- Un tempo c’erano i consigli della nonna e un’unica figura medica di riferimento. Oggi abbondano gli specialisti, dall’osteopata alla puericultrice al nutrizionista… Ma sono davvero tutti necessari?
- Il presidente dell’Ordine degli psicologi David Lazzari: «Mamme e papà sono ossessionati dalla perfezione. Hanno paura a dare regole e per ogni dubbio interrogano il Web. Un tempo ci si metteva in gioco più facilmente».
Lo speciale contiene due articoli
Un esercito di esperti ha soppiantato balie e tate. A supportare neogenitori confusi, alle prese con il bebè, c’è un moltiplicarsi di specialisti (più o meno qualificati) raggiungibili online in community, app, podcast e tutorial. Su web e social, a disposizione di mamme e papà inesperti e ansiosi, alle prese con il neonato – il primo e spesso anche l’ultimo o l’unica – si offrono i servizi più disparati. Alla distanza di un clic è un pullulare di specialisti, pronti a risolvere ogni dubbio prima, durante e dopo l’arrivo di un erede – fino alla sua maggiore età – e, addirittura, app per co-genitori, cioè mamme e papà che stanno insieme, senza essere una coppia, ma solo per fare un figlio. Accanto a ginecologi e sessuologi – che entrano in gioco, prodighi di consigli, ben prima del concepimento – non possono mancare ostetriche, puericultrici specializzate in allattamento, pedagogisti clinici, l’osteopata per la gravidanza e quello pediatrico, ovviamente psicologi per ogni evenienza, personal trainer per tornare in forma dopo il parto o per l’allenamento funzionale e, chiaramente, il nutrizionista.
Altro che la tata, il pediatra o le nonne del piccolo o della neonata: oggi è l’algoritmo a fornire suggerimenti in post e video dedicati a temi specifici, oppure in portali come parentsmile. La piattaforma, fondata da una mamma sulla base della sua esperienza, per esempio, «offre servizi medici, formativo-educativi, assistenziali e per il fitness, il tutto in un unico hub». I servizi, si legge nel sito, «sono prenotabili h24, 7/7, 365 giorni l’anno, con conferma immediata ed erogati esclusivamente da professionisti altamente qualificati con titoli legalmente riconosciuti», per i quali sono disponibili le tariffe, tendenzialmente orarie, che vanno dai 50-60 euro a 100, se vengono a domicilio. Difficile fare un censimento, le community si creano attorno a genitori, specialisti, associazioni e possono essere indipendenti o sponsorizzati da marchi di prodotti per l’infanzia.
È il caso del Pampers Village, progetto lanciato nel 2021, con articoli e podcast per dare consigli, rispondere dubbi e condividere storie, sviluppato insieme a Heart4Children, un’associazione di promozione sociale, con il contributo di Mind4Children, spin-off dell’Università di Padova.
«Le community online, sia indipendenti, sia sponsorizzate dai brand, funzionano come canali di passaparola digitale e soddisfano bisogni tipici dei neogenitori», spiega Fulvio Fortezza, professore associato di Marketing al Dipartimento di Economia e management dell’Università di Ferrara. «Oltre offrire consigli, aiutano a creare un senso di appartenenza, diventando veri e propri spazi di mutuo sostegno. I forum nati in modo indipendente vengono spesso affiancati da spazi creati e moderati dalle aziende che organizzano eventi e forniscono contenuti utili, integrando suggerimenti con l’offerta dei loro prodotti. Più che di una manipolazione», osserva l’esperto, «si tratta di un’operazione che risponde a un’esigenza reale, di consumatori più ansiosi, meno sicuri» e attenti a «evitare errori».
Il marketing, quindi, fa solo il suo mestiere in una società «in cui molti riferimenti familiari e sociali tradizionali sono scomparsi o si sono indeboliti», argomenta Fortezza. «Una volta il sapere su come crescere i figli veniva trasmesso dai familiari o dai vicini di casa. Oggi si cerca sostegno su Google, blog, app e community online. Il web ha portato a una trasformazione: non c’è più il consiglio del genitore o della nonna, ma quello di altri genitori o di esperti attraverso le community online. Di fronte a questa autonomia, i brand trovano terreno fertile per inserirsi e proporsi».
Del resto, la depressione perinatale, secondo l’Istituto superiore di sanità, colpisce circa il 10-20% delle donne e il 2-10% degli uomini. Allo stesso modo, la percentuale di ansia nel periodo perinatale varia dall’11 al 25% per le donne e dall’8 al 20% per gli uomini. I genitori spesso percepiscono anche uno stress legato al ruolo, che viene definito parenting stress, che porta a percepire il bambino come particolarmente richiedente e difficile da accudire. Così, quasi sei neogenitori su dieci dichiarano il desiderio di avere un supporto psicologico – anche se poi dolo il 4% segue il percorso con un professionista – come rivela un’indagine diffusa in queste settimane da Nestlé e sviluppata in Italia insieme a Unobravo. Certo, la survey rivela anche il dato incoraggiante che 8 intervistati su 10 rifarebbe la scelta di mettere al mondo un figlio ed evidenzia un maggiore coinvolgimento del padre nel prendersi cura del piccolo, ma non aiutano le pressioni e le aspettative sociali e familiari dichiarate dal 40%. Inoltre, un recente studio della Ohio State University segnala che il 62% dei genitori, a causa della nuova responsabilità, si sente estremamente stanco e quasi il 40% ritiene di non avere un adeguato supporto nel suo ruolo. «Questo è collegato alla trasformazione della società», rimarca il professore. «Prima il concetto di famiglia era diverso», si era di più, più vicini «e presenti». Oggi è tutto più frammentato, «sono saltati i legami, cresce il numero dei single e dei single di ritorno», e «il web è pervasivo: viene interrogato su tutto» e offre di tutto.
Accanto all’osteopata, che dovrebbe essere interrogato per valutare eventuali squilibri o possibili tensioni che si possono essere verificate nel piccolo nel corso del parto o nell’allattamento, non mancano la puericultrice e il nutrizionista, prodigo di consigli per la dieta migliore per questa funzione. Per interpretare poi il significato del pianto e capire se si tratti di fame, stanchezza o fastidio, viene in aiuto una app, a dare il verdetto. Se poi si ha un animale domestico, c’è lo psicologo con tutta una serie di accorgimenti per evitare che si ingelosisca con l’arrivo del bimbo o della bimba.
A tale proposito, parallelamente, «sta crescendo il mercato legato agli animali domestici», riflette Fortezza. Diversi studi evidenziano che per i pet «si sviluppa un grado di attaccamento equiparabile a quello che si sviluppa verso un figlio o una figlia. Questo affetto porta all’acquisto di prodotti specifici e di qualità per gli animali, tanto che, in alcuni supermercati, i reparti dedicati agli amici a quattro zampe sono paragonabili, in dimensioni, a quelli dei prodotti per l’infanzia. È ormai comune vedere che le spese per il pet care siano considerevoli, con una gamma merceologica in costante espansione: cibo, accessori e altri servizi».
Guardando al futuro, è probabile che il fenomeno dell’informazione digitale e dei servizi per i genitori «raggiunga la maturità, ma si assisterà a nuove evoluzioni nelle necessità di consumo, a supporto di altre categorie di utenti. Stiamo assistendo a un cambiamento sociale che riguarda anche le famiglie, sempre più fluide e monocomponenti. Il mercato», conclude, «dovrà quindi prepararsi a rispondere a queste nuove esigenze, spostando l’attenzione e creando nuovi prodotti e servizi per i diversi tipi di nuclei familiari», con meno bimbi e più animali.
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