L’azienda del primo focolaio europeo ha due sedi e 541 dipendenti in Italia
  • La Webasto, azienda del manager bavarese contagiato a gennaio da una cinese, opera a Torino e Bologna. La filiale italiana: «Nessun rapporto con la divisione coinvolta». E i tamponi? «Non li abbiamo effettuati».
  • La rivista Nejm ripubblica lo studio che fa luce sull’infezione scoppiata in Germania. Prima di Codogno e forse a esso collegata.

Lo speciale contiene due articoli.

A Venaria Reale, paesone dell’area metropolitana di Torino, in corso Asti, la Webasto Spa, azienda dell’automotive che produce tetti panoramici apribili, modanature in policarbonato, box per batterie agli ioni di litio e componenti vari, è al lavoro con i suoi 339 addetti. L’unità locale produce, i camion scaricano materie prime e caricano i componenti per auto ultimati da immettere sul mercato.

Stessa scena a Molinella, in provincia di Bologna, dove, però, i 202 addetti sono per la gran parte impiegati. Nelle due sedi italiane dell’azienda, che sembra aver ospitato il primo focolaio europeo di coronavirus, le giornate paiono scorrere tranquille. «Qui stiamo tutti bene», confermano dall’ufficio stampa contattato dalla Verità seguendo la voce guida del centralino che risponde al numero di telefono collegato al sito dell’azienda bolognese. Dalla casa madre, che ha il suo quartier generale a Stockdorf, a pochi chilometri da Monaco di Baviera, il 28 gennaio hanno comunicato tramite la mail interna e poi anche sul sito Web aziendale che un manager era risultato positivo al coronavirus (successivamente l’uomo ha contagiato tutta la sua famiglia: la moglie e due figli). In pochi giorni il virus si è diffuso nel quartier generale della Webasto e qualche giorno dopo il bollettino dei contagiati è salito a 14 («tutti guariti», ha comunicato proprio ieri l’azienda, «e tornati alle loro case, da familiari e amici»).

Il paziente zero, nel caso della Webasto (e, stando a uno studio americano scovato ieri dalla Verità, forse anche in Europa), era una dipendente cinese che aveva raggiunto Stockdorf per una riunione tra il 20 e il 21 gennaio. Aveva incontrato il collega tedesco contagiato ed era ripartita per Wuhan, città dalla quale il Covid-19 si è diffuso in tutto il mondo.

Lì, coincidenza, la multinazionale di Stockdorf ha una sede produttiva (ma gli stabilimenti in tutta la Cina sono 12. L’azienda bavarese deve il successo degli ultimi anni soprattutto al business cinese da 1,2 miliardi di euro sui 3,5 miliardi complessivi di fatturato). Dei 13.000 addetti, 3.500 sono impegnati lì. Al suo rientro, pur essendo asintomatica, la dipendente cinese ha scoperto di essere stata contagiata dal coronavirus. L’azienda, quindi, dal 28 gennaio in poi, ovvero a quasi 10 giorni di distanza dalla visita della dipendente partita da Wuhan, è corsa ai ripari: ha disposto un isolamento di 14 giorni nel quartier generale per evitare una ulteriore diffusione del virus tra gli uomini della compagnia (gli impiegati hanno continuato a lavorare dalle loro abitazioni), ha bloccato i viaggi di lavoro da e per la Cina fino alla fine di marzo 2020, avviato test tra i propri dipendenti e chiuso la sede di Wuhan per pulire e disinfettare gli uffici e gli impianti.

Per le relazioni con i Paesi considerati a rischio (Cina, Sud Corea, Iran e – ironia amara della sorte – Italia), invece, la Webasto ha un regolamento interno. La compagnia ha previsto che gli impiegati possano intraprendere volontariamente i viaggi di lavoro pianificati, ma solo dopo l’eccezionale approvazione della direzione.

«Le nostre sedi italiane non hanno avuto relazioni con la divisione colpita in Germania da coronavirus», afferma Elena Girardi dell’ufficio marketing e communication manager della Webasto. E se per gli uffici di Molinella ci sarebbero stati contatti regolari con la casa madre (ma non con la divisione colpita) fino alla scoperta del contagio, con Venaria Reale, che è uno stabilimento produttivo, invece, stando alle informazioni fornite dall’ufficio stampa, pare non sia previsto alcun contatto esterno. «A me non risulta che siano stati fatti i tamponi», dice Girardi, «ma, comunque, qui in Italia non sono stati segnalati casi di contagio». Sul motivo per il quale non sono stati fatti i tamponi nelle sedi italiane l’ufficio stampa non sa rispondere. «Bisognerebbe parlare con il capo delle risorse umane», sostiene Girardi, «che in questo momento è molto impegnato». Inutile insistere: «Da qualche giorno», afferma Girardi, «non risponde neanche a me». E, infatti, tutti i tentativi di contatto passando per il centralino sono stati inutili. Impossibile riuscire a ottenere un numero di cellulare.

«L’azienda», spiega la communication manager, «è stata da subito molto trasparente. Noi dipendenti siamo stati informati con il sistema di comunicazione interno, mentre tutti gli aggiornamenti sui contagi da coronavirus sono stati pubblicati sul sito Web aziendale».

E anche negli stabilimenti italiani, stando alle comunicazioni ufficiali, pur non essendoci casi di contagio segnalati, sono comunque state adottate tutte le precauzioni disposte da Stockdorf e comunicate dall’ufficio delle risorse umane: «Non facciamo viaggi né trasferte e non abbiamo avuto contatti con contagiati», chiosa Gerardi. Si spiegherebbe così la scelta di non effettuare test sanitari su tutto il personale: non essendo stati segnalati al management dipendenti con i sintomi da coronavirus, probabilmente è stata ritenuta una operazione superflua.


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