- In un hotel sullo Stretto la prefettura piazza decine di migranti. Dopo 18 mesi di «emergenza», camere devastate e depredate.
- Arrivano in aereo a Roma, vivono a Bologna, fanno questua a Modena. E tornano a casa.
Lo speciale contiene due articoli
C’era una volta un hotel sul mare, un tre stelle di bell’aspetto, gestito da generazioni, dalla stessa famiglia. Affacciava direttamente sullo Stretto di Messina, aveva una clientela affezionata e, ogni estate, per anni ai tempi d’oro, era stato teatro di importanti premi letterari. Poi, un bel giorno, arrivarono i clandestini. Decine di ragazzotti appena sbarcati e piazzati nelle camerette ordinate dell’albergo. «È un’emergenza», sosteneva la prefettura, ma da una settimana, passò un mese, poi due e la vacanza, a spese nostre, dei richiedenti asilo, finì per durare un anno e mezzo. Terminato il quale anche l’hotel, non c’era più: camere devastate, suppellettili sparite e mobili ridotti al lumicino. Un danno da centinaia di migliaia di euro, che nessuno, fino ad oggi, ha potuto pagare. Nemmeno i gestori dell’hotel che, da questa storia, a contrario di tanti altri, non hanno guadagnato nulla.
Non erano volontari del business accoglienza e, beffa nella beffa, sono finiti sul lastrico. Prima «obbligati» ad accettare gli sgraditi ospiti e, poi, mai retribuiti per il servizio. A due anni di distanza aspettano ancora di essere pagati: 909.000 euro è il credito accumulato.
Su La Verità ci siamo occupati, ieri, di raccontare il destino degli albergatori che sui profughi hanno lucrato, per i quali, solo recentemente, con il calo degli sbarchi, la pacchia è finita. Ma nel mare magnum di un business che ha arricchito tanti, c’è anche chi ci ha rimesso, a volte, addirittura tutto. Come Vittorio Caminiti, albergatore figlio di albergatori, presidente di Federalberghi Calabria e proprietario dell’Hotel Plaza, di Villa San Giovanni, in provincia di Reggio Calabria, struttura simbolo di un passato fatto di cultura e meraviglie naturali, oggi chiuso e fatiscente dopo il passaggio dei clandestini. Il Plaza nacque con il nome di Piccolo hotel per volontà dello scrittore Corrado Alvaro e fu considerato, per un quarto di secolo, un tempio della cultura meridionale per avere ospitato, per venticinque edizioni consecutive, importanti eventi letterari, come il Premio Villa e il Premio Calabria che premiò e ospitò nomi di spicco come Carlo Levi, Leonida Repaci, Amintore Fanfani, i ministri Emilio Colombo e Giovanni Spadolini, oltre al Premio Nobel Renato Dulbecco. Proprio lì, in quello che era un piccolo gioiello, la prefettura di Reggio Calabria, nel dicembre 2016, decise di piazzare alcune decine di sbarcati.
A nulla servirono le rimostranze dei gestori: i pullman arrivarono una sera all’improvviso, si trattava di «un’emergenza nazionale» e l’alternativa, probabilmente, sarebbe stata vedersi sequestrare la struttura. Di malavoglia la proprietà aprì le porte e, mandando via i turisti presenti, accolse «i poveri ragazzi fuggiti dalla guerra».
I finti profughi dentro al Plaza, rimasero più di un anno, serviti e riveriti dai camerieri, comodamente alloggiati nelle belle stanze, eppure, mai contenti. «Rivendevano i vestiti e le scarpe che gli venivano forniti perché volevano vestirsi alla moda e acquistare i cellulari più moderni», racconta chi era presente, «ed evidentemente il modo di far soldi lo avevano trovato perchè giravano per il paese griffati fino ai capelli». A Natale «avevano organizzato una proteste perché volevano un extra per prepararsi per le feste», raccontano ancora i presenti e «in inverno se il riscaldamento non era acceso 24 ore al giorno incendiavano oggetti nelle camere per far scattare l’allarme», mentre «in estate usavano le docce di continuo e le vasche idromassaggio anche per lavare i vestiti, tanto che i motori si sono tutti bruciati in poco tempo, con un costo economico esorbitante oltre a tutta la roba che rubavano dalle camere».
Esasperati dal comportamento dei giovanotti e sopraffatti dalle spese, a metà del 2018 i proprietari del Plaza chiudono i battenti. Ma dei 35 euro al giorno sganciati dagli italiani per ogni giovanotto e promessi dalla prefettura alla struttura alberghiera, trasformata in un vero e proprio centro d’accoglienza, nemmeno l’ombra. In questa storia, infatti, il lieto fine non è arrivato. Anzi, a quasi due anni di distanza i proprietari del Plaza non hanno incassato nemmeno un euro degli oltre 900.000 che avevano pattuito (già scontando alcuni servizi) con la prefettura e, a causa dei mancati pagamenti da parte dell’ente, sono stati costretti a chiudere anche un’altra struttura di loro proprietà. Il denaro mai versato doveva servire a coprire i costi del «servizio di accoglienza e dei servizi connessi ai cittadini stranieri richiedenti asilo erogati presso l’Hotel Plaza fino al 31 dicembre 2017», si legge nelle carte. Durante il periodo di gestione «a seguito dei mancati pagamenti» la gestione «non ha potuto far fronte ai propri impegni ed è stata sfrattata dall’hotel», che oggi risulta «in condizioni disastrose», mentre per i proprietari, in difficoltà economiche, non è possibile sistemarlo.
Un pezzo di storia cancellato e un imprenditore sul lastrico, il personale rimasto senza lavoro e tanti creditori ancora in attesa. Anche questo è stata, in Italia, l’accoglienza.
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