Roberto Speranza
Roberto Speranza (Ansa)

Ancora una volta, «non abbiamo ottenuto risposte da Roberto Speranza», dichiarano i familiari delle vittime del Covid riuniti nell’associazione «Sereni e sempre uniti». Tra le domande poste all’ex ministro della Salute in audizione c’era il perché della mancata zona rossa in Val Seriana.

La mancata zona rossa in Val Seriana

«Per giustificare l’assenza di una chiusura mirata, ha affermato che il 5 marzo 2020 “i buoi erano ormai usciti dalla stalla”, ma la domanda decisiva è un’altra: perché il recinto non fu chiuso il 23 febbraio?», dichiara l’associazione. Quel giorno, dopo i primi casi ad Alzano Lombardo e Nembro, si poteva isolare l’area, come si stava facendo per il Lodigiano e Vo’ Euganeo con un provvedimento firmato dallo stesso Speranza».

Gli associati definiscono «un affronto alla memoria di migliaia di cittadini della Bergamasca morti nell’abbandono e nella solitudine», sentire Roberto Speranza dichiarare «abbiamo la coscienza a posto, andiamo a testa alta». Da sei anni chiedono verità e giustizia, l’atteggiamento di Speranza conferma ancora una volta che non c’è volontà di ammettere responsabilità nella gestione politica e sanitaria dell’emergenza.

In audizione l’ex ministro ha ribadito «di aver avuto piena contezza della situazione bergamasca solo il 3 marzo. L’appunto d’ufficio del dottor Agostino Miozzo, agli atti della Procura di Bergamo, indica però la sua presenza alla riunione […] del 2 marzo 2020 […] assieme all’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte e al Comitato tecnico scientifico (Cts)», ricordano i familiari delle vittime. In quella sede il professor Silvio Brusaferro, allora presidente dell’Iss, avrebbe sollecitato l’immediata chiusura di Alzano e Nembro. Conte avrebbe preso tempo richiamando un «costo sociale, politico, non solo economico, molto alto. Speranza era presente. Perché quella sollecitazione degli scienziati non si tradusse in una decisione?», continuano a chiedere.

Le iniziative legali dei familiari delle vittime

I legali di «Sereni e sempre uniti» fanno sapere che «su questa immane tragedia nulla è coperto da giudicato definitivo. Le nostre azioni proseguiranno in ambito civile, sul fronte penale e con il ricorso pendente dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, finché non saranno accertate tutte le responsabilità istituzionali».

I danneggiati da vaccino e gli effetti avversi

In un post su Facebook, l’associazione Persone in cammino che accoglie e dà voce ai danneggiati da vaccino, scrive: «Le dichiarazioni riportate da La Verità riaprono interrogativi pesanti». Aggiunge, riguardo all’ammissione di Speranza di essere stato al corrente di eventi avversi anche gravi: «Se queste informazioni erano già note, perché il 12 febbraio 2024, a Potenza, durante l’incontro con il nostro presidente Andrea Sillo, non furono esplicitate?».

Il riferimento è al vergognoso rifiuto di Speranza, durante la presentazione del suo libro Perché guariremo, di rispondere alle domande poste da Sillo, costretto sulla sedia a rotelle dopo il vaccino Covid. Quel video fu trasmesso da Fuori dal coro su Rete4.

Il green pass e le contestazioni di Lucio Malan

Speranza scarica responsabilità su Aifa, Cts, ma era lui il ministro della Salute durante l’emergenza sanitaria. Autore di circolari che imponevano il vaccino a categorie di lavoratori, a over 50, e che con il green pass limitarono diritti civili e sociali. L’ha ricordato ieri un post su X il senatore Lucio Malan di Fdi. «L’ex ministro non poteva non sapere che la “garanzia di stare tra persone non contagiose” non c’era, perché i dati ufficiali dicevano che già prima del proclama sulla “garanzia”, 19.000 vaccinati con 2 dosi erano stati contagiati e 62 erano morti. Durante tutta la vigenza del green pass i vaccinati contagiati saranno quasi 8 milioni e i morti più di 17.000». Poi, la stoccata. «Però tutti “garantiti” e “sereni”. Il green pass, aveva infatti detto Mario Draghi quello stesso 22 luglio 2021, “è una misura che dà serenità”», conclude Malan.

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Promessa mantenuta: il ministro ha accolto la sollecitazione della «Verità» e ha abrogato la direttiva Lamorgese che imponeva la visita medica prima dell’accesso ai centri e la possibilità di rifiutarla, restando a spasso. Ora i dottori militanti sono senza armi.