- Mentre Mario Draghi può stare tra gli alunni senza mascherina, chi si oppone al diktat è perseguito e umiliato. Nel Padovano, una docente è stata cacciata dalla preside. A Pordenone, invece, sono intervenuti i vigili per multare un insegnante e allontanarlo dall’istituto.
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Lo speciale contiene due articoli
Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha dato un pessimo esempio senza mascherina in un istituto scolastico del Veronese, tra decine di alunni imbavagliati, mentre i prof che rivendicano lo stesso diritto vengono allontanati da scuola, o sanzionati. Eccovi due esempi di mancata imparzialità.
Federica Valente, quando ha visto le immagini di Draghi e del governatore del Veneto, Luca Zaia, emergere sorridenti da una marea di ragazzini di cui non si poteva scorgere l’espressione, per colpa del Dpi, si è profondamente indignata. Insegnante di educazione fisica all’istituto comprensivo di Cervarese Santa Croce e Rovolon, in provincia di Padova, 49 anni, attenta alla salute e al benessere dei suoi studenti delle medie, si è detta: «Non posso più pensare di adeguarmi a un obbligo che non condivido, e intendo fare la mia parte, nel mio piccolo, contro questa ipocrisia».
Perciò, dal 23 maggio si è recata a scuola senza mascherina. «Le mie lezioni in palestra e all’aperto non prevedono l’obbligo di indossarla, in aula e nei corridoi sì. Anche in quei luoghi ho detto basta», racconta l’insegnante. Per tre giorni ha impartito venti minuti di educazione civica, spiegando agli alunni perché la normativa è «illogica, ma anche inutile e nociva per la salute».
Il 24 maggio è entrata in aula la vice preside, invitandola a indossare la mascherina, il giorno seguente è arrivato il dirigente scolastico che non si è limitato a una raccomandazione. «Per prima cosa mi ha detto di togliere l’immagine di Draghi con gli studenti dalla lim (acronimo di lavagna interattiva multimediale, ndr) ma ho replicato che proveniva dal sito del governo. Poi è passato alla questione mascherina, affermando che devo rispettare la legge, altrimenti non posso restare in classe. Al mio rifiuto è uscito, però quando sono andata in palestra è ricomparso, intimandomi di lasciare immediatamente l’edificio scolastico».
La prof è stata allontanata su due piedi, malgrado non fosse tenuta a indossare dispositivi di protezione durante gli esercizi fisici. «Nemmeno i miei allievi, anche se purtroppo alcuni la tengono mentre fanno intensa attività motoria, che richiede ampia ossigenazione, perché dicono di sentirsi più sicuri o che il nonno ha raccomandato di non toglierla mai. Poveretti, a quali lavaggi del cervello sono costretti», esclama Federica Valente.
Rientrata al lavoro il 1 aprile, dopo la sospensione perché guarita dal Covid ma non vaccinata, l’insegnante non è mai stata demensionata.
«Ho continuato a fare le mie lezioni senza problema, fino al giorno in cui ho detto basta ipocrisie». Ieri le è arrivata la lettera di demansionamento, diventato improvvisamente necessario e inderogabile. «Con il mio avvocato sto valutando che cosa fare, perché anche con le mansioni di supporto dovrei indossare la mascherina. Una cosa assurda, imposta solo da noi in Italia», conclude Federica.
Sull’obbligatorietà che prosegue a scuola, malgrado il caldo e l’estate che azzoppa la circolazione del virus, sono intervenuti i Garanti dell’infanzia di diverse Regioni che hanno scritto ai ministri, dell’Istruzione e della Salute, chiedendo che «le misure restrittive, ove necessarie, siano comprensibili, eque e adeguate, per tutte e tutti, ma soprattutto per i minori».
Invece, lamentano tanti genitori, rimane incomprensibile il sacrificio della mascherina in classe, quando poi in pizzeria o al supermercato non devi tenerla.
La seconda testimonianza arriva dal Friuli. Per essere entrato nell’ufficio della preside senza mascherina, Massimiliano Verdini è stato allontanato da scuola dopo l’intervento della polizia municipale che gli ha inflitto una multa di 400 euro. Nell’istituto di istruzione superiore Tagliamento di Spilimbergo, provincia di Pordenone, il prof non ha mai indossato i Dpi in classe. «Insegno lettere, ho bisogno di aria per spiegare Dante, i ragazzi devono vedere la mia mimica facciale, ascoltare distintamente quello che dico», dichiara Verdini». «Mai avuto problemi, gli studenti sapevano che se ne avevano voglia potevano pure loro togliersi la mascherina durante le mie lezioni. Nei corridoi però la tenevo».
L’insofferenza cresce nel docente quando cessa l’obbligo il 30 aprile, le restrizioni che permangono a scuola risultano sempre più ingiustificate e poi arriva la «provocazione» della foto di Draghi e Zaia. «Lunedì dovevo discutere con il dirigente scolastico di programmi didattici e sono andato da lei senza mascherina», racconta il docente friulano. «Mi ha intimato di metterla, lanciandomi al di là della scrivania una di quelle pezze, non a norma, prodotte da Fca ex Fiat, pagate con denaro pubblico e distribuite dal ministero dell’Istruzione agli studenti delle scuole. Mi sono rifiutato e allora la preside ha chiamato i carabinieri».
L’Arma avrà pensato bene che aveva di meglio da fare e sono comparsi invece due vigili, che hanno cercato di convincere Verdini.
«Mi hanno perfino detto di metterla sotto il naso, come fanno loro. Ho risposto che ne andava della mia dignità, quindi ho subìto il verbale di multa, 280 euro se pago entro cinque giorni altrimenti diventano 400 euro. Poi sono stato scortato fuori da scuola». Nemmeno fosse un delinquente.
Il 21 giugno dovrà presentarsi in audizione, è scattato il procedimento disciplinare nei suoi confronti. «Mi sono preso qualche giorno di ferie. Sono amareggiato di non poter seguire i miei studenti a fine corso, ma almeno avrò dato loro una lezione di logica e coerenza», prova a consolarsi l’insegnante di lettere punito e allontanato.
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