio. Senza dubbio tra le concause scatenanti il caos migratorio degli ultimi mesi rientrano siccità e carestia (dovuta alla mancanza di grano ucraino) che stanno spingendo decine di migliaia di africani a lasciare in massa i loro Paesi di origine. In un contesto logico e privo di pregiudizi, la situazione internazionale dovrebbe suggerire allo spirito critico dei responsabili dei taxi del mare di spingersi anche verso Est. Facendo rotta sul Mar Nero per dare una mano ai profughi ucraini in fuga da Odessa e dal Mare d’Azov. Ma questo cambio di prospettiva al momento pare proprio non essere contemplato. Anche perché quasi sempre dopo le operazioni al largo e nei momenti di pausa tra un film (come quello su Open Arms mandato in onda nei cinema a febbraio) e una raccolta fondi, le imbarcazioni delle Ong continuano a trovare riparo e un porto sicuro in Italia.

Ovviamente il racconto di Lamorgese tende a tirare dentro l’Europa: «La risposta all’immigrazione irregolare non può prescindere da una concertata azione europea». Al Viminale, nonostante i fallimenti del Patto di Dublino, sembrerebbe che continuino a fare affidamento sull’Unione Europea: «È stato approvato un pacchetto attuativo della prima fase dell’approccio graduale in materia di immigrazione e asilo». E ancora: «Un meccanismo di solidarietà per aiutare gli Stati membri di primo ingresso e due regolamenti per rafforzare la protezione delle frontiere esterne dell’Unione europea». Ma è inevitabile che più di qualche perplessità sulla reale capacità, o meglio volontà di ricollocamento in ambito europeo, resti. Anche alla luce del recente passato, in cui l’Italia si è trovata da sola a fronteggiare l’emergenza. Con numeri di queste proporzioni: all’1 luglio 27.633 sbarcati, contro i 20.855 dello stesso periodo del 2021 e i 7.202 del 2020. Anche le località di provenienza non lasciano dubbi sulla tipologia di sbarcati: 4.120 dal Bangladesh, 3.935 dall’Egitto, 2.757 dalla Tunisia. Si tratta quindi di immigrati economici e non di potenziali richiedenti asilo.

Ovviamente dopo lo sbarco sulle coste e l’identificazione, con un decreto di espulsione in tasca, la maggior parte degli sbarcati si riversa nelle grandi città italiane: Roma, Milano e Napoli. E finisce per occupare interi quartieri. Sostenuta da una certa politica. Il Campidoglio, per esempio, per gli abusivi si prodiga al punto da rendere gli occupanti possessori di diritti: ovvero il diritto a ottenere la residenza. Infatti la giunta di centrosinistra ha stabilito che i richiedenti asilo e protezione internazionale, già abusivi in un edificio, potranno ottenere la residenza e l’allacciamento ai pubblici servizi per l’immobile. Una norma che deroga all’articolo 5 del decreto dell’ex ministro Maurizio Lupi. Cavillo giuridico già varato nel 2019 dall’ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando. Sempre a Roma è stata programmata la riqualificazione del Porto Fluviale Rec House: storica caserma dell’Aeronautica militare occupata dal 2003, da allora nell’edificio di interesse storico per il Mibact c’è spazio per i clandestini e il centro sociale. Per l’area dovrebbero essere destinati 13 milioni di euro di fondi europei legati alla pandemia. Viene da pensare che di sgomberi se ne facciano pochi per tornaconto elettorale e per nascondere all’opinione pubblica il contesto criminale in cui sorgono le occupazioni. Come nel caso di alcuni appartamenti popolari situati a San Basilio e a Tor Bella Monaca, finiti nelle mani del clan Moccia che nella Capitale, oltre alla tradizionale attività di spaccio, gestisce proprio il racket delle case popolari.

Delle 48.000 case popolari che compongono il patrimonio immobiliare di Ater (azienda territoriale per l’edilizia residenziale pubblica), 6.000 sono occupate da chi non ha titolo per accedervi. A Roma il tasso di abusivismo pesa per il 12,5% del totale. Anche l’edilizia popolare di Milano è per la maggior parte in mano a stranieri e criminali. Lo dimostra la mega rissa scatenatasi in via Bolla lo scorso 11 giugno. Un litigio tra vicini ha dato vita a scene da Far West: almeno 60 persone tra rom e abusivi hanno aggredito, con coltelli e spranghe, i pochi residenti italiani dell’area. Scene di ordinario degrado diffuse in maniere virale sui principali social network.

Il tasso di abusivismo tra gli abitanti delle case popolari è molto alto pure in Campania. Nella Regione se ne calcolano circa 20.000, di cui la metà nella sola Napoli. E da tempo viene chiesta una graduatoria che metta ordine e ripristini un barlume di legalità nell’assegnazione della casa.

In Italia l’edilizia popolare copre solo il 5% del fabbisogno, in alcuni Paesi europei questo dato raggiunge il 9 per cento. Nel frattempo in questi abitati dimenticati dalle istituzioni crescono e si formano i criminali che seminano violenza e panico. Soprattutto quelli di seconda generazione. Come a Peschiera del Garda, proprio nel giorno della festa della Repubblica.

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