I partiti premono: «Cartabia venga in Aula»
  • Le forze politiche si svegliano e chiedono al Guardasigilli, pronta a scaricare il dossier alla Procura generale della Cassazione, di riferire in Parlamento sullo scandalo Csm. Forza Italia alza il tiro: «Troppe toghe oscure, serve una commissione d’inchiesta».
  • Carmelo Miceli vuole imporre ai pm un limite di 18-24 mesi per decidere sugli indagati.

La politica si sveglia, seppure in ritardo, sulla bufera che ha investito il Csm: ieri i partiti di maggioranza e opposizione hanno chiesto al ministro della Giustizia, Marta Cartabia, di riferire urgentemente in Parlamento sulla vicenda dei verbali con le dichiarazioni dell’avvocato Piero Amara. La Cartabia dunque dovrà uscire dal letargo, probabilmente suo malgrado: ieri mattina, una scarna nota diffusa da «fonti del ministero della Giustizia» aveva fatto sapere che c’era stata una «telefonata ieri sera (l’altro ieri, ndr) tra la ministra della Giustizia e il procuratore generale della Cassazione sulla nuova bufera che ha investito il Csm. Marta Cartabia e Giovanni Salvi», proseguivano le fonti, «hanno fatto il punto della situazione e convenuto che sia la Procura generale a valutare ora iniziative disciplinari, già preannunciate. La ministra della Giustizia Marta Cartabia segue con attenzione gli sviluppi della vicenda». E meno male! Mentre il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che è anche il capo del Csm, continua a non dire mezza parola su questa incredibile vicenda, i partiti politici, come dicevamo, ieri si sono mossi, tutti, chiedendo all’ineffabile Guardasigilli di riferire in Parlamento.

Il primo a intervenire nell’aula della Camera per affrontare la questione è stato il deputato di Azione-+Europa Enrico Costa, che ha detto di ritenere necessario che «si faccia chiarezza» su quanto sta accadendo. A ruota, Pierantonio Zanettin, di Forza Italia, ha chiesto alla Cartabia di riferire sulle «inquietanti vicende che riguardano la magistratura». «Riteniamo sia urgente», ha sottolineato Roberto Turri della Lega, «che il ministro venga in Aula al più presto». Alfredo Bazoli, del Pd, ha parlato di «una vicenda dai contorni oscuri, dal carattere ambiguo, con la tecnica del dossieraggio per gettare fango e discredito. Quindi anche noi», ha aggiunto il deputato dem, «riteniamo sia opportuno un chiarimento e ci associamo alla richiesta che la ministra riferisca in Aula il prima possibile». Identica richiesta da parte di Lucia Annibali di Italia viva e Federico Conte di Leu. Ha chiesto «chiarezza e trasparenza» Eugenio Saitta, del M5s. Dall’opposizione, Galeazzo Bignami, di Fdi, ha sottolineato che «è doveroso che il ministro riferisca in Aula». «Sarà mia premura riferire al presidente Fico», ha detto il vicepresidente Andrea Mandelli, presidente di turno dell’assemblea. Durissimo il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri: «È urgente e prioritaria la commissione d’inchiesta parlamentare sul Csm e sulla magistratura. Troppe toghe oscure oggi minano un’istituzione fondamentale. Servono pulizia e verità. Troppi tacciono. E anche le massime istituzioni devono parlare. Ma Davigo», ha aggiunto Gasparri, «perché non risponde pubblicamente? E perché tanti giornalisti che lo hanno esaltato non lo incalzano? Ha parlato con la presidenza della Repubblica? Con quali istituzioni si è confrontato?».

Da una parte, dunque, il panorama politico, dall’altra il mondo della magistratura che vive in stato di fibrillazione. Inevitabilmente, visto che il Csm e quattro Procure della Repubblica – Milano, Brescia, Perugia e Roma – sono coinvolte nel caso dei verbali in cui Amara parla della presunta loggia segreta. Fino ad oggi l’ex consulente di Eni non ha consegnato agli inquirenti la lista in cui figurerebbero 40 nomi e avrebbe detto che la conserva Giuseppe Calafiore all’estero. Il clima più teso, dicevamo, si respira a Palazzo dei Marescialli, dato che uno dei protagonisti principali di questa storia è Piercamillo Davigo, il quale proprio oggi verrà ascoltato dai pm di Roma. A distanza di poco più di un anno, era l’aprile del 2020 quando l’ex toga di Mani pulite riceveva il materiale dal pm Paolo Storari (che rischia un procedimento per incompatibilità ambientale), ci si interroga su chi al Csm abbia visto le carte provenienti da Milano. Secondo la versione fornita da Davigo, il vicepresidente David Ermini e il procuratore generale della Cassazione erano a conoscenza dei verbali di Amara. Eppure dallo stesso Csm circola la voce che almeno otto consiglieri sapessero, tra questi il laico Fulvio Gigliotti e i togati di Area (corrente progressista) Giuseppe Cascini e Giuseppe Marra di A&i.

Ieri si è mosso anche il tribunale di Milano: il suo presidente Roberto Bichi ha acquisito dalla Procura di Brescia gli atti del fascicolo archiviato che era stato aperto dopo che i pm milanesi, su decisione del loro capo Francesco Greco, avevano trasmesso ai colleghi passaggi di un verbale di Amara in cui gettava un’ombra sui giudici del processo Eni-Nigeria. Greco dovrà anche presentare due relazioni sulla vicenda Amara: una al procuratore generale della Cassazione Salvi e l’altra a Francesca Nanni, pg della Corte di Appello di Milano. Ma non è finita qui, perché la Procura di Brescia, competente in materia penale sui colleghi meneghini, ha formalmente aperto un fascicolo. Domani la decisione del tribunale del Riesame di Roma sulla restituzione del materiale sequestrato all’ex segretaria di Davigo, Marcella Contrafatto, indagata per calunnia.


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