Farmaci ai bimbi per cambiare sesso. I casi in aumento adesso fanno paura
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  • In Italia i centri pubblici e convenzionati sono 14, quelli privati molti di più. E sempre più spesso ad accedere sono i piccoli, pure undicenni. Al famigerato Saifi di Roma in 4 anni l’afflusso di minori è cresciuto del 470%.
  • Angelo Vescovi, il biologo che presiede l’organismo: «Mancano certezze sui danni collaterali. Certe associazioni mi spaventano: vogliono procedere anche in assenza di dati scientifici».
  • L’avvocato Annamaria Bernardini de Pace: «C’è chi non accetta un figlio gay e quindi lo spinge a modificare genere. Sono a disposizione dei ragazzi che vogliono chiedere il risarcimento dei danni».

Lo speciale contiene tre articoli.

Il caso del Centro per la disforia di genere dell’ospedale fiorentino di Careggi, che ha effettuato una terapia per il blocco della pubertà su adolescenti, alcuni dei quali non sarebbero stati sottoposti a psicoterapia, ha riacceso i riflettori sugli interventi per il cambio di genere.

Secondo Infotrans, portale istituzionale nato dalla collaborazione tra Iss e Unar, in Italia sono 14 gli ospedali e gli ambulatori pubblici e convenzionati che offrono assistenza gratuita di tipo chirurgico. L’Ipsos, tra gli istituti di ricerche demoscopiche più grandi nel mondo, ha stimato che nel nostro Paese un 4% si identifica come transgender (o non binario), più di coloro che si definiscono omosessuali. Naturalmente parliamo di auto-identificazione, non di quanti hanno ricevuto una sentenza di riassegnazione del genere e neanche di coloro che hanno intenzione di cominciare il percorso di transizione.

Sono oltre un centinaio all’anno, dieci al mese, come riportato dal sito Truenumbers, le persone che in Italia si sottopongono a interventi chirurgici per la riassegnazione del genere in un’età tra i 18 e i 60 anni. Si tratta di un dato che è aumentato nel tempo, visto che prima del 2018 si parlava di circa 60. Tuttavia è un’approssimazione per difetto, considerando i centri privati e quelli all’estero, dove chi ha le possibilità economiche si reca per farsi operare. Per una procedura di metoidioplastica (si sostituisce l’organo genitale femminile con uno maschile) si possono spendere in una clinica privata italiana 13.000 euro, mentre in Thailandia 6.000. Naturalmente vi sono poi altri interventi che fanno lievitare il costo. Questi dati si riferiscono al 2021-2023 e quindi sono soggetti ad aggiornamento. Fino al 2015, per modificare i connotati sulla carta di identità bisognava operarsi. Una sentenza della Corte Costituzionale ha fatto decadere questo obbligo, inoltre l’Oms ha riconosciuto la disforia di genere, ossia il disagio legato al non riconoscersi nel proprio corpo, non come un disturbo psichico, ma come una condizione sessuale.

Sempre Truenumbers parla del Servizio per l’adeguamento tra identità fisica e identità psichica (Saifip) del San Camillo di Roma che nel 2022 ha registrato 114 accessi solo da parte di adolescenti che non si riconoscevano nel genere di assegnazione. Nel 2018 erano stati 20. «Non tutti naturalmente», si legge nell’articolo «porteranno a termine l’iter di cambio di genere e solo una piccola minoranza si affiderà alla chirurgia, ma sono numeri indicativi di come il fenomeno sia in veloce aumento». Sul Saifip e sulle sue modalità di azione, La Verità ha pubblicato numerosi articoli, sfociati in una audizione parlamentare che però non ha prodotto grandi risultati. A dicembre scorso, Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia al Senato, ha presentato un’interrogazione alla presidenza del Consiglio e al ministro della Salute per approfondire quello che avviene all’ospedale Careggi di Firenze, dove c’è un centro per il trattamento disforia di genere nei bambini. Gasparri diceva di aver appreso una serie di fatti allarmanti: «Nonostante l’evidente delicatezza del trattamento, al Careggi la triptorelina, autorizzata dall’Agenzia europea del farmaco per uso veterinario, verrebbe somministrata a bambini di 11 anni senza alcuna assistenza psicoterapeutica e psichiatrica. Anche perché in quell’ospedale semplicemente non c’è un reparto di neuropsichiatria infantile. Non solo. Le valutazioni psicologiche dei giovanissimi che arrivano al Careggi per avviare il percorso di cambio di sesso sembrerebbe siano particolarmente superficiali».

A conferma di quanto attorno al tema della disforia di genere si sia radicalizzato uno scontro di opinioni, va ricordato che a gennaio 2023, un gruppo di pediatri e endocrinologi, in una lettera al premier e al ministro della Salute accusavano come «infondate dal punto di vista scientifico e ingiustificatamente allarmistiche», le osservazioni della Società psicoanalitica italiana (Spi) sul rischio di danni fisici e psichici dei farmaci che bloccano la pubertà nei bambini e negli adolescenti. In un comunicato inviato al governo, la Spi esprimeva forte preoccupazione per questo tipo di terapie e elencava le controindicazioni sottolineando che «la sperimentazione in atto elude un’attenta valutazione scientifica». La tesi della Spi è che senza il confronto con il «completo sviluppo sessuale», e senza l’esperienza del conseguente «pieno appagamento erotico», non sia possibile una valutazione adeguata della propria identità di genere da parte dei soggetti interessati, né fare una diagnosi accurata di disforia da parte del personale sanitario.

Il dato allarmante infatti è che la terapia per il blocco della pubertà viene effettuata anche a undicenni, quindi prima dello sviluppo ormonale. I sostenitori dei farmaci per interrompere la maturazione sessuale affermano che già a due o tre anni si possono manifestare problemi di genere e che i ragazzi, se non assecondati, presentano tendenze suicide. E questo giustificherebbe i trattamenti ormonali sin dalla più tenera età. La triptorelina, per bloccare la pubertà, spesso è il primo passo per un percorso che porta i ragazzi dritti verso l’intervento chirurgico con effetti irreversibili.

Eppure dovrebbe essere di monito l’esito di tanti trattamenti effettuati al Gender identity development service presso la Tavistock and Portman clinic di Londra, uno dei più importanti centri a livello internazionale sulla varianza di genere in età evolutiva, chiuso per decisione dei vertici del servizio sanitario nazionale britannico, dopo una lunga serie di polemiche che hanno coinvolto la clinica negli ultimi anni, e che in alcuni casi sono finiti in tribunale. Il capo del personale clinico dell’istituto, David Bell, parlò di pressioni alle quali erano sottoposti i medici «da parte della famiglia dei bambini e degli amici, come pure da parte delle lobby pro trans». Tutto ciò indurrebbe il medico a soluzioni affrettate.

Poi ci sono esperienze come quella della scrittrice Silvia Ranfagni e della figlia tredicenne Alba, che ora si chiama Alex. Ranfagni dice che i ragazzi di oggi hanno imparato «a concepirsi come modificabili». Ed è qui che sono ravvisabili i semi di un’ideologia che ha dichiarato guerra alle leggi della natura. Ci sono le testimonianze di chi si è sottoposto all’operazione e si è pentito e ha raccontato di essere stato condizionato da Internet e di aver avuto colloqui con psicologi superficiali, volti non a scoprire le cause del disagio, quanto a confermare la necessità della terapia. Le storie di queste esperienze si somigliano tutte: da una parte il disagio e spesso la confusione psicologica dell’età adolescenziale e il facile condizionamento e dall’altra specialisti superficiali magari sotto pressione dei familiari.

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