• In cinque anni l’uso è passato da 12 a 9 chili a testa. Ne va della dieta Mediterranea. Intanto il prezzo sale del 31% e le scorte calano a 185.000 tonnellate.
  • La Xylella è un regalo dell’Europa, ormai pare certo. I mancanti o quanto meno allegri controlli sulle merci d’importazioni nei porti del Nord Europa hanno provocato il contagio.
  • La crisi del comparto è una crisi di identità, di mercato, di domanda, di disorganizzazione del settore che pure vien ampiamente finanziato e che ha alcuni protagonisti inamovibili come l’Unaprol, come Federolio.

Lo speciale contiene tre articoli

Bisogna scimmiottare Ennio Flaiano: la situazione dell’olio (extravergine?) in Italia è grave, ma non è seria. La Coldiretti ha portato in piazza Montecitorio a Roma i pastori sardi e gli olivicoltori della Puglia messi in ginocchio da una gestione a dir poco schizofrenica dell’emergenza Xylella fastidiosa. La Coldiretti denuncia – e si lamenta – che la produzione di extravergine di oliva è arrivata quest’anno al di sotto delle 185.000 tonnellate, che il prezzo è schizzato del 31% e che le importazioni di olive e di olio sono diventate di fatto incontrollabili, basta pensare alla Tunisia che ce ne manda il 150% in più. Ricorderemo a volo d’uccello che la Ue per fare la sua politica di accoglienza – incoraggiata dall’Alto Commissario Federica Mogherini, in quota Pd – ha consentito a Tunisi di esportare 91.000 tonnellate di olio in Europa senza pagare dazio. Ma lo hanno fatto anche con i pomodori marocchini, con le arance tunisine, con le nocciole turche. Sempre in danno dell’Italia che ha taciuto a Bruxelles, ma va in piazza a Roma. La Coldiretti – i berretti gialli dell’agricoltura – ci ha fatto sapere dalla protesta capitolina che si sono persi 100.000 posti di lavoro nella filiera, che in Puglia causa Xylella (soprattutto nel Salento leccese) è svanito oltre il 65% della produzione con danni stimabili attorno al miliardo di euro e che abbiamo toccato la quota più bassa di produzione dell’ultimo quarto di secolo. Un paradosso per chi produce il miglior olio del mondo, da oltre 350 cultivar con 45 Dop e 5 Igp, nel momento in cui negli Usa la F&DA (la massima autorità che controlla il cibo) scrive sulle bottiglie: mezzo cucchiaio al giorno è un farmaco.

Facendo un bilancio si vede quanto stiamo messi male. Il consumo pro capite degli italiani è passato nel giro di cinque anni da 12 a 9 chili a testa all’anno. Un quarto in meno. E questo nonostante noi siamo i detentori della dieta mediterranea e ci siano state massicce campagne d’invito al consumo di extravergine che è davvero un alimento toccasana. Mangiamo peggio, i cibi etnici sfrattano l’extravergine, l’industria non ne vuole sapere di usare l’olio da olive, siamo sempre più poveri e comprare l’extravergine al prezzo che sarebbe giusto (non meno di 15 euro al chilo) non è da tutti e gli oli di oliva (d’importazione) sono diventati per la Gdo un prodotto civetta. I supermercati da una parte investono negli oli Dop aumentandone l’offerta, dall’altra vendono oli a 1 euro e 75 al litro. Risultato: il consumatore esce frastornato, non capisce perché e dove stanno queste differenze!

Nonostante questo ne consumiamo ancora oltre 550.000 tonnellate, ne esportiamo più di 200.000 tonnellate (come faremo quest’anno resta un mistero) e perciò siamo il primo Paese importatore al mondo: un po’ meno di un milione di tonnellate. La stessa Coldiretti che giustamente difende gli olivicoltori e che gestisce con Unaprol il principale attore nelle politiche di promozione e di commercializzazione ha lanciato – tra mille polemiche – l’olio «Italico» fatto miscelando il 50% di olio italiano con metà di olio importato. Ha poi spiegato che è un contratto di filiera del valore di 50 milioni di euro e che nelle annate di scarsa produzione questo salvaguarda le aziende. Il presidente di Federolio Francesco Tabano, ha raccontato come riporta www.teatronaturale.it ,un sito specializzato, che «l’olio venduto con il 100% di olive italiane rappresenta solo l’8% del mercato». Ma c’è altro. A incrementare il disastro della Xylella ci hanno pensato la Regione Puglia con il governatore Michele Emiliano che prima ha contestato gli abbattimenti di olivi malati, poi ha dato retta ai suoi colleghi magistrati che hanno inquisito il commissario straordinario all’emergenza ulivi Giuseppe Silletti – mandando all’aria il piano di salvaguardia degli olivi e di contenimento del contagioe hanno sequestrato 10.000 piante salvo poi dire che si erano sbagliati, poi ha chiesto 100 milioni per i reimpianti. Si è invece dimostrato che gli unici ulivi salentini che si sono salvati sono quelli che insistevano sul tracciato del famigerata Tap (il gasdotto che non piace ai pentastellati). Espiantati sono stati tenuti in silos protetti e curati, poi rimessi a dimora finiti i lavori della Tap ora sono rigogliosissimi.

In Puglia gli ulivi sono una cosa seria: ce ne sono almeno 80 milioni di piante e coprono (coprirebbero?) circa il 65% della produzione nazionale. Ma non basta perché in una filiera di 820 mila aziende agricole, ma solo il 40% può dirsi competitivo, 5.000 frantoi con un fatturato che oltrepassa i 3 miliardi di euro si produce un mare di olio di carta. La superficie investita a olivi è circa un milione di ettari, ma ce ne sono altri 800.000 abbandonati e 400.000 in semi abbandono. Eppure sulla carta si fa tanto olio. Perché? È il sistema dei contributi agricoli che vengono dati a pianta sui presupposti di una produzione di olio storica presunta. Cioè se si dimostra che negli anni passati quell’ulivo produceva e si fa vedere che viene coltivato purché stia su un fondo di più di mezzo ettaro si prendono i contributi senza in realtà produrre nulla. Spetterebbe alle Regioni controllare se quell’uliveto è coltivato o no, ma chi se la sente di rinunciare ai voti? Così da una parte l’Europa – che ha fatto una gran fatica a fare chiarezza sull’origine degli oli e sulle etichettature poi ha chiesto cento milioni per i reimpianti, – fa entrare olio extracomunitario senza dazio, dall’altra le Regioni di fatto pagano chi non coltiva. Gli olivicoltori vanno in piazza e hanno ragione, la situazione ancorché gravissima fa scappare dal ridere.

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