- L’esperto Gianclaudio Torlizzi: «La Bce dovrebbe offrire le garanzie finanziarie. Le sanzioni a Mosca hanno aggravato la nostra dipendenza».
- L’Europa spinge per il Green deal dopo che per anni ha lasciato che la Cina acquisisse il controllo degli elementi necessari alla transizione Il risultato è il rialzo dei prezzi Eppure un’alternativa ci sarebbe: riaprire le miniere.
- Ecologisti e banche sono un ostacolo. I primi preferiscono che l’impatto ambientale lo paghino i Paesi più poveri. Le seconde «non concedono prestiti per piani contrari ai principi verdi», spiega l’analista Enrico Mariutti.
Lo speciale contiene tre articoli.
«Continuare a seguire la politica di decarbonizzazione con i criteri definiti prima del 2022, ovvero prima della guerra ucraina, vuol dire mettere a repentaglio la sicurezza economica dell’Europa. Oggi bisogna scegliere se andare avanti con i target stringenti posti dal Green deal o tutelare l’economia e l’industria europea. I due obiettivi insieme non sono possibili. Ciò non significa rinunciare alla transizione ecologica ma rivedere le tappe e soprattutto impegnare la Bce affinché sostenga i Paesi nello sforzo impegnativo e costoso di affrancarsi per l’energia e le materie prime, dalla Cina e dalla Russia». Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity, società di consulenza sulle materie prime, è stato chiamato la scorsa settimana in audizione alla commissione Affari esteri della Camera, dal Comitato permanente sull’attuazione dell’Agenda 2030, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sui risvolti geopolitici connessi all’approvvigionamento delle cosiddette terre rare.
È così grave la situazione dell’approvvigionamento delle materie prime?
«Temo di sì e per due motivi: i target molto sfidanti di decarbonizzazione e la guerra in Ucraina. Le sanzioni applicate dall’Europa alla Russia non solo non hanno prodotto danni rilevanti all’economia russa, ma hanno determinato una separazione delle filiere di fornitura dell’energia e dei metalli. Si sono creati due mercati paralleli delle materie prime e dell’energia. I russi per compensare le perdite dalla mancata vendita di petrolio in Occidente, hanno intensificato le esportazioni in Asia, grazie alla complicità degli armatori greci che usufruendo di condizioni vantaggiose, hanno caricato il petrolio, aggirando l’ostacolo delle sanzioni. Le sanzioni si sono tradotte in un boomerang per l’Europa che ha dovuto trovare rifornimenti altrove. Un processo analogo ha interessato i metalli e le terre rare, elementi fondamentali alla transizione ecologica. La Cina è diventato il primo importatore di alluminio russo. Questo processo ha compiuto un salto di qualità quando il 16 aprile scorso, Usa e Regno Unito hanno annunciato nuove sanzioni su rame, nichel e alluminio prodotto in Russia».
Quindi mentre il Green deal con le sue scadenze capestro andava avanti, l’Europa si privava, con le sanzioni alla Russia, delle materie prime per portarla avanti?
«È proprio così. E la Cina ne ha approfittato. Si sono creati due blocchi nell’economia mondiale perché con la guerra è venuta meno la globalizzazione e la circolazione delle materie prime. Si pone quindi un problema di carenza di energia e di metalli necessari alla transizione ecologica e di dipendenza nei confronti di Paesi che non sono più amici e concorrenti. La contrapposizione che si sta verificando è tra blocco euroatlantico e Paesi quali Cina, Iran, Russia e Nord Corea. La Cina, in particolare detiene una posizione di assoluto predominio della filiera delle terre rare e dei metalli, sul fronte dell’estrazione (giacché estrae il 70% delle terre rare mondiali) ma soprattutto sul fronte della raffinazione, di cui controlla il 90%. La Cina controlla tutta la filiera non solo dei metalli critici ma anche dei manufatti come pale eoliche, fotovoltaico, batterie elettriche. Sta cambiando il modello di business dal comparto delle costruzioni, all’export di prodotti ad alto valore aggiunto. Stando così le cose, bisogna prendere atto che il Green deal mette a repentaglio la sicurezza economica dell’Europa».
In che modo?
«L’Europa ha smesso di scavare, ha chiuso le miniere per ragioni ambientaliste ma si è data obiettivi stringenti di abbattimento delle emissioni. Se i target erano difficili da raggiungere prima della guerra in Ucraina, ora tagliando i ponti con la Russia e senza materie prime, sono quasi impossibili. L’Europa diventerà sempre più dipendente dalla Cina con la quale non possiamo chiudere perché ci sono troppi interessi in gioco».
Che fare?
«Bisogna dotare i singoli Paesi di strumenti finanziari per poter aumentare l’offerta di materie prima ma ciò non si sta facendo. La Commissione Ue ha elaborato il Critical Raw Materials Act, per ridurre la dipendenza dalla Cina. Ma oltre ad aver denunciato le criticità europee in materia, non sono stati forniti gli strumenti per mitigare la carenza di metalli. A questo punto il ruolo della Bce è cruciale».
Ma la Bce dice di accelerare la transizione ecologica.
«Dovrebbe invece offrire garanzie finanziarie per permettere agli Stati di poter effettuare gli investimenti necessari alla transizione. Colpisce che finora nessun Paese si stia attivando in modo serio per tutelarsi dal rischio che un domani la Cina possa utilizzare la leadership delle materie prime per impedire politiche commerciali europee a lei dannose. Io ho un sospetto».
Quale sospetto?
«Lo scenario è chiaro ma come mai nessuno fa niente per evitare di finire dipendenti totalmente da Pechino? Non ho prove, ma il sospetto che ci sia la volontà di non cambiare la situazione. Non vorrei che ci fosse la longa manus di Pechino, l’azione di lobby sulla Commissione Ue. Tutelare la nostra industria dovrebbe essere una priorità delle istituzioni europee, ma perché allora nessuno fa nulla?».
L’Italia cosa può fare?
«Bisognerebbe aprire un dibattito su come creare un veicolo a controllo pubblico, con la partecipazione anche di privati, che operi nell’estrazione e raffinazione dei metalli».
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