L’allarme della Corte dei Conti: è stato attribuito solo un decimo dei 3.150 «piani di rilevante interesse nazionale» da assegnare entro fine anno. Dal Pnrr previsto uno stanziamento vicino ai due miliardi.

Fermare la fuga dei cervelli nel nostro Paese sembra diventato un obiettivo impossibile da raggiungere. Eppure molto si potrebbe fare perché con il Pnrr sono stati stanziati 1 miliardo e 800 milioni per la ricerca da spendere entro dicembre 2025 in progetti di ricerca e assunzioni di ricercatori con diversi obiettivi: l’assunzione di almeno 900 ricercatori a tempo determinato e il finanziamento di 5.350 progetti entro giugno 2025. Con due obiettivi da raggiungere: il primo è quello di 3.150 progetti da assegnare entro dicembre 2023 per arrivare al totale di 5.350 entro dicembre 2025.

Il target delle assunzioni è già stato raggiunto e superato con 2308 reclutamenti. I magistrati della Corte dei Conti hanno però rilevato dei correttivi da effettuare. Infatti l’obiettivo prevedeva che il 40% delle assunzioni venisse fatto nel Mezzogiorno ma solo il 30% di queste sono state fatte al Sud: il pari di 707 su 2308. Oltre a questa osservazione il 7 dicembre 2022, ormai più di quattro mesi fa, la magistratura contabile ha anche osservato che ci sono dei forti ritardi nel conseguimento del target europeo dei 3.150 progetti da assegnare entro dicembre 2023, essendone stato attribuito (in quel momento) solo un decimo circa, nonostante le stime del Mur prevedessero 3.050 progetti, in poco più di un anno, legati al Prin 2022 (da sommare ai 308 del Prin 2020, oltre a quelli del Pnr 2021).

La Corte in quell’occasione ha invitato il ministero ad accelerare le valutazioni dei progetti in corso. Il Mur a suo tempo ha risposto di essere impegnato nella fase di valutazione delle candidature avanzate in relazione a due diversi bandi Prin. Per il primo dei due bandi cui si riferivano, con scadenza 31 marzo 2022, sono state avanzate 7.817 proposte progettuali; per il secondo, scaduto il 30 novembre scorso, le candidature arrivate sono 4.475. Il ministero, sempre in quell’occasione ha chiarito: «Proprio l’elevato numero di candidature ha richiesto una serie di indispensabili snellimenti procedurali realizzati dal ministero, per consentire di rispettare la scadenza dei tempi di attuazione del Pnrr, così come prestabilito». La Verità ha provato a chiedere, passati quattro mesi dalla valutazione dalla Corte dei Conti, a che punto si fosse arrivati con le assegnazioni dei progetti di ricerca e quali misure nel concreto fossero state attuate per snellire le valutazioni delle proposte progettuali. Attualmente il ministero non è stato però in grado di fornire nuove informazioni sul lavoro svolto.

Le ultime informazioni disponibili circa i fondi del Pnrr sono state fornite dal Mur il 7 aprile scorso e riguardano le borse di studio. In questo caso il ministero ha tenuto a precisare che non esiste nessun ritardo. «Le risorse si sono rese disponibili il 29 marzo scorso – hanno chiarito – e in una settimana lavorativa l’Amministrazione ha provveduto a erogare circa 148 milioni di euro sui 250 milioni complessivi». L’auspicio è che anche sui progetti si stia correndo alla stessa velocità, anche perché sarebbe un peccato perdere un investimento così grande per il mondo della ricerca che consentirebbe ai nostri cervelli di concentrare le loro energie nel nostro Paese. L’obiettivo di queste misure rimane infatti quello di aumentare l’attrattiva della ricerca qui in Italia, per i nostri ricercatori ma con l’ambizione di attrarre anche quelli stranieri. Quello dei progetti però non è l’unico nodo da sciogliere. Infatti rimane da risolvere anche il tema degli stipendi.

I nostri ricercatori sono bravi, ma mal retribuiti. Il Consiglio Europeo della Ricerca (Erc) ha assegnato 544 milioni di euro a 218 ricercatori europei impegnati in settori di frontiera, dalle nanotecnologie alla comprensione dell’invecchiamento. L’Italia è arrivata terza nella classifica per nazionalità (21 i ricercatori premiati), quando però si considerano i 14 progetti ospitati nel nostro Paese, si crolla al sesto posto quando si crolla a sesto posto della classifica. Insomma è chiaro, i ricercatori se ne vanno all’estero e lì vengono premiati. Ma perché? Lo spiegano i numeri: nella sezione “Research and occasional paper series” del center for studies in higher education della university of California a Berkeley, sono stati pubblicati i risultati di uno studio che mette a confronto l’attrattività dei sistemi universitari europei. Sono quattro gli indicatori esaminati: remunerazioni medie per posizioni simili, struttura delle remunerazioni, velocità dei percorsi di carriera e qualità del lavoro percepita. I Paesi europei osservati nello studio sono Regno Unito, Germania, Francia e Italia. In Germania i ricercatori guadagnano in media 50.006 euro in Renania e 52.689 euro in Baviera; nel Regno Unito lo stipendio medio è di 49.168 euro; in Francia si guadagna intorno ai 42.000 euro e in Italia si scende vertiginosamente 28.256 euro l’anno. Anche qui qualcosa è stato fatto per aumentare le borse di studio, purtroppo non per quelle dei ricercatori, ma per quelle degli studenti universitari. Nel dettaglio il Mur ha innalzato il tetto dell’Isee che consente di accedere alle borse di studio e ha aumentato gli assegni. Piccoli passi ma per la fuga dei cervelli c’è ancora moltissimo da fare.

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