Sull’economia basta cincischiare. Serve subito lo choc fiscale
Ansa
  • I gialloblù, alla prova del Documento di economia e finanza, possono evitare rischi rimandando il problema a dopo le europee. Oppure possono procedere a un robusto taglio delle tasse. Solo così alle imprese e ai cittadini arriverebbe una scossa di fiducia.
  • Decreto Crescita, niente incentivi ma l’Ires scende subito al 22,5%. Nella bozza c’è lo sconto Imu sui capannoni. E misure per aumentare gli investimenti.

Lo speciale comprende due articoli.

La data da segnare con un circoletto rosso è il 10 aprile, giorno entro cui il governo deve presentare il Def. Com’è noto, non c’è da attendersi decisioni definitive, ma – questo sì – la cornice entro cui l’esecutivo si prepara a impostare la prossima manovra. In queste ore si rincorrono molte voci, da quella di un rinvio (che fonti del governo continuano però a smentire) fino a retroscena secondo cui Giovanni Tria avrebbe opposto un no secco all’inserimento nel Def della flat tax, nonostante il pressing leghista.

C’è anche attesa per il fatto che il Def dovrà aggiornare le previsioni sul Pil. Come reagirà il Mef ai due ultimi trimestri di arretramento? Quali gli effetti su debito e deficit? Cosa dirà sulle proprie intenzioni rispetto alle pesanti clausole di salvaguardia da disinnescare (23 miliardi quest’anno e 28 il prossimo)? Come si rapporterà alle recenti stime pessimistiche sulla crescita (quelle di Confindustria e S&P Global le ultime in ordine di tempo)?

Da giorni, il Mef sembra operare su due piani. Verso l’esterno, lancia segnali combattivi: colpiva l’altro giorno il tono insolitamente battagliero di una nota stampa a firma Tria dal titolo «contrastare il rallentamento, puntare tutto sulla crescita». Verso l’interno, però, la sensazione è quella di un freno a mano tirato.

Le bozze del decreto crescita (ancora incerto il giorno del varo definitivo) sembrano una collazione di interventi lodevoli, ma non decisivi per una svolta: qualche misura fiscale da precisare (si riparla ad esempio del superammortamento), sostegno al made in Italy, spinta agli investimenti privati, misure su internazionalizzazione e finanza per l’impresa, e così via.

Quanto al provvedimento «sblocca cantieri», pare ridimensionato: e invece sarebbe importante vararlo presto e in formato convincente. Dieci giorni fa, Matteo Salvini aveva correttamente parlato di «300 cantieri fermi da anni». A dicembre, l’Ance aveva elencato ben 27 cantieri di importo superiore a 100 milioni fermi o congelati, per un valore superiore ai 24 miliardi (considerando l’indotto, 86 miliardi e 380.000 posti di lavoro). Pochi giorni fa, la Filca-Cisl aveva addirittura allungato la lista, parlando di 600 cantieri, tra piccoli e grandi, per un valore di 36 miliardi e con una «leva» ancora superiore: ben 125 miliardi (e 350.000 posti di lavoro). Servirebbe una terapia d’urto, insomma. Invece, puntare troppo sull’effetto del reddito di cittadinanza sui consumi (ci sarà, ma non c’è da attendersi miracoli) significa accettare l’idea di un anno difficile: +0,2%, o 0,3%, o 0,4% di crescita: non più recessione, ma – questo sì – stagnazione.

A onor del vero, va respinta la «narrazione» – cara alle opposizioni – secondo cui l’Italia sarebbe il grande malato d’Europa. Non è vero. La Germania ha sfiorato la recessione tecnica: l’ha evitata per un pelo, aggiustando il dato dell’ultimo trimestre e portandolo a un discutibile +0,01%. La Francia non sta bene, nonostante che il suo sforamento dei parametri Ue, il decimo in undici anni, sia stato graziato da Bruxelles, che a Parigi – diversamente da noi – non ha imposto clausole di salvaguardia. Tutta l’Europa arranca, a causa dell’incapacità di Bruxelles di scegliere politiche pro crescita. Ma questo non ci aiuta, nel senso che ci priva di un treno di ripresa al quale agganciarci.

In questo scenario, per il Def sono in campo due ipotesi, più una terza che avanziamo qui sulla Verità.

La prima è quella di un Def leggero, di sostanziale attesa: previsioni prudenti e mani libere sulle misure da adottare a settembre. Insomma, un Def più descrittivo che programmatico, concepito per superare la scadenza delle europee. E poi si vedrà.

La seconda ipotesi è una variante non dichiarata della prima. Nessuno lo metterà nero su bianco, ma, siccome è improbabile andare a elezioni in estate dopo le europee (anche perché, dopo un eventuale scioglimento delle Camere, ammesso che qualcuno lo voglia e il Colle lo decida, ci sarebbe da attendere da 45 a 70 giorni di campagna elettorale: quindi si arriverebbe a luglio inoltrato), c’è chi guarda già, per eventuali politiche, alla primavera del 2020. In questo caso, si potrebbe lavorare a una mediazione con Bruxelles per rinviare le clausole di salvaguardia previste per il 2019, facendole slittare di un anno. La motivazione ci sarebbe: la vecchia Commissione Ue, chiamata a giudicare la prossima manovra, in autunno sarà con gli scatoloni in mano, in attesa di essere sostituita.

Noi ci permettiamo di avanzare una terza ipotesi, un appello per un Def coraggioso, l’opposto di un documento attendista e pre elettorale. Servirebbe un Def che avesse dentro uno «choc trumpiano»: un robusto taglio di tasse (quindi una vera flat tax) abbinato a una corposa scommessa sugli investimenti. Tutto ciò a cui Bruxelles ha finora pervicacemente detto no.

Perché farlo? Perché ridarebbe fiducia a imprese e consumatori. Perché mostrerebbe una volontà del governo di scommettere in positivo, di darsi un orizzonte ampio, senza pensare a elezioni anticipate. Perché l’Ue in questa fase non deve esprimere giudizi o bocciature (il Def non è oggetto di negoziati), e quindi per una volta è inutile preoccuparsi dei guardiani di Bruxelles. E perché investitori e mercati apprezzerebbero: essendo interessati a una crescita sostenuta, ed essendo disposti a premiare chi farà il possibile per sfuggire al vicolo cieco della stagnazione. Tutte ragioni per un’iniezione di coraggio e ambizione, senza aspettare il post Europee.


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