Gli eterni burosauri dei sindacati che tirano le fila dentro Bankitalia
Palazzo Koch, sede della Banca d'Italia (Imagoeconomica)
A Via Nazionale, le otto sigle interne sono guidate da pensionati o hanno riservato posti chiave agli storici leader. Risultato: barricate contro ogni riorganizzazione e gestione personalistica dei trasferimenti interni.

Potrebbe arrivare perfino l’euro digitale, ma in Bankitalia i leader sindacali sono sempre più longevi. Anche quando vanno in pensione, di solito si scelgono un delfino che poi non abbandonano mica al suo destino, anche se magari ha 60 anni. Anzi, lo accompagnano, lo consigliano e lo aiutano in tutti i modi, finché morti non li separi. Il risultato finale è che quel ricambio e quell’attenzione alla governance e al merito che Via Nazionale predica giustamente alle banche e all’Italia intera, pubblica e privata, in Banca d’Italia non c’è perché è tutto ingessato da una gestione del personale che deve fare i conti con i burosauri della tessera. Che hanno in mano anche una carta molto forte: la gestione dei trasferimenti temporanei e delle missioni.

capelli bianchi

A guidare gli otto sindacati interni ci sono personaggi che erano sulla breccia già ai tempi di Guido Carli. La figura più carismatica è quella di Luigi Leone, salernitano, classe 1949, entrato in Bankitalia nel 1970. C’era ancora il Serpente monetario quando Leone era già leader della Fabi e poi, dal 1995 della Falbi. Negli anni la Falbi ha scalzato come primo sindacato interno la Fisac-Cgil. Oggi al timone della Falbi c’è un donna, Carmen Balletta.

Molto forte anche il ruolo del Sibc-Cisl, nato nel 1992 e guidato da Massimo Dary, coetaneo di Leone e suo alleato da sempre. Ovviamente anche lui è un pensionato. Il segretario è Alberto Antonetti, giunto al quarto mandato, ma ovviamente il suo mentore Dary siede nel consiglio direttivo ed è anche responsabile del coordinamento pensionati. Tra le sigle autonome, c’è anche la Fabi, che è sopravvissuta alla fronda di Leone ed è nelle mani di Angelo Maranesi, 74 primavere, che l’anno scorso ha lasciato la poltrona a Massimo Toscani. Alla Uilca Banca d’Italia invece ci sono i giovani, o comunque dei sindacalisti di mezz’età. Tre anni fa Danilo Giuliani ha preso il posto di Claudio Carosi, che resta comunque nel consiglio di coordinamento e in Bankitalia conta ancora parecchio. Alla First Cisl c’è Antonella De Sanctis come segretario reggente, moglie di Stefano Barra (65 anni), padre nobile del Cida (sindacato dirigenti) e ora capo della sede di Cagliari della Banca.

La Fisac-Cgil è guidata da un altro segretario con i capelli bianchi, Alessandro Agostino, mentre l’ex leader, ormai settantenne, Ugo Onelli, siede nel coordinamento pensionati.

Con un panorama sindacale così bloccato e potente, i vertici della Banca d’Italia faticano a gestire il personale e, come riferisce un manager, «quasi non si scrive più» perché ogni spostamento o cambiamento può innescare un problema con i sindacati. Idem per la pianta organica, che è un mezzo mistero. Su 7.000 dipendenti, con tutte le funzioni che la Bce si è portata via, si calcola che circa 2.000 siano di troppo. Tesoreria e vigilanza sono praticamente sparite, mentre resistono l’auto amministrazione e la gestione del contante. Bisognerebbe chiudere quasi tutte le sedi periferiche, ma i sindacati non lo permetteranno mai. A Vermicino, vicino a Roma, servirebbero molto meno spazio e molti meno impiegati, e gli stessi sindacati lo sanno. Ma non succede nulla.

Ci sono parecchi buchi agli alti livelli nelle sedi locali e non si fanno quasi più concorsi interni. In questa situazione sguazzano i sindacati, che riescono regolarmente a piazzare i loro protetti per periodi brevi, con stipendi e diarie che possono superare i 100.000 euro l’anno. Questo giochetto assicura alle varie sigle un potere enorme. Con i trasferimenti più brevi, al posto di assegnazioni definitive, si accontentano più funzionari, più dipendenti con qualifiche più basse e alla fine le organizzazioni sindacali riescono a controllare le carriere del 60-70% dei dipendenti di Via Nazionale. Il fatto che i capi sindacali siano sempre gli stessi, o comunque tutti abbiano una sorta di padre putativo che resta nella stanza accanto, unito a questa gestione del personale, fa sì che in Bankitalia tutto avvenga senza strappi. Nessuno fa ostruzionismo, l’istituzione è salva e il timore reverenziale è a doppio senso: dal direttorio al sindacato e viceversa. In mezzo, c’è uno stagno di favori reciproci.

scolaresche

Adesso, però, sulla ristrutturazione territoriale di Bankitalia il governatore Fabio Panetta e il Consiglio superiore hanno deciso di muoversi. A fine gennaio, in particolare, hanno comunicato ai sindacati che intendono chiudere Brescia e Livorno, oltre a cambiare la ripartizione delle funzioni di altre sedi. Brescia, per dire, non è semplice da chiudere perché maneggia molto contante. Ma in generale, con il progetto dell’euro digitale che lo stesso Panetta, in Bce, aveva studiato e messo a punto, le filiali di Banca d’Italia non avrebbero più una vera ragione d’essere. E lo sanno bene anche i sindacati, visto che per dare un po’ di vita ad alcune filiali si organizzano incontri con le scolaresche e attività varie. Su questo piano, i due maggiori sindacati interni, Falbi (Leone) e Sibc (Dary) sono sulle barricate, nonostante quasi tutti i dipendenti interessati siano in smart working. Il problema è che perderebbero molte tessere.

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