La riforma Renzi ha svenduto le banche popolari agli stranieri. «Le procure chiariscano»
ANSA
  • Corrado Sforza Fogliani: «Saranno le inchieste a spiegarci perché l’ex premier nel 2015 affrettò il provvedimento»
  • Sondrio e Bari avevano interpellato il Consiglio di Stato, che le ha dirottate in Europa. Se vincessero, anche quelle già trasformate in spa sarebbero indotte a rivedere la loro struttura.
  • Il Bullo giustificò il blitz promettendo più trasparenza e un mercato in crescita. Ma i dati della piattaforma digitale dimostrano il fallimento di quel decreto, varato tra pesanti sospetti (mai fugati) di insider trading.

Lo speciale contiene tre articoli.

Corrado Sforza Fogliani vive molte vite parallele, tutte legate da un tenace filo comune: la diffidenza liberale verso lo Stato («lo scriva minuscolo, come suggeriva Luigi Einaudi!», dice spesso). Avvocato, già presidente di Confedilizia (di cui oggi guida il centro studi), storico presidente della Banca di Piacenza (una Popolare), difensore dei tesori della sua città (non si contano le opere d’arte restaurate e valorizzate con il decisivo contributo privato della banca), animatore di iniziative culturali come il Festival della libertà (che a gennaio giungerà alla terza edizione). È attualmente presidente dell’Associazione nazionale fra le banche popolari, chiamato a questo incarico dopo il blitz del governo Renzi contro le Popolari, con il contestato decreto legge del 2015.

Dieci giorni fa, su iniziativa di soci della Banca popolare di Sondrio, il Consiglio di Stato ha investito la Corte di giustizia europea.

«Credo sia un accoglimento di alcune fra le ragioni più importanti portate avanti da Assopopolari, anche se la causa non è stata sollevata direttamente da noi. Sono questioni fondamentali che potrebbero mettere in discussione gli effetti della riforma Renzi anche sulle società convertite».

Addirittura con effetto retroattivo?

«Potrebbe accadere, a somiglianza di alcune pronunce della Corte costituzionale. Pensi all’ipotesi che i soci abbiano tenuto aperto il rapporto, e abbiano richiesto una liquidazione differente del loro diritto di recesso. Se la Corte europea dichiarasse illegittimi aspetti della riforma, anche le quantificazioni sarebbero messe in discussione».

Torniamo all 2015. Secondo lei perché Renzi si intestardì così?

«Ci sono vicende giudiziarie in corso, con accuse di insider trading, al vaglio delle Procure di Roma e Perugia. Quelle vicende giudiziarie potranno darci la reale natura di quella decisione politica improvvisa e affrettata. Decisero di procedere in assenza di un presidente della Repubblica (Giorgio Napolitano non c’era più, c’era la supplenza di Pietro Grasso). Mi auguro che emergano le vere ragioni di quella scelta. Certo, sono circostanze difficili da ritenere casuali. Per quanto ne avessi fatto una precisa istanza al presidente Pierferdinando Casini, la Commissione d’inchiesta non volle occuparsi di questo argomento».

Agirono con decreto legge: dov’erano le condizioni di straordinaria necessità e urgenza?

«Appunto. Si figuri che poi nel provvedimento si dava un tempo lungo, di molti mesi, per la conversione delle banche… E allora, l’urgenza?».

Ci furono polemiche su un vero o presunto insider trading. Il presidente della Consob Giuseppe Vegas sottolineò movimenti anomali nei giorni caldi. Qualcuno sapeva e poté fiutare l’affare?

«Gli aspetti giudiziari li vedrà la magistratura. Io guardo alla sostanza, secondo il noto brocardo post hoc, propter hoc. Dopo quel decreto, tutte le banche convertite (tranne una) sono finite, con larghe maggioranze, a fondi speculativi esteri. Si tratta di un esito così generalizzato, che mi pare difficile non lo si fosse capito da prima. Poi le inchieste valuteranno se si sia voluto agire per produrre questo fine…».

Vi accusarono di difendere lo status quo, di essere ostili allo straniero. Lei ha sempre risposto che volevate evitare oligopoli.

«Il punto sta nella filosofia delle banche di territorio, come sono le Popolari. Non per bontà, ma per nostro stesso interesse, noi aiutiamo il territorio: più cresce il territorio, più cresciamo noi. La mia banca, a Piacenza, “vede” nel suo bilancio com’è andata l’annata agraria, per capirci».

Un modo di ragionare diverso dalle grandi banche.

«Certo. Hanno un altro dna, è nella loro natura. Tendono a spostarsi nei territori nei quali ci sia un mercato dei tassi più favorevole per la remunerazione dei finanziamenti. Si spostano dov’è più conveniente per loro. L’opposto di ciò che facciamo noi, che siamo naturalmente legati a un territorio».

