Le analisi sul famoso cucchiaino, dove doveva esserci il Dna di Chiara Poggi, hanno fornito, tra il 17 e il 19 novembre 2007, un tracciato piatto (quindi senza prova della presenza del Dna) e un tracciato illeggibile. I dati grezzi e i grafici di fluorescenza (gli elettroferogrammi), anche questa volta, non sarebbero stati trasmessi alle parti.
Il cucchiaino (reperto 29), trovato nella saletta tv, venne usato dal Ris come termine di paragone, per mostrare quanto Dna lascia un contatto salivare diretto. Ridimensionarne il profilo indebolirebbe la scala comparativa con cui l’accusa ha sostenuto la natura ematica del Dna della vittima sui pedali della bicicletta e sul dispenser del sapone. Ma quel confronto era davvero necessario? Il sangue di Chiara era già lì: prelevato direttamente dal corpo durante l’autopsia e indicato dal Ris, nel verbale del 4 settembre 2007, come «campione biologico di confronto» per gli accertamenti genetici. Eppure i carabinieri scientifici ricavarono dal cucchiaino un profilo genetico attribuito alla vittima: perché cercarlo proprio lì? Ad anticiparlo è Ignoto X, su La7.
Il cucchiaino e il profilo genetico contestato
Non è l’unico passaggio opaco: anche sul fronte informatico il quadro è tutt’altro che lineare. Quando, nel marzo 2008, i carabinieri analizzarono i pc sequestrati a Marco Panzarasa, amico di Alberto Stasi, si preoccuparono persino di evitare accensioni accidentali. Solo qualche mese prima, invece, i supporti informatici di Stasi erano stati sottoposti a un trattamento più movimentato. Il Compaq, sequestrato ma non sigillato e utilizzato dagli investigatori per 15 giorni dopo l’acquisizione, era arrivato agli accertamenti tecnici con una parte delle informazioni già alterata.
Nelle successive attività dei carabinieri del Ris non erano mancate altre anomalie documentali: un codice identificativo «MD5» (la stringa alfanumerica che funge da impronta digitale univoca di file e hard disk e garantisce in informatica forense che una copia sia identica all’originale) riferito a un hard disk diverso da quello montato sul portatile, e tre copie del disco esterno Compass con impronte informatiche differenti.
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Il computer di Stasi e i dubbi sulla conservazione della prova
Ma resta un interrogativo: come si poteva garantire l’integrità di una prova informatica (legata all’alibi fornito da Alberto, che riferì di essere al lavoro sulla tesi mentre qualcuno assassinava la sua fidanzata) già compromessa dalle operazioni precedenti? A riportare oggi l’attenzione su queste anomalie è il materiale dei faldoni recuperati dalla Procura di Pavia negli uffici del Ris di Parma.
Il verbale della polizia giudiziaria del 29 agosto indica cinque accessi; i periti del tribunale, l’ingegner Roberto Porta e il dottor Daniele Occhetti, ne ricostruiscono sette. Sulla tesi di laurea, l’accusa aveva letto come prova contro Stasi l’assenza di file temporanei di Word nei cluster non allocati. La difesa ha ribattuto che quei file potevano trovarsi in aree prive di data e ora di sistema.
Il 14 agosto i carabinieri trovano il portatile in standby, con Word e tesi aperti. Chiudendo e salvando il documento avrebbero provocato la cancellazione automatica dei file temporanei, confermata dai periti d’ufficio. Alle 9.35 del giorno precedente il computer viene riattivato e sbloccato; tra le 9.37 e le 10.07 vengono visualizzati contenuti multimediali; dalle 10.17 alle 12.20 Stasi lavora alla tesi.
I salvataggi ravvicinati, sospettati di simulare il lavoro, sono ricondotti alla revisione: Stasi cancellava parti già scritte e le riscriveva, senza aumentare in modo significativo i caratteri. Alle 12.20 mette il computer in standby, lasciando aperti documento e programma, compatibile con l’intenzione di riprendere nel pomeriggio.
Gli hard disk e le anomalie nelle copie forensi
Sul materiale pedopornografico, sulle copie degli hard disk compare solo l’installatore, non un programma di file sharing attivo come eMule o Morpheus. Non risultano i file citati nell’invito a comparire con le nomenclature dell’accusa, né ricerche con parole chiave pertinenti.
Nella relazione del Ris di Parma dell’11 dicembre 2007 compare l’hash MD5 di un hard disk Western Digital da 3,5 pollici anziché quello dell’Hitachi da 2,5 pollici interno al portatile. Cerati segnala la discrepanza, attribuita dal Ris a un errore di trascrizione e corretta con una rettifica. Sul disco Compass, le tre copie conformi hanno codici MD5 differenti, spiegati con sei settori danneggiati che avrebbero dato risultati diversi nelle clonazioni hardware.
Ogni accesso può rendere più difficile distinguere l’attività originaria da quella successiva al sequestro. Se un computer deve essere utile per verificare un alibi, conservarlo correttamente non è un dettaglio: è parte della prova.
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