- Il tema dei rider è finito sulla bocca di tutti grazie al decreto Dignità, dal quale però è sparito nel provvedimento finale. Ecco chi ci consegna il cibo a casa: l’86% è under 35, il 90% sono uomini e meno della metà si dichiara soddisfatto della flessibilità.
- Ci sono tre categorie di lavoratori della gig economy: quelli a chiamata (come personal trainer e babysitter), i liberi professionisti e chi offre una casa in affitto o un passaggio in automobile.
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A portare agli onori della cronaca il problema della precarietà dei rider è stato il decreto Dignità. Almeno nella sua bozza iniziale, visto che poi il tema dei ciclofattorini è uscito dal provvedimento. Questi nuovi lavoratori sono i protagonisti della cosiddetta gig economy: gig in inglese significa lavoretto. L’economia del lavoretto nasce da quella che gli esperti chiamano la quarta rivoluzione industriale. Quella per cui il reddito del lavoratore si basa sulla chiamata realizzata dal cliente attraverso un’app. Le più famose società del settore sono quelle della consegna del cibo: Foodora, Deliveroo e Justeat, soltanto per citarne alcune.
Ma la gig economy è molto di più. Un rapporto delle Acli, le associazioni cristiane lavoratori italiani, basato su dati della Fondazione Rodolfo Debenedetti, stima che in Italia ci siano circa 700.000 lavoratori a chiamata. Ma solo il 10% di questi lavora per consegnare cibo a casa dei clienti. Come spiega lo studio, solo 150.000 professionisti, circa il 15% del totale, utilizza quello a chiamata come unico lavoro svolto. La maggioranza lo fa per arrotondare. Tanto che il 45% dei lavoratori italiani della gig economy si dichiara soddisfatto della flessibilità che questa occupazione concede.
Da una ricerca svolta in aprile da Foodora, una delle maggiori piattaforme del settore della consegna di cibo, emerge che i rider che svolgono questo lavoro sono soprattutto giovani e lo fanno per scelta, oltre che per un periodo che non va oltre qualche mese. Solo il 10% di loro supera i 35 anni e il 4% va oltre i 45 anni d’età; l’86% dei rider dai 18 ai 35 anni è rappresentato, per circa la metà, da studenti. Dal questionario anonimo, distribuito ai ciclofattorini iscritti sulla piattaforma, la figura del rider appare giovane e perlopiù maschile. Da notare che solo il 2% lavora per Foodora da oltre due anni mentre il 30% non è impegnato tramite l’app da più di un mese. Dai dati emerge, inoltre, che il 25% di loro lavora anche per altre piattaforme per accumulare un numero maggiore di consegne e massimizzare i guadagni. Il 90% dei rider sono uomini, il 75% lavora per meno di 25 ore a settimana, il 23% è impiegato in un altro lavoro, il 24% è disoccupato e l’1,5% è rappresentato da pensionati. Fra le motivazioni emerse, oltre il 50% degli intervistati dichiara di lavorare per Foodora perché preferisce un’attività da poter organizzare a proprio piacimento e circa un terzo per arrotondare.
Se invece non si prendono in considerazione solo i rider, ma tutti i lavoratori della gig economy (si pensi ad esempio ai driver di applicazioni come Zego o Heetch o a quelli di Uber Pop, fino a quando c’era), lo sbilanciamento di genere è meno marcato. In questo caso, la quota di donne sul totale ammonta al 42,8%. Quanto all’età di chi non è un ciclofattorino, ma lavora comunque nell’economia dei lavoretti, circa il 30% ha tra i 30 e i 49 anni, mentre il 10% ha tra i 18 e i 24 anni e un altro 10% tra i 25 e i 29. Nel 20% dei casi si tratta di persone tra i 50 e i 64 anni di età.
In più, come spiega la fondazione Inps, va notato che sul totale la quota di lavoratori non italiani è bassa, circa il 4%, equamente divisa tra cittadini comunitari ed extracomunitari. Inoltre, per quanto riguarda lo stato civile, il 43% dei rispondenti è nubile o celibe, il 48% è sposato e circa il 9% divorziato, separato o vedovo. L’indagine ci suggerisce inoltre che circa il 52% dei rispondenti possiede titoli di studio medio bassi (scuola primaria, scuola secondaria inferiore, istituti secondari professionali), il 18% ha un titolo di studio di diploma liceale, il 10% una laurea triennale, il 14% una magistrale (o una laurea a ciclo unico), e circa il 6% ha un master o un dottorato. Si deduce quindi che il livello medio di istruzione è più elevato di quello della popolazione, dove la quota di chi ha una istruzione terziaria o superiore non supera il 20%, contro circa il 30% dei lavoratori gig. Lo studio non mostra inoltre differenze rilevanti nei livelli di istruzione per chi lo fa come unico lavoro, come seconda occupazione o come modo per avere un reddito anche da disoccupato.
Si nota quindi che non in tutti i casi la gig economy produce lavoratori scontenti o che hanno scelto questo lavoro come ultima spiaggia. Il problema è più legato alla mancanza di regole e tutele per questo nuovo genere di lavoratori che cresce ogni anno. Ma, su questo, le istituzioni, sia a livello nazionale che europeo, stanno forse provando a fare qualcosa.
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