Lei teme che gli operatori esteri siano più interessati al portafoglio clienti di queste banche, che non a sostenere l’economia dei territori.

«Questo è indubbio. Ma dico di più. O consapevolmente o addirittura deliberatamente si è aperta la porta a fondi speculativi esteri (a loro volta emanazione delle grandi banche straniere) perché l’Europa (e io intendo: chi comanda oggi in questa Europa) ha probabilmente accarezzato un disegno: colpire il tessuto connettivo dell’economia italiana, cioè le piccole e medie imprese. Per farlo, il primo passaggio strumentale era colpire le banche di territorio, cioè quelle che aiutano le Pmi. Quello che poi facciano questi fondi speculativi e come possano ridurre l’Italia lo vedremo: in genere hanno un traguardo operativo di pochi anni. E certo sono un passo importante per la creazione di un oligopolio bancario sostanzialmente in mani straniere. Lo spiego nel mio libro Siamo molto popolari, pubblicato con Rubbettino, che non a caso ha come sottotitolo Controstoria di una riforma (quella Renzi/Boschi) che arriva da lontano e porta all’oligopolio bancario».

Lei è uno dei pochissimi a «violare il santuario» dell’europeismo…

«Mio padre aveva un sogno europeo: sperava nell’Europa di Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Robert Schuman. Ma non c’entra nulla con questa Ue di burocrati che hanno prodotto regolamenti pure sui bastoncini per togliere il cerume dalle orecchie».

Bilancio della riforma Renzi?

«Faccio una fotografia. Prenda i principali azionisti delle prime 10-11 banche spa italiane, incluse le Popolari convertite: sono governate dai fondi speculativi esteri. È un fatto, non un’opinione. Nel mio libro c’è la relativa dimostrazione, banca per banca».

Restano situazioni delicate: la Popolare di Bari e quella di Sondrio.

«Sondrio è una bellissima e buona banca. Quanto a Bari, ha dei problemi solo perché allora fu “consigliata” di acquistare e salvare Tercas. Altrimenti non si sarebbero creati problemi. Ma io confido che quello della capitalizzazione sarà risolto».

Si sente spesso dire «ce lo chiede l’Europa» e che si debba rispondere signorsì, anche in materia bancaria. Si è fatto bene a far così?

«Io sono del tutto critico verso questa tendenza. Vedo una grande responsabilità, a sinistra come a destra, di chi ha governato in passato: si sono comportati da tappetini nei confronti dell’Europa. Pensi allo spread…».

Non ha molto a che fare con l’economia reale…

«Appunto, uno non va certo al mercato o a fare la spesa contando i punti di spread. È un indicatore creato dall’alta finanza come strumento per incidere sulle scelte politiche degli Stati. Lei pensi a quando hanno voluto licenziare Silvio Berlusconi (anche lui responsabile come tutti di cedimenti in Ue). Ma allora usarono impropriamente quello strumento contro un governo scelto dagli elettori. Oltre ogni immaginazione».

A proposito, che c’entra lo spread con i bilanci delle banche?

«Ecco. Nel 2011 c’era lo spread a 500 ma nessuno metteva in dubbio la patrimonializzazione delle banche. Adesso invece, con lo spread intorno a 300, sì. Perché? Perché hanno cambiato una regoletta europea nel 2016, estendendo a tutte le banche un meccanismo che era stato pensato solo per quelle grandi. In pratica, obbligano a contabilizzare la diminuzione di valore dei titoli pubblici che le banche hanno in pancia».

Bel capolavoro Ue…

«Guardi, io dico che dobbiamo difenderci dall’Europa per difendere le banche. Ci ritroviamo con bilanci di fatto scritti a Bruxelles. Dico spesso che noi dovremmo fare un bilancio elementare per noi (entrate, uscite, avanzo o disavanzo) e un altro sulla base delle regole europee, che possono portarti a perdere immeritatamente o a far guadagno altrettanto immeritatamente».

Non le pare che, in sede di vigilanza europea, si sia prestata molta attenzione ai guai italiani (npl, oppure l’eccesso di titoli pubblici in pancia) e poco alle magagne francesi e tedesche (derivati e titoli tossici)?

«È la stessa logica che spiegavo prima ricostruendo l’attacco alle Popolari. Ci stanno costringendo a scaricare gli npl, tenendoci sotto una spada di Damocle, di fatto portandoci a svenderli. E invece gran silenzio sui derivati che sono tre volte più pericolosi, e che sono un problema soprattutto per gli altri, pensi a Deutsche Bank. Non può essere casuale».

Vuole dare un consiglio?

«Torno al mio amore di sempre, gli immobili. Finché non si ridurrà la tassazione sugli immobili, che sono stati depredati con le tasse dal 2011, producendo un calo di valore del patrimonio delle famiglie, sarà difficile che gli italiani tornino ad avere fiducia. Quella è la priorità».

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