• La villetta della strage non è stata demolita perché il Comune non aveva soldi per difendersi al Tar. Inchiesta in Procura.
  • La stima dei danni può superare il miliardo e le previsioni annunciano nuove perturbazioni, ma i volontari accorrono a centinaia. La stagione sciistica è alle porte ed è un’opportunità. Luca Zaia: «Risponderemo presente».

Lo speciale contiene due articoli.

L’ordinanza di demolizione della villetta abusiva sul fiume Milicia, edificata mattone su mattone in pieno alveo fluviale e in zona indicata come ad alto rischio di dissesto idrogeologico, era definitiva. E l’abitazione, posta proprio al di sotto di un viadotto dell’autostrada A19, ricadente nel comprensorio del Comune di Casteldaccia – 11.000 abitanti sulla costa tirrenica della Sicilia, a un tiro di schioppo da Palermo – era da buttare giù sin dal 23 novembre 2011. In quella data è stato emesso il decreto del Tar (numero 1.602) che ha dichiarato «perento», ossia estinto per carenza di interesse delle parti (che nel corso dell’istruttoria non hanno mai depositato documentazione), il ricorso presentato il 2 dicembre 2008 dai proprietari della villetta della morte, Antonino Pace e Concetta Scurria (che hanno affittato l’abitazione alla famiglia Giordano, decimata nella tragedia). La controparte, l’amministrazione comunale di Casteldaccia, non si è costituita in giudizio. La giustificazione è questa: «Farlo costava 5.000 euro e noi non ce lo potevamo permettere». Giovanni Di Giacinto, sindaco senza soluzione di continuità dal 2003 al 2013, poi consigliere regionale con il Megafono di Rosario Crocetta e da giugno 2018 di nuovo sindaco, lo dice candidamente. «Io non mi tiro fuori dalle responsabilità, è chiaro che la mia amministrazione ha fatto nel tempo quello che poteva, con le risorse limitate che ha. Oggi noi siamo un Comune in dissesto e non possiamo intervenire, oltre all’ordinario, nella straordinarietà».

Ma la demolizione di costruzioni abusive in zone a rischio per un Comune è da considerare attività ordinaria o straordinaria? La Procura di Termini Imerese ha aperto un fascicolo con le ipotesi di reato di disastro colposo e omicidio colposo, ma il procuratore Ambrogio Cartosio ha chiarito subito: «L’abusivismo è il primo colpevole». Il sindaco in un primo momento aveva ipotizzato una responsabilità del Tar, sostenendo che il ricorso presentato presso quella corte aveva bloccato l’iter (ovvero la demolizione).

Dal Consiglio di Stato si sono visti costretti a smentire tale versione: «Il Tar Sicilia non ha mai sospeso l’ordinanza di demolizione. Né può sostenersi che la semplice presentazione di ricorso sia di per sé sufficiente a bloccare l’efficacia dell’ordine di demolizione. In ogni caso, nel 2011 il giudizio al Tar si è concluso e l’ordinanza di demolizione del sindaco non è stata annullata; quindi, in questi anni, l’ordinanza di demolizione poteva e doveva essere eseguita». Stando alle valutazioni dei giudici amministrativi, insomma, quella villetta doveva essere già stata spazzata via dalle ruspe. E da un pezzo. Il sindaco è corso a verificare se almeno in municipio fosse arrivata una notifica di quel ricorso al Tar decaduto. Ma ormai si era attirato già addosso gli anatemi dei giudici amministrativi: «Alla base della tragedia c’è una miscela di cattiva amministrazione e malagestione del territorio, altro che lentezza dei Tribunali amministrativi», tuona il presidente dell’Associazione nazionale magistrati amministrativi, Fabio Mattei. «Non posso fare mutui, non posso chiedere prestiti e a stento riesco a pagare i dipendenti del Comune. Recentemente avrei dovuto abbattere un immobile costruito sulla battigia e tra demolizione e smaltimento dei rifiuti il costo si aggira attorno ai 60.000 euro. Cifra che, moltiplicata per tutte le case da abbattere, fa 1.800.000 euro», si difende il sindaco. Il quale lo scorso agosto si è visto citare in giudizio dalla Procura regionale della Corte dei conti per un danno erariale da 239.000 euro.

La stessa contestazione è arrivata a Fabio Spatafora, sindaco in carica nel periodo in cui Di Giacinto era consigliere regionale. «Avrebbero consentito agli autori degli illeciti edilizi», sostengono i magistrati contabili, «di continuare a beneficiare degli immobili realizzati abusivamente, senza corrispondere alcuna indennità di utilizzo, né la tassa sui rifiuti e gli altri tributi previsti dall’ordinamento, con conseguente danno per le casse del Comune». Un’ipotesi che è arrivata anche sui tavoli della Procura della Repubblica. E Di Giacinto si è anche ritrovato rinviato a giudizio con l’accusa di abuso d’ufficio, per aver favorito alcuni concittadini ai quali furono azzerate le imposte locali senza alcun motivo, utilizzando una password d’accesso ai sistemi dell’agenzia di riscossione in dotazione proprio al sindaco. Paradosso: per verificare se al Comune risultasse la presenza di inquilini nella villetta inondata, il primo cittadino ha cercato proprio tra le tasse locali. E ha fatto sapere: «Per quanto ci riguarda quell’immobile era vuoto. I vecchi proprietari risultano trasferiti a Palermo dal febbraio 2011. Quindi per il Comune non c’erano residenti in quella casa. Non è stata fatta alcuna comunicazione di voltura rispetto alla Tarsu, ancora oggi trasmessa ai vecchi proprietari, e lo stesso per quanto riguarda il contatore Enel».

La magistratura ha già disposto l’acquisizione di quella documentazione. E ora anche Spatafora si dissocia: «Al mio insediamento non è seguito alcun passaggio di consegne. Sono andato a prendere la relazione di fine mandato del mio predecessore alla ragioneria del Comune e nessun cenno c’era alle pratiche aperte sugli abusivismi edilizi. Né gli uffici comunali, dal segretario all’ufficio urbanistico, mi hanno mai informato». Ma c’è chi la ritiene una strage annunciata: «Come a Rigopiano (hotel travolto da una valanga in Abruzzo il 18 gennaio 2017: 29 vittime, ndr)». Gianluca Tanda, esponente del comitato Vittime di Rigopiano, sentenzia amaramente: «Anche in Sicilia tutti sapevano e nessuno è intervenuto».


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