Le falle dei servizi sociali, tra documenti mancanti e criticità mai verificate
La famiglia Trevallion (Ansa)
  • Le difficoltà nello sviluppo dei piccoli Trevallion e la non abitabilità della loro casa non sono state certificate. E la relazione sull’homeschooling non è arrivata al giudice.
  • Nella struttura che li accoglie, leggono e giocano. La mamma presente ai pasti, il papà per pochi minuti.

Lo speciale contiene due articoli

Dalla storia dei tre bambini di Palmoli, la cosiddetta «famiglia del bosco», comincia a emergere una ingarbugliata sequenza di defaillance della cinghia di trasmissione tra Comune di Monteodorisio, servizi sociali, Procura per i minorenni e Tribunale. A partire da tre elementi fondamentali rispetto a una decisione come quella presa dai giudici (ovvero affidare i bimbi a una casa famiglia): la «carenza dello sviluppo psicofisico»; i «problemi comportamentali» e i «disturbi dell’area relazionale, affettiva ed emotiva.

Accanto a tutte e tre le voci, citate in un documento del municipio che la Verità ha potuto consultare, è stato annotato in stampatello con una penna «da verificare». Verifiche che non sembrerebbero essere state eseguite. O, almeno, al momento, non farebbero parte del fascicolo. E questa non è l’unica carenza. Negli atti del Tribunale per i minorenni dell’Aquila c’è scritto in modo chiaro che il problema principale era la casa. Il giudice delegato, si evince dal Decreto di fissazione dell’udienza del 23 aprile scorso, aveva chiesto una «relazione tecnica sulla sicurezza statica del rudere destinato ad abitazione dei minori». Perché senza quel documento nessuno poteva capire se i minori vivessero davvero in un luogo pericoloso o semplicemente in condizioni spartane. Quella relazione, però, non è mai stata depositata. Il giudice l’aveva considerata indispensabile: «Il servizio sociale», aveva scritto, «è invitato a collocare i minori in comunità o presso altre famiglie ove non vi sia una relazione tecnica sulla sicurezza statica dell’immobile o la stessa dia esito negativo». Ma nessuno l’ha prodotta. Anzi: i servizi sociali, nella loro relazione del 14 ottobre, scrivono di aver ricevuto una perizia privata dalla famiglia, firmata da un geometra, ma non di aver prodotto o richiesto la verifica tecnica dell’ente pubblico. I documenti agli atti mostrano uno scenario che appare paradossale: la perizia l’ha prodotta la famiglia, non il Comune, né il Tribunale. La relazione tecnica ufficiale, quella chiesta dal giudice, invece, non esiste.

Ma non è l’unico buco. C’è il nodo della scuola. Sempre i servizi sociali, nella relazione del 14 ottobre, segnalano che la famiglia ha consegnato «il certificato di idoneità alla classe terza» di una delle bimbe «rilasciato» dalla scuola che frequentava. Quindi è la famiglia che ha consegnato il documento scolastico.

Ma quel documento non risulta tra gli atti trasmessi al Tribunale dai servizi sociali nelle fasi precedenti al giudizio. E, soprattutto, gli stessi servizi sociali scrivono che i minori non frequentano la scuola, come premessa generale, senza distinguere tra obbligo scolastico, istruzione parentale e certificazioni già prodotte. Sono ancora i servizi sociali il 14 ottobre a scrivere che «è stato approvato un progetto di intervento che prevedesse degli obiettivi relativi ai minori, ovvero […] reperire un contesto abitativo adeguato, fornire la necessaria documentazione sanitaria e relativa all’obbligo scolastico». Il pm, nel ricorso per la limitazione o decadenza della responsabilità genitoriale, rappresenta che «i minori non frequentavano la scuola» e che non risultavano iscritti a nessun istituto. In realtà, però, c’era una certificazione che attestava, con tanto di firma del dirigente scolastico, che uno dei tre bimbi aveva superato gli esami di idoneità per l’anno successivo. Ma non si legge in alcun atto che i servizi sociali abbiano trasmesso la documentazione scolastica prima che fosse la famiglia a esibirla. In sostanza: la famiglia ha consegnato la documentazione, il Comune l’ha ricevuta, ma non il Tribunale.

E mentre la burocrazia sembra inciampare nelle sue stesse incoerenze, le relazioni dei servizi sociali raccontano altro: i genitori che «hanno un atteggiamento difensivo», che non vogliono la visita a sorpresa, che non accettano la psicologa, che «non hanno interazioni sociali frequenti». E ci sono altre crepe. I servizi sociali scrivono che i minori non hanno contatti con coetanei, ma la famiglia ha replicato che invece frequentano amici, parchi e negozi. Infine, sempre i servizi sociali, annotano che per mesi il servizio non è riuscito a comunicare con la famiglia se non tramite avvocato e che si è reso necessario «un sopralluogo a sorpresa». Una dinamica che più che fotografare la vita dei minori sembra concentrata su una comunicazione complicata tra le parti.

Eppure, quando interviene la presidente dell’Ordine nazionale degli assistenti sociali, il tono è completamente diverso. Barbara Rosina, intervistata dalla Stampa, afferma: «Dire che gli assistenti sociali strappano i figli significa ignorare che le decisioni non vengono mai prese da soli». Parole che, come quelle dell’Anm (che ha già stabilito che quello del Tribunale era un provvedimento motivato e inattaccabile), difendono la categoria, ma che non entrano nel merito di un caso in cui la cronologia delle criticità appare documentata.

Nel caso della famiglia del bosco, gli assistenti sociali non sono il bersaglio dell’opinione pubblica: sono parte attiva di un procedimento in cui hanno svolto un ruolo preciso. E se il Tribunale scrive che serviva una relazione tecnica e quella relazione non c’è, è un fatto. Se la scuola certifica l’idoneità della minore e quel documento non arriva al giudice, è un buco nella procedura. Se si parla della necessità di una Ctu e nessuno la richiede, è un cortocircuito. E se si interviene sui bambini mentre ancora mancano atti fondamentali, la mano che dovrebbe proteggerli sembra trasformarsi in qualcos’altro.

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